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Un Papa tedesco si interroga(va) sull’Olocausto

Creato il 27 gennaio 2016 da Annagiuffrida @lentecronista

La parola del giorno è Memoria.

Una memoria che spesso sembra corta, limitata, e che procede a singhiozzo. Che a volte viene negata, uccidendo per la seconda volta il valore della vita. Lo sterminio di milioni di uomini, donne e bambini morti nei campi di concentramento oggi viene ricordato soprattutto con il genocidio degli ebrei che si consumò nel secolo scorso. In pochi ricordano che l’orrore delle torture, degli esperimenti umani, delle camere a gas, fu perpetrato anche su rom e sinti, su omosessuali e trans, su disabili fisici e psichici, o ‘semplicemente’ su dissidenti. Forse perché nessuno di loro può più fare memoria della loro storia (l’ultimo superstite gay Rudolf Brazda, rinchiuso in un campo dove indossava il tristemente noto ‘triangolo rosa’ destinato agli omosessuali, è morto cinque anni fa). O forse perché la memoria viene graffiata dallo scandalo che alcune diversità ci suscitano.
E parlando di scandalo, in questa giornata della Memoria, voglio proporvi la lettura di un mio articolo di quasi dieci anni fa. Quando da poco più di un anno si era insediato in Vaticano un Papa tedesco, Joseph Ratzinger, che tra i suoi non frequenti viaggi apostolici decise di programmare una visita al campo di Auschwitz. Fu il secondo e, finora, ultimo Papa a visitare il campo polacco, e fu lui a farsi domande che scossero il mondo cattolico e non solo.

Un pezzo di storia, su cui riflettere, da (ri)leggere… E di cui fare anche memoria.

“Il lavoro rende liberi”…
Nella rarefatta atmosfera di Auschwitz, questo tragico ammonimento sovrastava quanti oltrepassavano l’entrata senza uscita del campo di sterminio. Umiliazioni, lavori forzati, forni crematori. Fu l’Olocausto.
Il silenzio che circondò questa follia, questa insostenibile cattiveria, soffocò l’urlo disperato dei condannati a morte e lasciò ai loro aguzzini il tempo di porre in atto quell’incosciente e pazzo piano di “pulizia etnica”.

A distanza di settant’anni l’opinione pubblica, e la comunità ebraica in particolar modo, hanno avuto un sussulto: un omino vestito di bianco, tedesco, passa attraverso quel ferreo cancello. E non solo. Si rivolge a Dio con le stesse domande che tanti internati nei lager si fecero: “Dove era Dio in quei giorni? Perché Egli ha taciuto? Perché ha potuto tollerare tutto questo?”. Già, dove era?
E non tanto Dio che “sta nei cieli”, che era lì, anche lui, denutrito, appeso alle forche, fatto carne da macello. Il suo rappresentante in terra al tempo non mosse un dito, allungando la lista di “crimini” commessi nella storia dalla Chiesa.
Lo scorso pontificato, quello dell’indimenticato Giovanni Paolo II, ha aperto una nuova era da tutti accolta con gradimento: quella di una Chiesa che si sa pentire. Ci sta provando anche Papa Ratzinger.
Il tema è di quelli sensibili, e ascoltare certi quesiti dal Papa, in un italiano dalla pronuncia germanica, fa un certo effetto. Il suo è un intervento che può sottolineare, se non addirittura aggiungere novità, sulle ragioni di tanta sconcertante distruzione umana. Il nazismo e “le altre fabbriche della morte” avevano un intento antireligioso, prima ancora che razzista e antisemita. Così Benedetto XVI puntualizza il senso di quelle domande. Sì, perché il day after è stato carico di polemiche da bar.
Per un verso il mondo, allibito, guarda le immagini di un Papa tedesco che calpesta il suolo di Auschwitz rivolgendosi a Dio, attendendo da un anno questa ghiotta occasione che gli consente di interpretare con ironia un viaggio pastorale che ha, certamente, significati forti. Per altro verso, i teologi incalliti e tradizionalisti ai quali si sono drizzati i capelli in testa nel sentire parole che potevano essere interpretate come blasfeme; se poi a dirle è il loro Papa non resta che una secca disapprovazione. Infine, i “diretti interessati”, storicamente e personalmente, la comunità ebraica che, in parte, prima che Benedetto XVI nell’udienza del mercoledì precisasse, si sono sentiti violati nel loro diritto al riconoscimento di un preciso significato antisemita, apparentemente svilito dal riconoscere alla radice del nazismo un’ideologia di opposizione al cristianesimo.

Ma questa visita ha un altro aspetto importante.
La storia, che divide gli uomini in buoni o cattivi, vincitori o vinti, mette spesso dei marchi a fuoco nei modi di pensare, radicando nei posteri luoghi comuni assolutistici. L’immagine di un Papa tedesco relativizza certi ignoranti pregiudizi, che hanno spinto all’accostamento tra il nazismo e la Germania.
Ebbene, se l’invocazione del Papa a Dio ex post, per chi ha fede, ha una spiegazione definitiva, per gli agnostici offre spunti di riflessione che trascendono da convincimenti religiosi consentendo di non ricommettere simili orrori in futuro.

da “CCSNews.it” – giugno 2006



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