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Un’ estate al mare

Creato il 20 luglio 2011 da Gctorino
UN’ ESTATE AL MAREAbbiamo bisogno di svegliarci. Il giorno in cui Ariel Sharon e George W. Bush hanno dichiarato il loro leale sostegno alla soluzione due-Stati, questa formula è diventata un cinico mezzo con cui Israele può mantenere il suo regime di discriminazione all’interno dei confini del 1967, la sua occupazione nella West Bank e la ghettizzazione della Striscia di Gaza.” Ilan Pappè
UN’ ESTATE AL MARE
Arriva l’ estate ed è tempo di partenze. Chissà se fra le migliaia di vacanzieri italiani qualcuno avrà dato retta alla reclame del Ministero del turismo israeliano, che fin dall’ autunno 2010 si è mosso in grande stile per far diventare l’enclave sionista una meta appetibile o persino ambita. Solo nel 2011 sono stati stanziati in tal senso circa 135 milioni di euro. Circa 53 milioni di euro sono stati destinati a potenziare il traffico aereo e a finanziare attività di promozione. Saranno cioè investiti in pubblicità e in operazioni di co-marketing fra Ministero e operatori turistici. Ben 75 milioni saranno invece impiegati per lo sviluppo ed il potenziamento delle infrastrutture, oltre che per migliorare le strutture ricettive. E 6 milioni di euro saranno infine quelli che confluiranno sugli eventi “religiosi e culturali”.
Tempo di partenze, dicevamo. Chi invece non parte è la Freedom Flottilla II, tradita dal governo greco e -stando alle ultime rivelazioni- dai governi di Italia (vabbè), Francia (bella faccia di bronzo!) e addirittura Turchia (Do you remember Mavi Marmara Mr. Erdogan?). Certo possiamo dire che la maggior parte degli attivisti della Flottilla II ha fatto davvero il possibile per approdare a Gaza. Gli statunitensi e i greco-svedesi, dopo essere salpati, sono stati bloccati e ricondotti in porto. I canadesi addirittura abbordati dalla guardia costiera ellenica. I francesi della Dignité-Al Karima sono andati più vicini alla meta di tutti, fermati solo da un atto di pirateria, avvenuto poche ore fa in acque internazionali, a 50 km da Gaza. Al solito, i corpi speciali sionisti hanno sequestrato tutti gli attivisti internazionali, che attualmente si trovano ancora imprigionati ad Ashdod.
Resta da dire che, per noi, una bella villeggiatura gratis nell’Hotel Millesbarre resta l’unico modo concepibile per visitare Israele, nonostante le cifre che il governo di Tel Aviv spende in promozione turistica. Spendessero pure il doppio o dieci volte tanto, non basterebbe a convincerci del contrario. E nonostante le innumerevoli violazioni dei più elementari diritti subite nel corso di anni dagli attivisti internazionali detenuti, rimaniamo convinti che esse siano solo una frazione di quanto riservato alle migliaia di prigionieri politici palestinesi. Cui tocca purtroppo il servizio completo. Ottocento minorenni arrestati e processati negli ultimi 6 anni (uno assolto), una nutrita delegazione del parlamento palestinese ad ispezionare a tempo pieno le carceri di Israele, uno spazio medio di un metro e mezzo per prigioniero.
Capirete come la situazione ci paia ben delineata. Come sia impossibile non vedere chi OGGI mostra i segni della vittima e chi invece quelli del carnefice, nonostante un’altra operazione di marketing (assai più vasta e ricorrente) voglia le radici dello stato israeliano gettate dagli orrori dell’ Olocausto. Dato che questa banale affermazione non ci pare affatto condivisa, nemmeno all’ interno del partito, permetteteci di stilare un breve depliant turistico rivolto non ad un occasionale viaggiatore occidentale ma ad un palestinese residente nello “Stato d’Israele”.
Se non sei un turista, ma un ospite di tipo diverso, un palestinese può:
-sposarti con una persona dei Territori Occupati. Però non puoi attuare il ricongiungimento familiare, né fargli ottenere la cittadinanza. Se vuoi vivere assieme ad essa devi trasferirti nei territori occupati
-avere un figlio con una persona dei Territori Occupati. Però il figlio non avrà mai diritto alla cittadinanza israeliana, e a 12 anni dovrà trasferirsi nei Territori Occupati
-godere di tracciati stradali differenziati: una moderna viabilità che ti può portare negli insediamenti ebraici illegittimi, l’altra residuale e sconnessa tutta per te. Provvista peraltro di un sacco di check-point che interrompono la viabilità per ore
Ecco invece cosa non può fare:
-Salire su veicoli con targa israeliana, nemmeno condotti da israeliani, a meno che tu non abbia uno speciale permesso
-Costruirti case abusive. L’abusivismo è una cosa vergognosa, devi chiedere il permesso edilizio allo “Stato di Israele”.Come,SE PUOI AVERE IL PERMESSO? OVVIAMENTE NO! E ricorda che le case abusive verranno abbattute a norma di legge.
-Tornare nel tuo luogo d’origine, o nel luogo d’origine della tua famiglia: hai deciso di essere scacciato dai sionisti e non puoi tornare indietro, per te rimane la soluzione Tenda-in-un-campo-profughi. Ah, oppure puoi convertirti all’ebraismo e utilizzare la “Legge del Ritorno (dove torna chi non c’è mai stato e chi c’èra già non ritorna)
Bello vero? Ma è ancor più bello che un partito “comunista” come il nostro sostenga una soluzione dove un simile stato non solo permane, ma dovrebbe essere pure riconosciuto dall’ ipotetica controparte palestinese (ma senza fonti di acqua ed energia indipendenti da Israele sarebbe davvero una controparte? E quale sarebbe la sovranità reale di tale Stato?)
Per concludere, vorremmo segnalarvi proprio una discussione su questo tema, intercorsa fra due esponenti delle sinistra israeliana, di cui vi abbiamo fornito uno stralcio in apertura dell’ articolo
Carlo Lingera – Responsabile Esteri, Giovani Comunisti Torino 2.0
Due popoli-due stati o un solo Stato per due popoli?
Scambio tra Ilan Pappe e Uri Avnery (30 maggio 2007)
Il 22 aprile scorso, nel villaggio di Bil’In ha avuto luogo la seconda conferenza internazionale sulla resistenza popolare.
Lì Ilan Pappe ha ribadito i temi a lui cari: creazione di uno Stato unico e lotta attraverso il boicottaggio (detti temi erano stati da lui approfonditi in una conferenza tenuta a Tokio a metà del marzo scorso a presentazione del suo ultimo volume).
Iniziamo da una sintesi di quanto detto dal prof. Pappe a Bil’In, ringraziando ancora Gabriella Cecilia Gallia per le traduzioni.
Ilan Pappe: sosteniamo il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni
Ilan Pappe, celebre autore e storico israeliano, è professore emerito presso il dipartimento di scienze politiche dell’Università di Haifa.
Pappe ha iniziato il suo intervento dichiarando che il punto di partenza di qualsiasi discussione sul conflitto Israelo-Palestinese dovrebbe essere il riconoscimento che questa terra è già uno Stato unico governato da un regime unico. Ha affermato: “Tutti noi siamo sotto la legge di un regime ideologico che impone una legge: quella Ebraica“.
Pappe ha sottolineato che l’attuale elite di governo si esprime molto chiaramente rispetto alle ideologie Ebraiche. Ha detto: “L’elite israeliana ha perso l’inerzia e la capacità di navigare in mezzo alle vere ideologie Ebraiche e si sforza di deludere il mondo“. Ha continuato: “L’elite politica di Israele realizza un stato Ebraico con il minor numero di Palestinesi possibile, al suo interno“.
Pappe ha dichiarato che le persone che si oppongono a questo stato Ebraico dovrebbero “mandare il messaggio che questo non è accettabile in una nazione civile, sostenendo boicottaggio, disinvestimento e sanzioni“.
Ha attirato l’attenzione sulle “forti tendenze sotterranee di persone che in Occidente si mettono al servizio della causa Palestinese“, ma ha aggiunto che c’è un grandissimo ostacolo al successo di questi movimenti che si oppongono ad Israele: “Il solo ostacolo che si oppone a queste enormi energie è la paura di essere definiti anti-Semiti. Lasciamoci alle spalle questa paura… specialmente le persone della Germania, e specialmente a causa dell’Olocausto, i tedeschi dovrebbero dire ‘non possiamo accettare questa occupazione; è un retaggio vergognoso permettere ad Israele di fare ai Palestinesi quello che i Nazisti hanno fatto agli Ebrei’“.
Pappe, come pedagogista di tendenza in Israele, ha parlato dell’indottrinamento degli israeliani rispetto ai Palestinesi: “la società Israeliana è monolitica, non in tutto, non nella cultura popolare, nello sport e nella musica; ma sull’argomento Palestinesi. Il sistema educativo istruisce gli Israeliani dalla culla alla tomba a vedere i Palestinesi come sub-umani“.
Ha proclamato: “La gente deve capire la relazione tra il muro dell’apartheid, la persecuzione degli arabi e il massacro del 1948: sono tutte politiche Israeliane, tutte concepite per espropriare i Palestinesi della Palestina“.
A queste dichiarazioni risponde Uri Avnery pochi giorni dopo:
Il letto di Sodoma
Uri Avnery su Hagada Hasmalit – 22 Aprile 2007
Uri Avnery risponde all’appello di Ilan Pappe per un boicottaggio internazionale e totale di Israele
Nella leggenda ebraica il letto di Sodoma è il simbolo del male.
UN’ ESTATE AL MARELa Bibbia racconta come Dio decise di cancellare Sodoma a causa della malvagità della sua gente (Genesi, 18). La leggenda ci fornisce un esempio di questa malvagità: il letto speciale per i visitatori. Quando uno straniero arrivava a Sodoma, veniva messo in questo letto. Se era troppo alto le sue gambe venivano accorciate. Se era troppo basso i suoi arti venivano tirati fino ad essere della misura giusta.
Nella vita politica, c’è più di un letto come quello. A destra e a sinistra ci sono persone che mettono qualsiasi problema su quel letto, tagliano via gli arti o li allungano finché la realtà va d’accordo con la teoria.
Dagli anni sessanta in poi, i teorici di sinistra hanno teso a mettere ogni situazione nel letto del Vietnam. Che fosse la tirannia assassina in Cile, o le minacce americane contro Cuba, dovevano adattarsi al modello del Vietnam. Applicando questo modello era facile decidere chi erano i buoni e chi i cattivi e che cosa fare per risolvere il problema.
Era comodo. È più facile tirare delle conclusioni quando non è necessario considerare la complessità di un particolare conflitto, il suo retroterra storico e le sue circostanze locali.
Più tardi, un nuovo letto di Sodoma ha acquistato credito: il Sud Africa. In alcuni circoli della sinistra radicale c’è la tendenza a forzare ogni conflitto in questo letto. Ogni nuovo caso di male e di oppressione nel mondo è visto come una nuova versione del regime di apartheid, e secondo questa visione si decide come risolvere il problema e che cosa fare per ottenere il finale desiderato.
Vero, la situazione sorse in particolari circostanze storiche e ci mise secoli a maturare. Non era identica al problema degli Aborigeni in Australia o degli insediamenti dei bianchi in Nord America, né al Nord Irlanda o alla situazione in Iraq. Ma certamente è comodo dare una risposta e sempre la stessa a tutti i problemi.
Naturalmente, c’è sempre una somiglianza superficiale tra i diversi regimi oppressivi. Ma se uno non è pronto a vedere le differenze tra le malattie, è soggetto a prescrivere false medicine e rischia di uccidere il paziente nel corso del processo.
Ora questo sta accadendo qui.
È facile mettere il conflitto Israelo-Pelestinese nel letto del Sud Africa, dal momento che le somiglianze tra i sintomi sono ovvi. L’occupazione israeliana dei territori palestinesi, al momento sono 40 anni che va avanti, e ne sono passati almeno 60 dalla Nakba – il conflitto armato del 1948 in cui lo Stato di Israele venne alla luce e in cui più della metà dei palestinesi persero le loro case e la terra. Le relazioni tra i coloni e i palestinesi ricordano in molti modi l’apartheid, e persino nello stesso Israele, i cittadini arabi sono lontani da una reale uguaglianza.
Che fare? Dal Sud Africa si deve imparare che non c’è nulla da guadagnare ad appellarsi alla coscienza delle persone che governano. All’interno della minoranza bianca in Sud Africa, non c’era nessuna vera differenza tra Destra e Sinistra, tra razzisti dichiarati e liberali, che altro non erano che razzisti meglio camuffati, con l’eccezione di pochi eroi bianchi che si unirono alla lotta per la libertà.
Tuttavia, la redenzione potè giungere solo dall’esterno. E davvero, l’opinione pubblica mondiale vide l’ingiustizia dell’apartheid e impose al Sud Africa un boicottaggio su scala mondiale, finché alla fine la minoranza bianca capitolò.
Il potere negli Stati Uniti del Sud Africa passò nelle mani della maggioranza nera, Nelson Mandela venne liberato dalla prigione e divenne presidente, e tutto questo avvenne – meraviglia delle meraviglie – senza spargimento di sangue.
Se questo è accaduto in Sud Africa, dicono i sostenitori di questo punto di vista, deve accadere anche qui. L’idea di creare uno Stato Palestinese accanto allo Stato di Israele (la “Soluzione-Due-Stati”) deve essere rigettata, e un solo Stato tra il mar Mediterraneo e il fiume Giordano (la “Soluzione-Uno-Stato”) deve diventare la meta. Questo deve essere ottenuto con l’ultima arma che ha dato buona prova di sé in Sud Africa: il boicottaggio.
Questo è ciò che sta per accadere: gli amanti della giustizia di tutto il mondo convinceranno l’opinione pubblica mondiale ad imporre un boicottaggio generale allo Stato di Israele. Lo Stato collasserà e si disintegrerà, tra il mare e il fiume verrà alla luce un solo Stato, in cui Israeliani e Palestinesi vivranno insieme pacificamente, come cittadini eguali. I coloni potranno stare dove sono, non ci saranno problemi di confini, e tutto quello che rimane da decidere, è chi sarà il Mandela Palestinese.
Questa settimana ho ascoltato una conferenza del professor Ilan Pappe dell’Università di Haifa, uno dei portavoce di quest’idea. Il pubblico era formato da palestinesi, israeliani e attivisti internazionali, a Bil’in, il villaggio che è diventato un simbolo della resistenza all’occupazione.
Ha presentato una raccolta di idee ben strutturata, espressa con entusiasmo ed eloquenza.
Questi erano i principi:
- non ha senso opporsi soltanto all’occupazione, né ad altre politiche particolari del governo israeliano. Il problema, nella sua reale essenza, è Israele come Stato Sionista. È impossibile cambiare queste essenza fintanto che lo Stato esiste.
- Nessun cambiamento è possibile dall’interno, perché in Israele non c’è differenza reale tra Destra e Sinistra. Entrambe sono complici in una politica il cui vero scopo è la pulizia etnica, l’espulsione dei palestinesi non solo dai territori occupati, ma anche dallo stesso Israele.
- Di conseguenza, chi anela ad una soluzione giusta deve mirare alla creazione di un solo Stato, al quale i rifugiati del 1948 e del 1967 saranno invitati a ritornare. Sarà uno Stato unico ed egualitario, come è oggi il Sud Africa.
- Non ha senso cercare di cambiare Israele dall’interno. La salvezza verrà dall’esterno: un boicottaggio di Israele su scala mondiale, che costringerà lo Stato a cedere e convincerà l’opinione pubblica israeliana che non c’è altra via oltre la Soluzione-Uno-Stato.
Suonava logico e convincente, e il relatore ha davvero meritato gli applausi.
Questa struttura teorica contiene diverse affermazioni su cui non ho niente da dire.
La Sinistra Sionista in realtà negli ultimi anni ha collassato, e la sua assenza dal campo di battaglia è un dato doloroso e pericoloso. Nell’attuale Knesset, non c’è nessun vero partito Sionista che stia combattendo seriamente per un’uguaglianza vera dei cittadini Arabi. Oggi nessuno è in grado di mobilitare centinaia di migliaia, o neanche decine di migliaia di persone, per fare pressione sul governo perché accetti la proposta di pace dell’intero mondo arabo.
Non c’è alcun dubbio che la vera malattia non sono i 40 anni di occupazione. L’occupazione è un sintomo di una malattia più profonda, che è connessa con l’ideologia ufficiale dello Stato. La meta della pulizia etnica e la creazione di uno Stato Ebraico dal mare al fiume è cara al cuore di molti Israeliani, e forse Rabbi Meir Kahane aveva ragione quando affermava che questo è il desiderio inespresso di ognuno.
Ma diversamente dal professor Pappe, io sono convinto che sia possibile cambiare la direzione storica di Israele. Sono convinto che questo sia il vero campo di battaglia per le forze pacifiste Israeliane, e io stesso ne sono stato coinvolto per decine di anni.
Inoltre, credo che abbiamo già ottenuto risultati impressionanti: il riconoscimento del popolo Palestinese è diventato generalizzato, e così la preparazione della maggior parte degli Israeliani ad accettare l’idea di uno Stato Palestinese con Gerusalemme capitale di entrambi gli Stati. Abbiamo forzato il nostro governo a riconoscere l’Autorità Palestinese, e noi lo obbligheremo a riconoscere Hamas. Vero, questo non sarebbe successo senza la fermezza del popolo Palestinese e (alcune volte) le circostanze internazionali favorevoli, ma il contributo delle forze pacifiste israeliane, che sono state le pioniere di queste idee, è stato significativo.
Anche la nozione, che ultimamente è stata accettata in Israele e in altri Paesi, che la pace si otterrà soltanto quando verrà superato il divario tra le narrazioni Israeliana e Palestinese, integrandole in un unico resoconto storico, che riconoscerà le ingiustizie che sono state commesse e che stanno ancora continuando. Niente è più importante (Il nostro libretto rompighiaccio “Verità contro verità” è stato l’inizio di questo processo).
In apparenza sembra che abbiamo fallito. Non siamo riusciti a forzare il nostro governo a smettere di costruire il muro o di ingrandire gli insediamenti, né a restituire ai palestinesi la loro libertà di movimento. I cittadini arabi di Israele non hanno ottenuto una vera uguaglianza. Ma oltre la superficie, nel profondo della coscienza nazionale, abbiamo avuto successo. La domanda è come trasformare il successo nascosto in un dato politico evidente. In altre parole: come cambiare la politica di Israele.
L’idea della Soluzione-Uno-Stato danneggerà moltissimo questo sforzo.
Sposta lo sforzo da una soluzione che ha ora, dopo molti anni, una ampia base pubblica, a favore di una soluzione che non ha alcuna possibilità.
Non c’è alcun dubbio che il 99,9% degli Ebrei Israeliani vuole che lo Stato di Israele esista come Stato e con una forte maggioranza ebraica, qualunque siano i suoi confini.
L’opinione che un boicottaggio su scala mondiale possa cambiare questo, è una totale illusione.
Immediatamente dopo questa conferenza il mio collega Adam Keller ha fatto al professore questa semplice domanda: “Il mondo intero ha imposto il blocco al popolo Palestinese. Ma a dispetto della terribile miseria in cui versano, i Palestinesi non sono stati messi in ginocchio. Perché pensa che il boicottaggio dovrebbe piegare il pubblico Israeliano così che rinunci al carattere Ebraico dello stato?” (Non c’è stata risposta).
In ogni caso questo tipo di boicottaggio è del tutto impossibile. Qua e là, un’organizzazione può dichiarare il boicottaggio, piccoli circoli di amanti della giustizia possono mantenerlo, ma non c’è possibilità che nei prossimi decenni un movimento per il boicottaggio su scala mondiale, come quello che ha piegato il regime razzista del Sud Africa, si manifesti. Quel regime era capeggiato da ammiratori dichiarati dei Nazisti. Un boicottaggio dello “Stato Ebraico”, che viene identificato con le vittime del Nazismo, semplicemente non accadrà. Sarà sufficiente ricordare alle persone che il lungo cammino verso le camere a gas è cominciato nel 1933 con lo slogan nazista “Kauft nicht bei Juden” (“Non comprare dagli Ebrei”)
(Il dato disgustoso che il governo dello “Stato dei Sopravvissuti all’Olocausto” abbia strette relazioni con lo Stato dell’Apartheid non cambia questa situazione).
UN’ ESTATE AL MAREQuello è il problema con il letto di Sodoma: la stessa misura non va bene per tutti.
Quando le circostanze sono diverse anche i rimedi devono essere diversi.
L’idea della Soluzione-Uno-Stato può attrarre persone che disperano della lotta per l’anima di Israele. Lo capisco. Ma è un’idea pericolosa, soprattutto per i Palestinesi.
Statisticamente gli Ebrei Israeliani, costituiscono, al momento attuale, la maggioranza assoluta tra il mare e il fiume. A questo, si deve aggiungere un altro dato importante: la media delle entrate annue di un Arabo palestinese è di circa 800 dollari, quella di un Ebreo israeliano è di circa 20.000 dollari, 25 volte (!) più alta. L’economia israeliana cresce di anno in anno. I palestinesi sarebbero “spaccalegna e portatori d’acqua”. Questo significa che se l’immaginario Stato unico venisse alla luce, gli ebrei eserciterebbero il potere assoluto. Naturalmente userebbero il loro potere per consolidare il proprio dominio ed impedire il ritorno dei profughi.
Così l’esempio del Sud Africa potrebbe diventare vero retroattivamente: nello Stato Unico, verrebbe alla luce un regime davvero simile all’apartheid. Non solo il conflitto Israeliano-Palestinese non verrebbe risolto, ma al contrario, evolverebbe verso una fase persino più pericolosa.
Pappe ha proposto un’argomentazione che a me è sembrata un po’ strana: che uno Stato Unico in pratica esiste già, dato che Israele governa dal mare al fiume. Ma non è così. Non c’è uno Stato unico né formalmente né in pratica, ma uno Stato che ne occupa un altro. Tale Stato, in cui una nazione controlla l’altra, alla fine si disintegrerà – come hanno fatto l’Unione Sovietica e la Yugoslavia.
Lo Stato Unico non nascerà. Non solo gli Israeliani ma anche la maggior parte dei Palestinesi non rinuncerà al diritto di uno Stato nazionale proprio. Possono applaudire il professore Israeliano che invoca lo smantellamento dello Stato di Israele, ma non hanno il tempo di attendere che soluzioni utopistiche si realizzino nel corso di centinaia di anni. Hanno bisogno di porre fine all’occupazione e raggiungere una soluzione del conflitto, qui ed ora, nel futuro prossimo.
Tutte le persone di buona volontà che vogliono aiutare il popolo Palestinese occupato dovrebbero essere consigliati di tenersi alla larga dall’idea di un boicottaggio generale di Israele. Spingerebbe gli Israeliani nelle braccia della destra estrema, perché rinforzerebbe la credenza di destra che “Tutto il mondo è contro di noi” – una credenza ha le sue radici negli anni dell’Olocausto, quando “tutto il mondo stava a guardare e rimaneva in silenzio”. Ogni bambino Israeliano lo impara a scuola.
Un boicottaggio mirato contro specifiche organizzazioni e corporazioni che contribuiscono attivamente all’occupazione può davvero aiutare a convincere l’opinione pubblica Israeliana che l’occupazione non vale la pena. Tale boicottaggio può conseguire uno scopo specifico – se non ha come meta la distruzione dello stato di Israele.
Gush Shalom, al quale io appartengo, da dieci anni, organizza il boicottaggio dei prodotti degli insediamenti. Lo scopo è isolare i coloni e i loro complici. Ma un boicottaggio generale dello Stato di Israele otterrebbe lo scopo contrario – isolare i pacifisti israeliani.
La “Soluzione-Due-Stati” era ed è ancora l’unica soluzione. Quando la proponemmo immediatamente dopo la guerra del 1948, potevamo contarci sulle dita di una mano non solo in Israele ma nel mondo intero. Ora c’è un consenso mondiale intorno ad essa. Il cammino verso questa soluzione non è facile, molte trappole pericolose lungo la via, ma è una soluzione realistica e può essere conseguita.
Uno può dire: OK, noi accettiamo la Soluzione-Due-Stati perché è realistica, ma dopo la sua realizzazione dobbiamo sforzarci ad abolire i due Stati e creare uno Stato congiunto. A me va bene. Dal mio punto di vista, io spero che nel corso del tempo si formerà una federazione di due Stati e le relazioni tra i due diventeranno strette. Io spero anche che si creerà un’unione regionale, simile all’UE, che comprenda tutti gli stati Arabi e Israele e magari anche la Turchia e l’Iran.
Ma prima dobbiamo curare la ferita di cui tutti soffriamo: il conflitto Israelo-Palestinese. Non con specialità farmaceutiche, certamente non con il letto di Sodoma, ma con le medicine che abbiamo sullo scaffale.
Il 18° capitolo della Genesi racconta di Abramo che cercava di convincere l’Onnipotente a non distruggere Sodoma “Forse ci sono 50 giusti, davvero li vuoi distruggere e non risparmierai quel luogo per i 50 giusti che vi si trovano?”
Dio gli promise di non distruggere la città se avesse trovato 50 giusti. Abramo contrattò e portò l’Onnipotente a scendere a 45, poi a 40, 30 e 20, e alla fine si accordarono per 10. Ma a Sodoma non si trovarono 10 giusti, e così il suo destino si compì.
Io credo che in Israele ci siano molti, molti più di 10 giusti. Tutti i sondaggi sull’opinione pubblica mostrano che la grande maggioranza degli Israeliani non solo vuole la pace, ma è pronta a pagarne il prezzo. Manca loro la fiducia. Sono incatenati dalle convinzioni acquisite nella prima infanzia. Devono esserne liberati – e io credo che possa essere fatto.
 
Ilan Pappe, infine, replica:
Alla ricerca di alternative al fallimento
Ilan Pappe – The Electronic Intifada – 26 Aprile 2007
UN’ ESTATE AL MAREUri Avnery accusa i sostenitori della soluzione uno-Stato di adattare forzosamente i dati al “Letto di Sodoma”. Sembra che veda queste persone, al massimo, come sognatori ad occhi aperti che non capiscono la realtà politica attorno a loro, impantanati in un perpetuo stato di illusione. Tutti noi siamo veterani, compagni della Sinistra Israeliana, e perciò è assolutamente possibile che nei momenti di disperazione cadiamo nella trappola dell’allucinazione e dell’immaginazione mentre ignoriamo la spiacevole realtà che ci circonda.
E inoltre la metafora del Letto di Sodoma può adattarsi persino a menare colpi alla cieca su coloro che si ispirano al modello del Sud Africa nella loro ricerca di una soluzione per la Palestina. Ma in questo caso è una brandina di Sodoma paragonata al letto, di dimensioni superiori al normale, in cui Gush Shalom e altri membri della Sinistra Sionista insistono a comprimere la soluzione due-Stati. Il modello Sud Africa è giovane – infatti non è passato neanche un anno da quando è stato preso seriamente in considerazione [per Israele: nota di Hawiyya] – mentre la formula due Stati ha sessant’anni: un’illusione pericolosa ed abortita che ha autorizzato Israele a continuare l’occupazione senza trovarsi di fronte nessuna critica significativa da parte della comunità internazionale.
UN’ ESTATE AL MAREIl modello Sud Africano è un buon argomento per uno studio comparativo – non come oggetto di vana emulazione. Alcuni capitoli della storia della colonizzazione del Sud Africa e della Sionistizzazione della Palestina sono davvero pressappoco identici. Il metodo di governo dei coloni bianchi in Sud Africa assomiglia molto da vicino a quello applicato dal movimento Sionista e più tardi da Israele contro la popolazione indigena della Palestina fin dalla fine del 19° secolo. Dal 1948 la politica ufficiale di Israele contro una parte dei Palestinesi è stata più mite del regime dell’Apartheid, contro un’altra parte è stata molto peggio.
Ma soprattutto il modello del Sud Africa ispira quelli che hanno a cuore la causa Palestinese in due direzioni cruciali: l’introduzione di uno Stato democratico, offre un nuovo orientamento per una soluzione futura al posto della formula due-Stati che ha fallito, e dà vigore ad un nuovo pensiero su come l’occupazione può essere sconfitta – attraverso il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (l’opzione BDS).
I dati in campo sono chiari come il cristallo: la soluzione due-Stati è lugubremente fallita e non abbiamo tempo libero da sprecare in futili anticipazioni di un altro illusorio giro di tentativi diplomatici che non condurranno da nessuna parte. Come Avnery ammette il partito della pace fin qui ha fallito nel convincere la società ebraica israeliana a tentare la via della pace. Una valutazione sobria e critica della dimensione e della forza di questo campo conduce all’inevitabile conclusione che non ha alcuna possibilità, contro le tendenze dominanti della società israeliana. È incerto persino se manterrà sul terreno questa presenza assolutamente minima ed è grande la preoccupazione che scompaia del tutto.
Avnery ignora questi dati e afferma che la soluzione uno-Stato è una panacea pericolosa da offrire ad un paziente in condizioni critiche. D’accordo, allora prescriviamogliela gradualmente. Ma per l’amor di Dio, sottraiamo il paziente alle medicine che gli abbiamo fatto ingoiare a forza negli ultimi sessant’anni e che sono sul punto di ucciderlo.
Per amore della pace, è importante ampliare le nostre ricerche sul modello Sud Africano e gli studi su altri casi storici. A causa del nostro fallimento dovremmo studiare attentamente qualsiasi altra lotta contro l’oppressione che abbia avuto successo. Tutti questi studi di casi storici mostrano che la lotta dall’interno e dall’esterno si rinforzavano l’una con l’altra e non si escludevano reciprocamente.
Persino quando vennero imposte le sanzioni al Sud Africa, l’ANC ha continuato la sua lotta e i bianchi sud africani non hanno interrotto il loro tentativo di convincere i loro compatrioti a rinunciare al regime dell’Apartheid. Ma non c’era una sola voce che riecheggiasse l’articolo di Avnery, affermando che la strategia della pressione dall’esterno è sbagliata perché indebolisce le possibilità di un cambiamento dall’interno. Specialmente quando il fallimento della lotta interna è così vasto ed evidente. Persino quando il governo di De Klerk negoziava con l’ANC, il regime delle sanzioni continuava ancora.
UN’ ESTATE AL MAREÈ anche molto difficile capire perché Avnery sottovaluta l’importanza dell’opinione pubblica mondiale. Senza il supporto che l’opinione pubblica mondiale diede al movimento Sionista, la Nakba (catastrofe) non sarebbe accaduta. Se la comunità internazionale avesse respinto l’idea della divisione, uno Stato unitario avrebbe sostituito il Mandato per la Palestina, come in verità era desiderio di molti membri delle NU. Tuttavia questi rappresentanti si piegarono alla violenta pressione degli Usa e della lobby sionista e ritirarono il loro iniziale sostegno a quella soluzione. E oggi se la comunità internazionale cambiasse ancora una volta posizione e rivedesse il suo atteggiamento nei confronti di Israele, le possibilità della fine dell’occupazione si accrescerebbero enormemente e probabilmente ciò aiuterebbe a prevenire il colossale bagno di sangue che sommergerebbe non solo i Palestinesi ma anche gli stessi Ebrei.
L’appello per la soluzione uno-Stato, e la richiesta di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, deve essere letta come una reazione al fallimento della precedente strategia – una strategia sostenuta dalle classi politiche ma mai pienamente sottoscritta dalla gente. E chiunque respinga il nuovo pensiero in maniera così categorica e senza pensarci su, può darsi che sia meno disturbato da ciò che c’è di sbagliato in questa nuova opzione e molto più preoccupato per la propria posizione nella storia. È davvero difficile ammettere il fallimento sia personale che collettivo; ma per amore della pace qualche volta è necessario mettere da parte il proprio ego.
Sono propenso a pensarla in questo modo quando leggo il racconto falso che Avnery ha inventato sulle “realizzazioni” conseguite fin qui dal movimento per la pace Israeliano. Ha asserito che “il riconoscimento dell’esistenza del popolo Palestinese è diventato generale, così la prontezza della maggior parte degli israeliani ad accettare l’idea di uno stato palestinese con Gerusalemme capitale di entrambi gli Stati“. Questo è un chiaro caso di amputazione di tutte due le gambe e una mano del paziente per farlo entrare nel letto di Sodoma. Ed è ancora più inverosimile la dichiarazione che “noi abbiamo costretto il nostro governo a riconoscere l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e lo obbligheremo a riconoscere Hamas” – ora che quanto resta degli arti del paziente è stato eliminato (mi scuso per la metafora raccapricciante, ma ci sono costretto dalla scelta di Avnery). Queste affermazioni hanno molto poco in comune con la posizione dell’opinione pubblica in Israele dal 1948 ad oggi. Ma a volte i dati possono confondere l’argomentazione.
Allo scopo di soffocare qualsiasi dibattito sulla soluzione uno-Stato e sull’opzione BDS, Avnery tira fuori dal suo cilindro magico la carta vincente: “ma sotto la superficie, nelle profondità della coscienza nazionale, noi stiamo avendo successo“. Dotiamo allora i palestinesi di metal detector e attrezzature per le radiografie così potranno scoprire non solo il tunnel ma anche la luce alla fine.
La verità è che ciò che giace ai livelli più profondi della coscienza nazionale Israeliana è peggio di ciò che appare alla superficie. E speriamo che resti per sempre dove si trova e non affiori in superficie. Sono depositi di razzismo oscuro e primitivo che se venisse loro permesso di straripare ci annegherebbero in un mare di odio e di fanatismo (vd. sondaggi di Haaretz).
Avnery ha ragione quando afferma che “non c’è dubbio che il 99,9 per cento degli Ebrei Israeliani vuole che lo Stato di Israele esista come Stato a forte maggioranza ebraica, qualunque siano i suoi confini“. Una campagna di boicottaggio di successo non cambierà questa posizione in un giorno, ma manderà un chiaro messaggio a questo pubblico che queste posizioni sono razziste ed inaccettabili nel 21° secolo. Senza i rifornimenti di ossigeno culturale ed economico che l’Occidente fornisce ad Israele, sarebbe difficile per la maggioranza silenziosa andare avanti e credere che è possibile essere sia uno Stato razzista sia uno Stato legittimo agli occhi del mondo. Dovrebbero scegliere e come è auspicabile prenderebbero la decisione giusta, come De Klerk.
Avnery è anche convinto che Adam Keller ha ridimensionato con successo la discussione sul boicottaggio evidenziando che nei Territori Occupati Palestinesi il boicottaggio non ha funzionato. Questo è davvero un bel paragone: un prigioniero politico giace inchiodato al suolo e osa resistere; come punizione gli viene anche negato il magro pasto che finora ha ricevuto. La sua situazione viene paragonata ad una persona che occupa illegalmente la casa di questo prigioniero e che per la prima volta si trova di fronte alla possibilità di essere condotta di fronte alla giustizia per i suoi crimini. Chi ha più da perdere? Quando, la minaccia è pura crudeltà e quando è un mezzo giustificato per correggere un male precedente?
Il boicottaggio non si realizzerà afferma Avnery. Dovrebbe parlare con i veterani del movimento anti-apartheid in Europa. Sono passati vent’anni prima che riuscissero a convincere la comunità internazionale ad agire. E mentre cominciavano il loro lungo viaggio, veniva detto loro che non avrebbe funzionato – che c’erano troppi interessi economici e strategici coinvolti e investiti in Sud Africa.
Di più, aggiunge Avnery, in luoghi come la Germania l’idea di boicottare le vittime del Nazismo verrebbe respinta immediatamente. Assolutamente il contrario. L’azione che è già stata intrapresa in questa direzione ha messo fine al lungo periodo di manipolazione Sionista della memoria dell’Olocausto. Israele non può più continuare a giustificare i suoi crimini sui Palestinesi in nome dell’Olocausto. In Europa sempre più persone si rendono conto che le politiche criminali di Israele fanno violenza alla memoria dell’Olocausto ed ecco perché così tanti Ebrei sono membri del movimento per il boicottaggio.
Questa è anche la ragione per cui il tentativo di Israele di lanciare l’accusa di anti-Semitismo contro i sostenitori del boicottaggio ha incontrato disprezzo e resistenza. I membri del nuovo movimento sanno che le loro motivazioni sono umanitarie e i loro impulsi democratici. Per molti le loro azioni sono state innescate non solo da valori universali ma anche dal loro rispetto per l’eredità Giudaico-Cristiana della storia. Sarebbe stato meglio per Avnery usare la sua immensa popolarità in Germania, per chiedere alla società locale di riconoscere non solo il proprio contributo all’Olocausto ma anche alla catastrofe palestinese e in nome di quel riconoscimento chiedere loro di porre fine al vergognoso silenzio di fronte alle atrocità israeliane nei Territori Occupati.
Verso la fine del suo articolo, Avnery tratteggia le caratteristiche della soluzione uno-Stato a partire dalla realtà attuale. E dato che non comprende il ritorno dei rifugiati o un cambiamento di regime descrive la tetra realtà di oggi come visione del futuro. Questa è davvero una realtà per la quale non merita lottare e nessuno che io conosca si sta battendo per questo.
La visione della soluzione uno-Stato deve essere l’esatto opposto dell’attuale stato di Apartheid in Israele, come fu lo stato dopo-apartheid in Sud Africa; ed ecco perché lo studio di questo caso storico è così illuminante per noi.
Abbiamo bisogno di svegliarci. Il giorno in cui Ariel Sharon e George W. Bush hanno dichiarato il loro leale sostegno alla soluzione due-Stati, questa formula è diventata un cinico mezzo con cui Israele può mantenere il suo regime di discriminazione all’interno dei confini del 1967, la sua occupazione nella West Bank e la ghettizzazione della Striscia di Gaza.
Chiunque blocchi il dibattito su modelli politici alternativi permette al discorso dei due Stati di fare da scudo alle politiche criminali di Israele nei Territori Palestinesi Occupati.
Inoltre, non solo nei Territori Occupati non sono rimasti più sassi con cui costruire uno Stato, dopo che Israele, negli ultimi sei anni, ne ha distrutto le infrastrutture: una divisione ragionevole non offre ai palestinesi che il 20 per cento dalla loro patria. La base dovrebbe essere almeno la metà del territorio, sulla base della strada di divisione n. 181, o un’idea simile. Qui c’è un’altra via utile da esplorare, invece di pasticciare all’interno del vivaio di Sodoma e Gomorra che la soluzione due-Stati ha finora prodotto sul campo.
E in ultimo, non ci sarà soluzione a questo conflitto senza una sistemazione del problema dei rifugiati Palestinesi. Questi rifugiati non possono tornare alla loro terra natia per la stessa ragione per cui i loro fratelli e le loro sorelle in questo momento vengono cacciati dalla grande Gerusalemme e lungo il muro, e i loro parenti vengono discriminati all’interno di Israele. Non possono ritornare per la stessa ragione per cui ogni Palestinese è sotto il potenziale pericolo di occupazione ed espulsione finché il progetto Sionista non sarà stato completato agli occhi dei suoi capitani.
Hanno titolo ad optare per il ritorno perché è loro pieno diritto, umano e politico. Possono ritornare perché la comunità internazionale ha già promesso loro che avrebbero potuto farlo.
Noi come Ebrei dovremmo volere il loro ritorno perché altrimenti continueremmo a vivere in uno Stato dove il valore della superiorità e della supremazia etnica sovrasta ogni altro valore umano e civile. E noi non possiamo promettere a noi stessi, così come ai rifugiati, una soluzione giusta ed equa all’interno della cornice della formula due-Stati.

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