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Tutta colpa di Freud

Creato il 14 febbraio 2014 da Af68 @AntonioFalcone1

1Diretta e sceneggiata da Paolo Genovese, Tutta colpa di Freud si è rivelata alla visione una commedia nel complesso gradevole e piuttosto curata nella realizzazione (per quanto avvolta nella consueta pellicola protettiva della “bella confezione”, fra glamour e fare piacione), che conferma le buone doti, registiche in primo luogo, del suo autore. Una direzione morbida e sobria, attenta alle inquadrature, mai invasiva o volta a particolari slanci, ma sempre in grado di offrire il giusto risalto ai particolari e alle prove attoriali, valida inoltre a conferire al film in esame una compiuta coralità, fra i suoi punti di forza insieme ai dialoghi ironici, dai toni leggeri e garbati, che costituiscono un buon contrappunto ad una comicità per lo più di situazione. Al di sotto di questo involucro però si avverte la mancanza di una maggiore incisività nel rappresentare tanto la vicenda in sé quanto i suoi protagonisti, per cui, in più di un’occasione, ci si avvicina ai confini propri della realtà di ogni giorno per poi ritornare, abbandonato presto il tentativo di conferirle dimensione cinematografica, nell’alveo circoscritto ed ovattato di un “cinema dei telefoni bianchi”, aggiornato al nuovo millennio.

Marco Giallini, Anna Foglietta, Vittoria Puccini e Laura Adriani

Marco Giallini, Anna Foglietta, Vittoria Puccini e Laura Adriani

Genovese inizia bene, una bella presentazione in parallelo delle tre figure femminili protagoniste, le sorelle Sara (Anna Foglietta), in procinto di tornare a Roma in famiglia, decisa ormai a “farla finita con le donne” dopo che in quel di New York si è vista rifiutare dalla sua compagna una proposta di matrimonio, Marta (Vittoria Puccini), libraia sognatrice ed idealista, innamorata sempre degli uomini sbagliati, in bilico fra ragione e sentimento, ed infine Emma (Laura Adriani) liceale in attesa degli esami di maturità, la quale intrattiene una relazione con il cinquantenne Alessandro (A. Gassman), architetto addetto alle vendite in un mobilificio, sposato. Convincente anche la rappresentazione del trait d’union tra le tre donne, il loro papà Francesco (Marco Giallini), analista, che da quando, diciassette anni orsono, è stato lasciato dalla moglie, si è sempre preso cura delle sue “bambine”, pazienti speciali cui cerca di elargire, lottando con la deontologia, opportuni rimedi atti a fronteggiare quella perniciosa malattia denominata amore, dalla quale neanche lui sembra immune, invaghito com’è di una donna (Claudia Gerini) che incrocia e segue ogni mattina mentre si reca al lavoro, senza trovare mai il coraggio di presentarsi.

Claudia Gerini e Giallini

Claudia Gerini e Giallini

Man mano però che la narrazione prende piede, instradandosi verso una struttura più elaborata, fra una serie di sorprese e colpi di scena ben congegnati, con qualche riuscita battuta a far capolino, idonea a strappare il sorriso (rinvenibile in particolare nel dialogo-confronto tra Francesco/Giallini, sobrio e misurato, e il sornione Gassman), il tentativo di creare un armonico ensemble fra le varie situazioni che si vengono a creare e i diversi modi di affrontarle espressi dai tanti personaggi in scena si imbarca pericolosamente verso una deriva didascalica. Emerge infatti, almeno questa è stata la sensazione avvertita, la precisa volontà di spiegare per filo e per segno ogni variante in corso d’opera (l’abusato espediente della voce over), piuttosto che lasciare fluire liberamente le immagini e far sì che sia la recitazione a conferire loro opportuna caratterizzazione, come avviene per esempio nella sequenza dell’incontro fra il sordomuto Fabio (un bravo Vinicio Marchioni) e Marta/Puccini, momenti silenti in cui il dialogo è sostituito efficacemente ricorrendo alla simbologia offerta dalla segnaletica stradale, o quella della cena al ristorante con Sara/Foglietta e Roberto (Edoardo Leo), dai toni piacevolmente surreali.

Puccini e Vinicio Marchioni

Puccini e Vinicio Marchioni

In una eccessiva diluizione temporale il frequente ricorso alla musica come riempitivo risulta poi sterile, e finisce col smorzare l’efficacia di varie scene, ponendole a metà strada fra il videoclip e lo spot pubblicitario, facendo sì che appassiscano ben presto le comunque stimolanti caratterizzazioni dei personaggi, femminili in primo luogo, per quanto semplicemente abbozzate, dall’energica Foglietta (la sua Sara è nata nel 2007, protagonista del libro Stavolta giuro è diverso, di Paola Mammini, autrice del soggetto insieme a Pieraccioni), portatrice dell’interessante tematica relativa all’identità sessuale, che a volti però assume toni confusi e contraddittori, all’eterea e sognante Puccini, passando per la concretezza, pur acerba, espressa dalla giovane Adriani e senza dimenticare la buona prova, piacevolmente riflessiva e capace di delicate sfumature, offerta da Claudia Gerini.

Alessandro Gassman

Alessandro Gassman

Anche il tema dell’insoddisfazione sentimentale e lavorativa che attanaglia la generazione dei cinquantenni (ecco l’apporto pieraccionesco), prodighi di buoni consigli per evitare ai teneri virgulti d’incappare nei loro stessi errori, rimane un lieve tratteggio, scarsamente incisivo. In definitiva, un film che si lascia comunque vedere, pur incartandosi, spesso e volentieri, su se stesso e i suoi facili assunti, come evidenziato da un finale alimentato in egual misura da stridenti simbolismi e voglia di chiudere sbrigativamente il sipario, ricorrendo alle consuete modalità accomodanti ed autoassolutorie. Tanto per concludere restando in tema, una pellicola che, almeno a parer mio, offre il destro ad una facile rimozione una volta usciti dalla sala e credo proprio non sia tutta colpa di Freud.


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