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Tōkyō Kazoku (東京家族, Tokyo Family)

Creato il 21 agosto 2014 da Makoto @makotoster

Tōkyō Kazoku (東京家族, Tokyo Family)
Tōkyō kazoku (東京家族, Tokyo Family). Regia: Yamada Yōji. Sceneggiatura: Yamada Yōji, Hiramatsu Emiko. Fotografia: Chikamori Mafuni. Scenografia: Degawa Mitsuo. Costumi: Matsuda Kazuo. Montaggio: Ishii Iwao. Musica: Isaishi Joe. Interpreti e personaggi: Hashizume Isao (Hirayama Shūkichi), Yoshiyuki Kazuo (Hirayama Tomiko), Nishimura Masahiko (Kōichi), Natsukawa Yui (Fumiko), Tsumabuki satoshi (Shūji), Aoi Yū (Noriko). Produzione: Shōchiku. Durata: 146’. Prima proiezione in Giappone: 19 gennaio 2013.
Link: TrailerMark Schilling (The Japan Times)
Punteggio 1/2
Dopo la fine del ciclo Tora-san con i suoi oltre cinquanta titoli che ne hanno fatto la fama in patria, ma ne hanno anche, vuoi per la ripetitività, vuoi per l’esasperata ricerca del box-office, limitato l’estro creativo, Yamada Yōji ha dimostrato negli ultimi anni della sua carriera una forza e intensità espressiva che ci permettono di annoverarlo fra i grandi autori classici del cinema del suo paese (come su tutti testimonia Tasogare Seibei / The Twilight Samurai, 2002) . E anche se quello di Yamada è un classicismo un po’ “fuori tempo massimo”, è proprio in parte da tale essere “fuori moda” che deriva il fascino dei suoi film, come possibile e viva alternativa ai modelli postmoderni che – nel senso ampio del termine – dominano il cinema contemporaneo giapponese, pur con tutte le sue importanti eccezioni, prima fra tutte quella di Koreeda Hirokazu.
Tokyo Family è, come tutti sanno, un remake di Viaggio a Tokyo di Ozu Yasujirō, e difficile è guardare al film senza pensarlo in rapporto al suo modello originale. L’intreccio segue molto da vicino il lavoro del 1953. Due anziani genitori arrivano a Tokyo dalla provincia in visita ai figli, dove scopriranno che questi, pur non privi di affetto e attenzioni nei loro confronti, non possono essergli più vicini come un tempo, travolti come sono dai quotidiani problemi delle loro professioni e delle loro rispettive famiglie. Come Ozu, anche Yamada non divide il mondo in due, alla netta contrapposizione fra i bianchi e i neri, preferisce una scala di grigi, al gioco dei contrasti, quello delle sfumature. Assumendo il punto di vista che fu di Renoir anche in Tokyo Family “ognuno ha le proprie ragioni”... e, per estensione, “i propri torti”.
Se qualcuno sembra “salvarsi” ed essere così immune da colpe, è solo perchè una certa condizione glielo permette. Nel film di Ozu questa “qualcuno” era Noriko (Hara Setsuko), la vedova del terzo figlio degli Hirayama, morto qualche anno prima in guerra. È proprio la sua realtà, di donna vedova e sola, senza una famiglia cui badare, senza altri cui poter dare parte di se stessa, che le permette di avvicinarsi ai due anziani, più di quanto non riescano a fare i loro figli naturali. Nel film di Yamada, Noriko non è più una vedova di guerra, bensì la fidanzata di Shūji, il terzo figlio degli Hirayama, che nel film di Ozu viveva a Osaka, e qui invece a Tokyo. Ma di là dal suo diverso statuto, non più vedova ma giovane donna appena fidanzata, le sue condizioni non sono poi così diverse da quelle del personaggio di Hara Setsuko, e come questa, meno gravata da problemi familiari e da impegni di lavoro, riesce a trovare il modo di essere vicina ai due anziani coniugi. In fin dei conti le due Noriko riescono a creare con gli Hirayama un rapporto che poteva essere un tempo quello che i due avevano con i propri figli naturali, ma che oggi non ha più modo d’esistere. Viaggio a Tokyo e Tokyo Family sono così entrambi un viaggio nel tempo, prima che nello spazio: un viaggio verso ciò che era e ora non è più. Un viaggio che testimonia ancora una volta, nei modi sommessi del maestro, il carattere imperituro di tutte le cose, e dei sentimenti umani in particolare, della dimensione cangiante di questi, e dell’inevitabilità del loro mutare. Si ritrova in questi due film quello stesso senso dell’effimero che è da sempre una degli elementi costitutivi la tradizionale estetica giapponese. Ed è anche in questo senso che il film di Yamada, composto e misurato, può essere considerato un classico del cinema giapponese [Dario Tomasi].




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