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Tutto molto bello

Creato il 28 ottobre 2014 da Af68 @AntonioFalcone1
(comingsoon.it)

(comingsoon.it)

Forte del successo conseguito al botteghino dal precedente Fuga di cervelli, suo debutto alla regia lo scorso anno, Paolo Ruffini torna dietro la macchina da presa per dirigere Tutto molto bello, film del quale è anche interprete e co-sceneggiatore (insieme a Marco Petterello e Guido Chiesa), sempre con le spalle ben protette, sia da un punto di vista produttivo (Colorado Film) che distributivo (Medusa), dalla consueta macchina da guerra, quanto mai efficiente in operazioni di tal guisa. Ancora una volta deve registrarsi un risultato, da un punto di vista strettamente cinematografico, ai limiti della decenza rappresentativa e, soprattutto, della coerenza stilistica, espresse entrambe già in fase di scrittura. Quest’ultima appare fluttuante tra vari sketch in forma di barzelletta, visualizzata in virtù dei soliti personaggi macchietta (con l’eccezione del marziano Frank Matano, anche se alla lunga la reiterazione di gesti e battute da “disadattato con un motivo” finisce con l’essere più tediosa che propriamente coinvolgente), intenti a proclamare con enfasi degna di miglior causa battute scontate o vecchie come il cucco (errare humanum est, perseverare… ovest a far da capofila).

Paolo Ruffini e Chiara Francini (movieplayer)

Paolo Ruffini e Chiara Francini (movieplayer)

Sì, d’accordo, già mi sembra di udire il nostro buon bischero tuonare contro le persone tristi, incapaci di concedersi una sana risata e di cogliere l’invito del quale si è voluto fare portatore, ovvero riscoprire la bellezza e la gioia di vivere, allietando codesti nostri tempi grami. Tranquillo Ruffini, amo l’ironia tanto da usarla, spesso, in forma di legittima difesa, riesco a ritagliarmi piccoli angoli di felicità e provo piacere nel condividerli con i miei simili di buona volontà, non ho pregiudizi di sorta nel visionare ogni genere di film (ho visto cose che voi umani …) e quindi sono pronto a scrivere che Tutto molto bello rappresenta certo un tentativo volto a porre in essere qualcosa di più definito e compiuto rispetto al lavoro precedente, almeno come assunto di base. Con altrettanta onestà non posso però esimermi dal constatare il pressapochismo di regia e sceneggiatura nel trasformare il grande schermo in un proscenio dove dar luogo ad una rappresentazione di uno spettacolo televisivo in stile pseudo cabaret. Ecco quindi Ruffini nel ruolo del “bravo presentatore” entrare in scena sgranando gli occhi e assecondare man mano l’andazzo dei vari accadimenti causati dai personaggi che saliranno sul “palco”.

Frank Matano, Ruffini e Gianluca Fubelli (movieplayer)

Frank Matano, Ruffini e Gianluca Fubelli (movieplayer)

Qui l’attore/regista toscano veste i panni di Giuseppe, irreprensibile impiegato dell’ Agenzia delle Entrate, tutto casa e ufficio, che arriva in ospedale insieme alla moglie partoriente, Anna (Chiara Francini). Una gravidanza frutto dell’unico colpo di testa in cui si è imbattuto nel corso della sua esistenza, sesso sfrenato nel negozio di scarpe del padre di lei, dove si era recato per un controllo dei libri contabili, del quale comunque non si dimenticherà, affibbiando una mega sanzione al trucido proprietario. Da tale sorta di prologo in poi, è pronto a sfilare il consueto carrozzone di comici dalla diversa derivazione, in offerta discount: il citato Matano ad interpretare Antonio, gentile e stralunato, totalmente perso nei suoi viaggi senza “canne”, Gianluca Fubelli/Scintilla nella parte di Eros, cantante più che fallito, col vizio di estemporanei strip-tease a coronare le sue esibizioni, ancora innamorato di tale Katia cui dedica strampalate serenate, idonee solo a provocare l’ira psicopatica del fidanzato Serafino (Angelo Pintus). Tutto avrà conclusione dopo una stravagante festa nella villa di un emiro, dalla quale Giuseppe, Eros e Antonio verranno fuori grazie all’intervento di Eva (Nina Senicar), un’ interprete fatalmente scambiata per escort.

Pupo (movieplayer)

Pupo (movieplayer)

Miscelando fra loro gli stilemi propri tanto del buddy che del road movie, ispirandosi, dichiaratamente, a pellicole quali Un biglietto in due (Planes, Traines, Automobiles, John Hughes, 1987) e Tutto quella notte (Adventures in Babysitting, 1987, Chris Columbus), Ruffini e compagni mancano il bersaglio primario proprio di una commedia, quello di far ridere (o almeno sorridere) sulla base di valide gag e situazioni che non siano costituite dalla studiata ripetitività di logori “tormentoni” da scenetta televisiva. Inutile, credo, suggerire che in un film lieve come questo, e simili, una sana improvvisazione messa in atto da attori in stato di grazia, magari capaci di offrire il destro al surreale o al grottesco e di sfruttarli con naturalezza (e non è questo il caso), potrebbe spesso risolvere la situazione, anche perché occorrerebbe una regia capace di stare al gioco e ora nascondere, ora rivelare la propria presenza, manifestando un minimo di polso.

Ruffini (primissima.it)

Ruffini (primissima.it)

Infatti, almeno a parer mio, la sequenza più riuscita (bella lotta) è quella in cui appare Pupo, di cui Eros è un fan sfegatato: straniante ma spontanea, piacevolmente avvolta nell’ autoironia, un breve lampo che rischiara giusto per un attimo un andamento narrativo scomposto e affrettato. La piega riflessiva dai toni amari che il film prende verso il finale, viene risolta con modalità piuttosto brusche e stridenti, tanto da suonare come qualcosa d’imposto e artefatto, egualmente all’happy end forzatamente disneyano, per non dire ruffiano, tanto per soddisfare la parvenza di volersi rivolgere ad un target di riferimento più ampio, non solo teenager ma anche familiari al seguito. Ben venga la leggerezza, il suo impiego per raccontare amabilmente uno squarcio di realtà nel quale magari potersi identificare, ma non è certo quanto riesce a mettere in campo Tutto molto bello, affaticata sequela di stramberie e bischerate messa su alla buona: la regia rappresenta per Ruffini l’isola che c’è, parafrasando Peter Pan, la realizzabilità pratica di un utopico talento riconosciuto solo da lui e dall’entourage che lo circonda, in nome di una esibita autoreferenzialità.


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