Differentemente da ciò che si credeva, gli studi sui neuroni specchio hanno confermato che l’uomo nasce con una predisposizione genetica alla compassione, alla collaborazione, all’empatia ed è il contesto in cui viviamo che permette o meno lo sviluppo a questa predisposizione.
La civiltà umana è la più giovane del pianeta Terra tuttavia consumiamo il 20% della fotosintesi . Questo significa che stiamo divorando il pianeta ed il cambiamento climatico che sta mettendo a rischio la nostra esistenza è la conseguenza all’aver adottato un’economia alimentata dai combustibili fossili.
L’umanità è giunta ad un bivio decisivo. Stiamo rischiando l’estinzione. Se non iniziamo ad invertire il senso di marcia non rimarrà più nulla. Non è disfattismo ma una razionale analisi di quello che è stato e di quello che è oggi. La globalizzazione è una sfida interiore che ci costringe personalmente a vedere i problemi del terzo mondo o delle centrali atomiche russe come nostri perché facciamo tutti parte della stessa specie: la specie umana. E’ inutile. Anni di civiltà bellica e di sfruttamento ci hanno insegnato che la lotta al dominio del mondo non avrà alcun vincitore ultimo. Dobbiamo immaginare un nuovo modo di essere al mondo, una evoluzione da civiltà insostenibile a sostenibile. Stiamo vivendo un passaggio antropologico importante e sarà, come lo sono stati quelli passati, lungo, difficile e decisivo.
Del resto ad oggi, tutto è diventato insostenibile: gli orari di lavoro, la vita quotidiana, l’inquinamento atmosferico, il carico di informazioni telematiche che assomiglia più ad un bombardamento.
A questo punto, la nostra non è più una scelta ma una pressione ad adottare un nuova visione non solo planetaria ma anche personale, per evitare questo cammino ad una consapevole estinzione.
La terza rivoluzione industriale è necessaria e saranno i giovani a darle spazio e vita. I suoi pilastri vedranno le energie rinnovali, l’idea di trasformare ogni singolo edificio in una piccola centrale elettrica in grado di raccogliere le energie rinnovabili e di immagazzinarle in celle a idrogeno, la distribuzione delle energie in una rete che ricalca il modello di internet. Non è fantascienza ma l’unica via di fuga per far sì che tutto ciò che ci circonda sia basato sulla relazione, sulla comprensione dei bisogni e sulla condivisione nella vita individuale, in quella sociale, nel lavoro e verso il nostro caro e vecchio pianeta. Un modello di vita non più gerarchizzato ma orizzontale. Ne saremo capaci?
Dall'intevista all'economo americano Jeremy Rifkin
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