Un giorno di ordinaria follia

Creato il 17 febbraio 2015 da Cultura Salentina

17 febbraio 2015 di Redazione

di Paolo Vincenti

Alberto Ziveri: La coda alla macelleria (Olio su tela riportata su cartone, cm. 24,5×45)

In fila all’Inps per una pratica contributiva. Molta gente in attesa. C’è uno che, seduto accanto a me, impaziente, batte rumorosamente il piede per terra e quel picchiettio distoglie la mia concentrazione e mi fa scollare la faccia dal giornale nella cui lettura sono immerso. C’è la sfitinzia che da quando sono entrato parla ininterrottamente delle sue cose al telefonino, noncurante del rischio concreto di essere sgozzata da un momento all’altro. C’è quello in piedi che conciona di tasse e malgoverno davanti ad una piccola platea distratta ed ha un tono di voce così alto che sembra abbia inghiottito un megafono. La telecamera a circuito chiuso dell’ufficio intanto riprende tutto. Mi vedo nel monitor e concepisco per un attimo la singolare fantasia di essere un altro e di potere guardarmi dall’esterno, dall’alto o dal basso. Sul giornale leggo dell’intensificazione dei controlli e delle misure di sicurezza in Francia in seguito agli attentati di Parigi e alla strage al giornale Charlie Hebdo.

Ben presto Parigi supererà Londra che detiene il primato di città più video sorvegliata d’Europa . Ma anche qui in Italia non si scherza quanto ad invasione della privacy dei cittadini. Mi viene in mente quella canzone di Jovanotti, “Io danzo”, che dice: “Ci ascoltano al telefono. Ci guardano i satelliti. Ci intasano nel traffico. Controllano gli artisti. Ci rubano le password. Ci frugano nel bancomat. Ci irradiano. Ci scannerizzano. Ci perquisiscono”. Un omone butterato e dalla voluminosa zazzera, con evidenti difficoltà a deambulare per via dell’obesità, non mi stacca gli occhi di dosso. Cosa avrà da guardare? Sbircio la telecamera e poi il monitor per verificare se sono ancora presente in carne ed ossa o se mi sono liquefatto come piombo fuso, dissolto come fantasma d’inverno. La telecamera fa tutto il giro e poi arriva di nuovo a me. Sono ancora qui nel mio giaccone e le mie scarpe, la borsa di pelle appoggiata a terra fra le gambe. Ad un certo punto fa il suo ingresso un uomo alto ed emaciato con il collo e il braccio ingessati, reduce forse da un incidente stradale. Lancia delle imprecazioni a mezza bocca alla sala affollata e all’aria davvero pestilenziale che adesso la satura. Non bada a staccare il numerino ma, appena alcuni avventori escono da quel lungo budello che è il corridoio, vi si infila prontamente, alla volta degli uffici, con una faccia tosta che al confronto l’acciaio Inox sembra il burro Granarolo. Come dire, il fine giustifica i mezzi ma il rozzo non se ne frega nemmeno. Intanto il mio vicino di posto batte sempre più nervosamente il piede in terra e io raccolgo gli ultimi avanzi di concentrazione per mantenermi calmo e non gridare. Leggo sul giornale della cosiddetta mafia romana e ritorna il tema delle intercettazioni telefoniche.

Quando ho letto o ascoltato per la prima volta i dialoghi fra il boss Carminati, il presidente delle cooperative romane Buzzi ed altri esponenti della cricca, sono restato sbigottito e ho pensato che si trattasse di uno scherzo, che stessero girando le scene dell’ultimo film di Tomas Milian, “il ritorno del Monnezza” , o al più che fosse una finzione a vantaggio dell’”Arena” di Massimo Giletti. Perché, suvvia, non è possibile che questi lestofanti non sapessero di essere intercettati se davvero possiedono la caratura criminale che vien loro attribuita. Ricordo che con alcuni amici che erano in politica e con qualcuno che lo è ancora, pur non avendo nulla da temere di legalmente rilevante, non si parla mai al telefonino e anche quando ci si incontra di persona si utilizza il linguaggio dei segni per paura delle intercettazioni ambientali. Chiunque sia in politica o rivesta un qualche ruolo sociale sa di essere sorvegliato da parte delle forze dell’ordine. E I mafiosi de noantri pianificavano bellamente al telefono le loro ardimentose azioni criminali? Ho un amico che non comunica per telefono alla moglie nemmeno quanto ha speso al supermercato, per paura di ritrovarsi la Guardia di Finanza in casa. Adesso una signora di età avanzata sta cincischiando che gli uffici pubblici sono pieni di parassiti che paghiamo noi, proprio noi, e che è una vergogna l’andazzo in certi posti.

L’oca giuliva al telefonino continua a starnazzare dei fatti propri. La tensione si fa palpabile, si potrebbe tagliare col coltello. Ma nessuno invita la signorina ad andare affanculo fuori dalla porta? Dovrò farlo io? Mi trattengo e tiro un lungo respiro. Ora le mie gambe fremono incontrollate e iniziano a danzare un nevrotico tip tap. Quando sembra che il mondo mi stia cadendo addosso, sul display si illumina magicamente il mio numero: 43. Tocca a me entrare. Mi detergo la fronte imperlata da due gocce vagabonde di sudore, riconnetto le sinapsi obnubilate dalle esalazioni nocive dell’umanità derelitta che affolla la sala d’attesa, prendo la borsa di pelle marrone e raggiungo l’ufficio preposto all’evasione della mia pratica. Assolto il mio tributo quotidiano alla follia metropolitana, esco finalmente fuori all’aria fresca, che inalo a pieni polmoni.

PAOLO VINCENTI


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