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Tre settimane in Asia: il mio viaggio straordinario

Creato il 15 gennaio 2016 da Marika L

La prima volta che ho visto Min Min è stato subito dopo l'atterraggio a Yangon, in un aeroporto piccolo e brutto, nel quale bastava fare due passi per sentirsi puntati addosso gli occhi di chi era lì per accogliere qualche parente di ritorno.
Non erano sguardi diffidenti, ma piuttosto sguardi curiosi. Peculiarità che ci avrebbe accompagnato durante tutta la nostra permanenza in Myanmar e questo lo avrei capito poco più avanti.

Dopo i classici Ciao e Buongiorno masticati con la pronuncia inconfondibile di chi non utilizza i tuoi stessi suoni, gli ho chiesto immediatamente una cosa: mi sarebbe piaciuto vivere il Myanmar come un local, seppur nei luoghi simbolo degli itinerari più gettonati.
Con il senno di poi, posso affermare che i ricordi più belli legati a questa esperienza scaturiscono dal suo impegno nell'accompagnarci in un viaggio meraviglioso attraverso le abitudini di chi la Birmania la vive ogni giorno.
Min Min è stato il nostro Myanmar e la guida che abbiamo incontrato il primo giorno è stata rapidamente sostituita da un amico, un fratello che abbiamo lasciato con le lacrime agli occhi e la promessa di vederci al più presto.
Ma questa è un'altra storia e prometto che ne parlerò poi.

Ora raccolgo i pensieri e ordino pezzetti di diario scritti dalla mano distratta e impetuosa di chi ha bisogno di dare sfogo ad un uragano di sensazioni.
Peccato non riesca a stabilirlo neanche cronologicamente, un ordine.
Ho trascorso tre settimane in Asia, ventuno intensissimi giorni.

Durante questo periodo ho avuto un distacco quasi estremo con il mondo vero, tralasciando quei cinque minuti che mi ritagliavo la sera per aggiornare i social sui progressi del viaggio. Ho preferito concentrarmi prima su ciò che mi circondava.
Ma il mondo vero non profuma di cannella e zafferano e non mi scompiglia i capelli su un motorino senza freni nelle campagne birmane.
Il mondo vero, però, profuma di abbracci e fisionomie che conosci a memoria e dalle quali è bello tornare dopo un tour così forte.
Ho fatto un giro meraviglioso con il mio compagno di viaggio e di vita che ci ha portati in Myanmar a toccare le sensazioni più belle mai provate e, poco dopo, le strade anonime di Dubai, città con la quale non siamo riusciti proprio ad entrare in sintonia.

Il Myanmar ha svegliato qualcosa che sonnecchiava nei meandri della mia mente, è stato il wow dei miei viaggi, la meta alla quale inevitabilmente finisci poi per paragonare tutte le altre.
In Myanmar ho riscoperto il semplice e lineare concetto di umanità. L'ho trovata, l'umanità, in ogni persona che ci ha fermati per fare una foto o che ha agitato a destra e sinistra la mano per salutarci pur non conoscendoci, spinti dalla ormai rara curiosità verso chi possiede tratti estremamente differenti.

L'ho trovata nei genitori che sorridevano ai propri figli i quali cercavano di scambiare con noi qualche parola in un inglese praticamente incomprensibile ma talmente tenero da sciogliere anche il cuore più duro. L'ho trovata nei soggetti delle mie fotografie che quando chiedevo loro il permesso per immortalarli si aggiustavano rapidamente i capelli e sfoderavano il loro migliore quanto imperfetto sorriso.
L'ho trovata nelle due famiglie che hanno aperto le loro case a noi -perfetti estranei- ospitandoci a pranzo e riempendo i nostri piatti ogni volta che iniziava ad intravedersi il fondo di ceramica. Bastava alzare appena lo sguardo per capire che non aspettavano altro che un cenno di approvazione che avrei rivolto loro anche se ci avessero offerto pane e acqua. Era come se in quel momento stessimo facendo noi un regalo a loro e non il contrario.
In Myanmar ho visto convivere i sorrisi e la sofferenza, la curiosità e la timidezza e le ho racchiuse in un quadro intimo e delicato del quale forse non riuscirò mai a delineare i contorni.

Arrivare in Thailandia immediatamente dopo un'esperienza così totalizzante è stato come abbracciare una vecchia amica che ti afferra e ti lancia nel caos esagerato e familiare di Bangla Road mentre sei intento a scavare nei cassetti della memoria per riconoscerne i particolari.
Questa volta ho però fatto caso ad elementi che -se non avessi vissuto il Myanamar- non avrei mai notato ma che fanno parte del pacchetto di benvenuto pronto a darti un luogo che hai amato ma già visitato: i saluti mancati, l'insistenza dei tuk tuk drivers, l'espressione di chi per forza di cose ormai è abituato al turista.
Continuo ad amare la Thailandia e forse la amo ancora di più, come quando all'inizio di una relazione sembra tutto fantastico e perfetto ma poi passa il tempo e vengono fuori i primi difetti.
Tu allora ti tiri un pizzico sulla pancia e impari ad amare anche quelli in una visione sicuramente più realistica, più umana.

Bangkok ci ha accolti con un sole cocente e il solito labirinto sensoriale fatto di clacson, odori nell'aria e un numero spropositato di persone.
Questa volta è stato bello per noi lasciarci travolgere dalle situazioni senza l'ansia di dover rispettare una tabella di marcia impostata mesi prima su un file excel, siamo andati avanti seguendo l'istinto e quello si sa, è raro che sbagli.
Abbiamo girovagato senza meta prima di tornare nei nostri luoghi del cuore. Abbiamo esplorato l'incantevole Ayutthaya in motorino, restando sbalorditi da tanta bellezza ma allo stesso tempo pentendoci di non averla visitata prima di Bagan.

Siamo andati a Krabi decidendo il giorno prima per il giorno dopo, complici i consigli di chi ci era già stato. Consigli che erano del tutto esatti, perchè lì abbiamo trovato ciò che cercavamo, ovvero un'atmosfera tranquilla, isolotti da sogno e l'ulteriore conferma a qualcosa che sospettavamo da tempo: la Thailandia è una sorpresa continua.

Abbiamo visitato Singapore e fatto il bagno nella infinity pool più famosa al mondo.
In poche fermate di metro siamo passati dalla comunità cinese a quella indiana, girovagando tra una serie di microcosmi che rendono la città un impressionante meltin pot.

Al termine delle nostre tre settimane in Asia siamo arrivati a Dubai ma questa volta la ciliegina sulla torta non c'è stata, perchè è successo qualcosa che non mi era mai capitato con nessun altro luogo al mondo: non sono riuscita a trovare neanche un aspetto positivo. E no, non ho cercato assolutamente di darle un significato più profondo o di ricercare un fattore storico che già prima di partire sapevo non avesse e del quale, comunque, non avrei necessariamente sentito la mancanza.
Quello che non mi è piaciuto di Dubai è la perenne sensazione di trovarmi fuori posto.

Mi sono scontrata con una totale mancanza di ospitalità trovata invece in altri paesi arabi e per una che bada più al fattore umano che a quello architettonico questa è una pecca enorme. E' come quando in un puzzle manca il tassello centrale: te ne accorgi subito.
Dubai è un cantiere a cielo aperto che ha i diamanti ma non le fondamenta.

Sono tornata a casa con una testa diversa e la convinzione ancora più radicata che un viaggio che non ti smuove qualcosa dentro sia in realtà un viaggio inutile.
Le mie tre settimane in Asia mi hanno insegnato molto.
Ho imparato che per vivere come un local a volte devi chiudere gli occhi e non farti domande, devi superare i dubbi su quale sia il modo giusto di comportarsi e modellare il tuo atteggiamento in base a ciò, devi portare rispetto sempre e ancor prima di una buona apparecchiatura fotografica devi avere una buona dose di curiosità perchè mai come questa volta ho capito che le cose più belle non si possono immortalare.

E ho imparato la cosa più importante di tutte: il contatto umano spesso viene messo da parte, ma se riuscissimo ogni volta a posizionarlo sul podio degli interessi, potremmo davvero renderci conto di come una cosa apparentemente così banale sia in grado di cambiare il corso e soprattutto il senso di ogni esperienza.


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