Tuglie: crisi economica e ampliamento del territorio
10 luglio 2015 di Redazione
di Lucio Causo

Si tenne essenzialmente conto del domicilio dei proprietari del terreno, infatti, accadde che la masseria Aragona, vicinissima al paese, divenne parte di Gallipoli perché i proprietari erano domiciliati in quella città.

La crisi economica in quel periodo si era ormai affermata, tanto che molti cittadini tugliesi furono indotti a ricercare nuove terre da coltivare oppure, come tanti altri italiani ridotti in povertà, ad emigrare in America.
I nostri emigranti partivano da Gallipoli per raggiungere via mare Napoli per poi imbarcarsi su grossi bastimenti insieme ad altri emigranti meridionali. Per evitare che la disoccupazione si diffondesse sempre di più, nacquero delle Cooperative di lavoro e Sindacati di contadini che proibivano l’importazione della manodopera per difendere quella locale; i risultati furono disastrosi perché nei Comuni di notevole estensione vi era manodopera, anche se non specializzata, invece i tugliesi, pur essendo esperti contadini rimasero senza occupazione per l’ insufficienza di territorio.

Uno dei prodotti più caratteristici di Tuglie, i piselli, era venduto in vari punti del paese ma non in piazza. L’Amministrazione Comunale impose la vendita dei piselli in Piazza Garibaldi, anche nei giorni di domenica, per salvaguardare il mercato.
Altro problema riguardava il cimitero che era situato sul declivio della collina Aiavecchia a circa 130 metri dall’abitato e ciò non era conforme con la legge, la quale stabiliva che la distanza minima tra i cimiteri e l’abitato doveva essere di 200 metri.
Il Ministero della Pubblica Istruzione, dopo la Grande Guerra, invitò i Comuni d’Italia ad istituire il Parco della Rimembranza in memoria dei Caduti in Guerra, soltanto che Tuglie, avendo 97 morti per la patria non aveva abbastanza territorio per 97 alberi di pino da intestare ai Caduti e dovette ricorrere ai Comuni vicini.
Finalmente fu riconosciuto il vero problema che impediva lo sviluppo economico del Comune di Tuglie.
Nel 1901, Giuseppe Ria, Sindaco del paese, fu il primo ad affrontare la questione riguardante la ristrettezza territoriale, dichiarando tutte quelle disagiate condizioni che ostacolavano l’incremento, il miglioramento e lo sviluppo del territorio. Purtroppo a quel tempo non esisteva alcuna disposizione di legge che permettesse l’ampliamento del proprio territorio a quei Comuni che pur “non essendo murati” si trovassero deficienti di territorio esterno. E tutto rimase come prima, pertanto il lavoro continuava a mancare e i cittadini tugliesi erano costretti ad emigrare nonostante i vari provvedimenti adottati dal Comune.
Cominciarono ad intravedersi miglioramenti economici e sociali quando presero avvio a Tuglie, sulla strada per Parabita, i lavori di costruzione della Distilleria Piccioli, la cui consistenza lasciava sperare nell’assorbimento di un buon numero di operai. Ci fu poi la realizzazione del tratto Nardò – Casarano della ferrovia del Capo di Leuca, lungo il quale era prevista la fermata a Tuglie. Inoltre, la realizzazione della tratta Seclì – Neviano – Aradeo – Tuglie richiese un eccezionale impiego di manodopera anche per lo scavo del trincerone, profondo 15 metri (ai tugliesi noto come “taiamentu”), reso necessario per abbattere i dislivelli del terreno.
I cittadini tugliesi iniziarono a respirare un’aria nuova; non vi era più la disperazione e la sofferenza nei loro occhi ma ottimismo e una grande speranza verso il futuro.
Anche se tutto ciò, durerà poco perché dai Balcani cominciavano a soffiare venti di guerra.
Nel dicembre del 1923, il Governo con proprio decreto intese aiutare i Comuni che, a causa della ristrettezza del proprio territorio, si trovavano in condizioni economiche disagiate.
L’Amministrazione Comunale di Tuglie, senza perdere altro tempo, presentò la richiesta con la specifica relazione tecnica e fu dimostrato che Tuglie aveva effettivamente degli impedimenti nel migliorarsi; in ogni caso, occorreva, per l’ampliamento, fare i conti sia con le risorse finanziarie sia con le autorizzazioni dei Comuni limitrofi. Era evidente quindi, che l’esecuzione delle operazioni di ampliamento del territorio richiedeva tempi medio – lunghi e denaro.
Appena si sparse la notizia della domanda presentata dal Comune di Tuglie al Governo del Re per ottenere l’ampliamento del proprio territorio, nei Comuni vicini si diffuse una certa agitazione, soprattutto a Sannicola e nella sua frazione di San Simone dove la gente raccolse firme in segno di protesta perché sosteneva che l’ampliamento del territorio di Tuglie potesse arrecare danno ai Comuni limitrofi.
Il 6 maggio 1925 il Ministero dell’Interno concesse ai Comuni interessati di sperimentare la via dell’accordo nel termine di un mese; quel termine fu prolungato fino ad aprile del 1926, nel quale mese, i Sindaci di Parabita, Neviano, Sannicola stabilirono la cessione in favore del Comune di Tuglie di 150 ettari ciascuno di territorio. Inizialmente il Comune di Alezio era contrario perché riteneva che la sua adesione avrebbe leso gli interessi del Comune, ma alla fine concesse anch’ esso 150 ettari.
Nello stesso anno fu provveduto anche alla compilazione dei ruoli delle tasse comunali e della tassa sulle attività industriali e di patente. Molti affittuari e mezzadri che pagavano le tasse ai Comuni di Alezio, Sannicola, Neviano e Parabita, avendo i terreni in quei Comuni, ora dovevano pagare la nuova tassa di patente al Comune di Tuglie.
