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un po’ e un po’

Creato il 20 agosto 2012 da Plus1gmt

Quella di trovare forzosamente le somiglianze tra genitori e figli è un’usanza che acquisiamo per imitazione. Forse dentro abbiamo l’imprinting di chi l’ha fatto con noi e cresciamo con questa cellula che poi un bel giorno impazzisce, inizia a moltiplicarsi come solo lei sa fare e si manifesta in pensiero e conseguentemente in azione al momento in cui qualcuno ci piazza davanti il sangue del suo sangue come un trofeo, che poi nel caso della mamma il neonato può anche essere considerato il riconoscimento tangibile di un percorso che per natura si conclude con uno sforzo immane, visto il dolore che dopo secoli dall’invenzione della medicina è rimasto tale solo perché riguarda la donna. Voglio dire, sono convinto che se il parto fosse una funzione anche o solo maschile un rimedio per ridurre il male che il passaggio di un essere vivente (intero) attraverso un canale dal diametro così ridotto implica sarebbe già stato inventato, e l’anatema del “partorirai con dolore” lanciato su attività maschili che riguardano anche preti e prelati sarebbe già stato annientato almeno dai tempi dei salassi e delle terapie a base di sanguisughe. Ma sappiamo tutti che non è così, la maternità è la maternità, anche se a volte sono i padri che, fieri del loro apporto inseminatore – irrisorio, pur piacevole – scoprono le carrozzine ai curiosi che subito si cimentano nella gara delle affinità. Assomiglia più a mamma o a papà? E, dicevo, si tratta di una domanda che forse non ci verrebbe nemmeno in mente di fare se qualcuno non avesse tratto a sua volta una sintesi sommaria dei nostri lineamenti per tirare fuori la percentuale di punti in comune con uno o l’altro genitore. Così dobbiamo vendicarci. Perché scoprire di avere un punteggio inferiore al venti o trenta percento – per non dire nullo – alla fine della ricerca nella mappa somatica sul volto del proprio figlio/a è tutto sommato offensivo. Non tanto per la messa in discussione della paternità o maternità, e qui si sconfina in un’altra tematica, ma perché il non ritrovamento di aspetti fisici in comune suona come un’accusa. Non ti sei impegnato abbastanza. Non hai fatto del tuo meglio. Non ti sei concentrato e ti è venuto male. Ed è lapalissiano che il perfetto equilibrio, un salomonico fifty-fifty, metterebbe di buon umore tutti i membri di entrambe le famiglie di appartenenza, e sapete meglio di me quanto a volte siano delicati gli equilibri tra chi pretende di avere voce in capitolo sugli eredi oltre i diretti e più prossimi interessati. Ma nella realtà raramente è così. Così quando ci si trova di fronte a una copia sputata dell’uno o dell’altro genitore, e consapevoli dell’imbarazzo che l’appurarlo comporta – ed è qui che, per evitarlo, sarebbe stato meglio pensarci prima di giocare a questa versione dal vivo di “aguzzate la vista” – subito ci si ingegna nel trovare qualche dettaglio per salvare il salvabile. Il neo è del papà. La fossetta è tale e quale quella della mamma. Gli angoli degli occhi sono i tuoi. E così via. Ma è un dato di fatto. Quando è tanto tempo che non vedo mio papà, io mi metto davanti allo specchio, non ho nemmeno la necessità di immaginarmi con i capelli bianchi o con la memoria che vacilla o con il fare noioso perché si tratta di aspetti che hanno portato al 100% il nostro essere uguali. Allo stesso modo quando guardo mia figlia vedo mia moglie, e sento quella vocina che mi dice che non mi sono impegnato abbastanza. Che non ho fatto del mio meglio. Il tutto in perfetta linea con un sacco di altre cose che mi riguardano. Ma, questa volta, tiro un sospiro di sollievo.



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