UN POT-POURRI, CHE SPERO INTERESSI, di GLG, 19 maggio ‘13

Creato il 20 maggio 2013 da Conflittiestrategie

1. Si tratta soltanto di appunti, da sottoporre (da parte di chi avrà buona volontà) ad ulteriori approfondimenti storici. L’Italia uscì dalla grande crisi del ’29 – che la colpì con violenza minore rispetto ad altri paesi capitalistici anche per il fatto d’essere meno industrializzata, d’essere ancora fondamentalmente agrario-industriale – con una vasta statalizzazione di importanti settori economici (creazione dell’IRI). In pratica, tutte le grandi banche (Credito Italiano, Commerciale, Banco di Roma) furono irizzate e così pure molte imprese in rami industriali quali quelli degli armamenti, della cantieristica, dell’energia elettrica, dalla siderurgia.

L’irizzazione (statalizzazione) doveva essere temporanea ed infatti Mussolini – risanate in buona parte le imprese, il che significa che si ripianarono i loro debiti, le si fornì di nuova liquidità, ecc. – offerse ai privati il riacquisto di quanto era stato reso “pubblico”. Se l’offerta fosse stata accettata, si sarebbe in definitiva realizzata la solita operazione detta di “socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti”. A parte l’Edison, non vi fu alcun ritorno al privato – per il rifiuto dei imprenditori di tale sfera dell’economia, duramente stigmatizzati da Mussolini – e l’IRI continuò ad essere guidata da Beneduce; e fu in genere condotta con un certo successo e buona visione dei problemi produttivi e finanziari.

Nel dopoguerra, si fece ancora avanti la proposta della riprivatizzazione, fallita sia per la mancanza di fondi adeguati da parte degli imprenditori privati sia per la loro perdurante miopia – in particolare di quelli che appoggiarono il cambio d’alleanze del ’43 – sia ancora per il presentarsi in scena di una nuova imprenditoria (ad es. Mattei con l’Eni) e di accordi preordinati alla rottura del fronte detto social-comunista e al passaggio del Psi nell’area governativa (formazione del centro-sinistra nei primi anni ‘60, cui fu preliminare la statalizzazione dell’intero settore elettrico con creazione dell’Enel). Non si può dire che la conduzione dell’industria statalizzata sia sempre stata ispirata a corretti criteri aziendali. Forse una parte delle critiche provenienti dalle correnti sostanzialmente liberali non era errata; ed è indubbio che in molti casi si misero (parzialmente) in piedi i cosiddetti carrozzoni carichi di zavorra imbarcata per motivi politici, quelli detti clientelari.

La critica proveniente dal Pci, lasciato in pratica solo all’opposizione, fu diametralmente opposta: l’industria statale avrebbe solo servito l’industria privata (classico esempio quello delle acciaierie di Cornigliano ligure che avrebbero fornito materia prima sottocosto alla Fiat), mentre era invece considerata da quel partito uno strumento importante di lotta antimonopolistica (contro il monopolio privato) e di sostanziale appoggio alla crescente diffusione (dopo il periodo del boom economico, fine anni ’50, primi ’60) della piccola imprenditoria, soprattutto quella di settori non costituenti il semplice indotto delle grandi imprese (pensiamo ad es. alle piccole imprese che prosperavano intorno alla Fiat, soprattutto nella cintura torinese e piemontese). Funzione anti-monopolio (privato) e di appoggio alla crescita della piccola imprenditoria erano il cardine dello sperato lancio della “via italiana al socialismo” e dell’“alleanza tra produttori” (classe operaia e, appunto, piccoli imprenditori, spesso detti “artigiani”).

Ulteriori interventi statali condussero, ad es., alla creazione della Svimez (1946) ad opera di personaggi di rilievo quale il democristiano Pasquale Saraceno (e altri), promotrice della successiva nascita della “Cassa del mezzogiorno” (1950), che ebbe alcuni meriti anche se, alla fin fine, non contribuì gran che alla soluzione della ben nota “questione meridionale” e si trasformò sostanzialmente in un ingombrante carrozzone clientelare con abbondante dispendio di risorse. Anche in tal caso, vi furono tesi contrastanti in merito al finale insuccesso dell’operazione. Per alcuni, i finanziamenti al sud furono in definitiva controllati, tramite mille rivoli, dalla cosiddetta criminalità organizzata. Per altri (il Pci in testa, ma anche molti meridionalisti un po’ “lamentosi”) essa favorì soprattutto l’industria del nord (così come fu del resto per altri finanziamenti pubblici in aree dichiarate arretrate, non necessariamente al sud anzi sparse a macchia di leopardo in quasi tutte le regioni del paese).

Le varie critiche hanno a volte colto aspetti parziali di verità, ma nemmeno sono state completamente errate quelle di parte settentrionalista circa la struttura sociale del mezzogiorno, in cui sono risultate carenti e quasi del tutto inespresse effettive spinte imprenditoriali. Lascio perdere la tesi, ripetuta fino alla noia, dell’Unità d’Italia quale annessione del sud da parte del nord, con l’elencazione di presunti indici di eguale sviluppo nelle due aree a metà ‘800 (ad es. il primo tratto ferroviario italiano Napoli-Portici nel 1839), dimenticando bellamente la fitta rete di vie di trasporto (e la ricchezza dei mezzi per utilizzarla) esistente nelle regioni settentrionali, un’area in comunicazione sempre più intensa con zone europee a nord, assai più industrializzate di quelle italiane e funzionanti da traino. La spinta all’ulteriore industrializzazione fu inoltre meglio sfruttata nel nord Italia grazie ad una diversa struttura sociale maggiormente dotata, appunto, di capacità imprenditoriali. Mentre, al sud e dopo un secolo di Unità, la costituzione di presunti “poli di sviluppo” creò quelle che furono dette “cattedrali nel deserto” e che tali restarono a lungo o per sempre.

Comunque, tutti questi problemi sono di pretta ricostruzione storica dei singoli e puntuali eventi verificatisi, un’operazione che non mi metto nemmeno in testa di compiere. Altri problemi ritengono la mia attenzione, anch’essi comunque bisognosi di ricerca liberatasi di vecchie incrostazioni culturali. Lungi da me la pretesa di dire l’ultima parola in merito; anzi molte imprecisioni saranno inevitabili.

2. Il fascismo, e molto di più il nazismo in Germania, fu promotore di un forte potere centralizzato (dello Stato) e della diffusione di un’altrettanto energica ideologia tesa alla creazione dell’unità nazionale con caratteri di espansione all’esterno (anche perché si riteneva che la potenza inglese, e quella pur inferiore francese, fossero il portato dei vasti possedimenti coloniali di questi paesi). Dubito che si fosse ben valutata la potenza della società statunitense (non fondata sull’aperto colonialismo), che dipendeva da altri motivi più rilevanti e che infine condusse all’innesco in tutto l’occidente della transizione dal capitalismo borghese a quello dei funzionari del capitale (in qualche misura, ma non del tutto, sinonimo di quello manageriale; delle differenze parleremo in altra sede). Una transizione realizzatasi per l’essenziale nel dopoguerra sotto l’impulso della struttura economico-sociale del paese (gli Usa) ormai divenuto centro regolatore del campo detto capitalistico.

Fascismo e nazismo si sono affermati in paesi con diverso grado di sviluppo capitalistico-industriale (l’Italia, come la Spagna, era ancora agrario-industriale mentre la Germania era già fortemente industrializzta); tuttavia, anche il sistema socio-economico italiano non è da confrontare con quello, molto meno industrializzato, di paesi tipo la Russia nel 1917, dove le cosiddette “masse oppresse” erano quasi del tutto contadine. Fascismo e nazismo hanno quindi influito soprattutto su strati di ceti medi (quelli dell’epoca), che si formano in misura via via crescente e diventano parte fondamentale della società nel corso dello sviluppo industriale. Tali movimenti politici hanno però avuto pure infiltrazioni notevoli nel movimento operaio, in specie nel paese più industrializzato (Germania) in cui gli operai erano più lontani dalla loro origine contadina (in Italia, detto processo si svilupperà con maggiore ampiezza nel dopoguerra, tramite il considerevole afflusso di contadini dal sud al nord durante il boom 1958-63, processo che mutò definitivamente in senso industriale il nostro paese).

Fascismo e nazismo, però, giunsero anche ad un pesante compromesso con il grande capitale industriale, interessato a smorzare comunque la spinta sindacale del movimento operaio in crescita per un lungo periodo di tempo a cavallo tra XIX e XX secolo. E’ stato invece a mio avviso sopravvalutato il legame del fascismo italiano con la grande proprietà agraria; da qui la convinzione errata circa l’arretratezza e reazionarietà di quel fenomeno politico, convinzione che è stata causa non ultima dell’incapacità mostrata sia dai socialisti sia dai comunisti nell’opporvisi. Gli eventi non sarebbero forse stati diversi, ma sarebbe stata in ogni caso assai utile l’esatta comprensione del movimento nazifascista, della sua novità e della capacità di aggregare il ceto medio, utilizzando inoltre il forte potere centralizzato nello Stato per costringere lo stesso grande capitale privato (ancora fondamentalmente borghese) ad un compromesso. Non scordiamoci ad esempio che la Fiat era tutto sommato favorevole al “centro-sinistra” di allora (Giolitti-Turati) – schieramento politico ormai profondamente corrotto e marcio (si vedano le invettive di Salvemini al riguardo) – ma non ci mise molto ad allinearsi al fascismo così come gli altri settori del grande capitale.

Nel trattare con la grande industria privata, il fascismo – a differenza del nazismo – si trovò a disporre pure dell’IRI, cioè dell’industria statalizzata. Sono tuttavia convinto che non ne abbia fatto un uso adeguato. Tale movimento – in questo gli intenti erano simili a quelli del nazismo – era decisamente teso ad una forte unità nazionale creata attraverso gli apparati ideologici e statali. Approfitto per sottolineare che non uso la dizione althusseriana (ben più tarda) di apparati ideologici di Stato poiché credo che questa faccia imboccare una falsa direzione, concentrando l’attenzione più sulla funzione di unificazione (dei blocchi egemonizzati dai gruppi dominanti) svolta dall’ideologia. In realtà, su questo punto, la concezione gramsciana (vicina a quella di Lenin), con la sua insistenza sull’egemonia corazzata di coercizione, mi sembra più efficace. Il fascismo, e tanto più il nazismo, puntarono perfino troppo proprio sulla coercizione esercitata dagli appositi apparati di Stato (quelli addetti, se del caso, all’impiego della violenza).

Il fascismo si trovò a disporre, a causa appunto della grande crisi del ’29, di una vasta rete imprenditoriale (finanziaria, ma anche industriale, aspetto decisamente più significativo) da poter più direttamente influenzare onde ottenere gli scopi prefissati di accrescimento della propria forza. Non l’ha però usata, a mio avviso, per ottenere la massima diffusione possibile di una imprenditorialità fondata sulla managerialità più che sulla proprietà (alla guisa di quella americana). Un simile comportamento avrebbe richiesto la comprensione del ruolo “derivato” dell’ideologia; quest’ultima deve fondamentalmente mettersi al servizio della formazione di una struttura socio-economica favorevole alla crescita di potenza nell’era dell’industria andata ormai oltre la fase della sua prima “rivoluzione” (quella inglese sette-ottocentesca).

L’ideologia più appropriata è appunto quella democratico-rappresentativa, pur sempre subordinata alla forza dei gruppi dominanti, che sanno però utilizzare una più capillare e ramificata rete di conflitti; quest’ultima, ben guidata e controllata con intelligente (e astuta) flessibilità, conduce pur sempre all’unità nazionale, senza però quella ricerca di compattezza priva di crepe in grado di provocare la nascita di pericolose opposizioni radicali e squassanti. Ed è esattamente nella guida e orientamento (duttile) della rete di conflitti che l’ideologia (e i suoi apparati, “privati” o “pubblici”) svolge la sua funzione; avendo tuttavia alle spalle i reali centri di direzione, quelli strategico-politici, che si servono dell’imprenditorialità industriale e finanziaria per la loro alimentazione. Va inoltre ricordato che la capacità di direzione di tali centri strategici non viene esercitata a senso unico, bensì mediante controllati contrasti d’opinione, a volte perfino “ultraradicali”; i “rivoluzionari”, ad es., sono ben nutriti dalla “democrazia” della managerialità, che non ha una concezione del mondo relativamente onnicomprensiva quale fu quella borghese.

3. In definitiva, secondo la mia opinione il fascismo e il nazismo, malgrado non si debbano nascondere i misfatti orripilanti commessi (soprattutto dal secondo), sono da considerarsi movimenti rivoluzionari, intenzionati realmente a mettere termine al predominio borghese mutando quindi le strutture socio-economiche di quel tipo di capitalismo, ormai in apnea. Tuttavia, tali movimenti si affidarono troppo all’idea della forza espressa direttamente tramite coercizione violenta, e corroborata da una ideologia assai poco flessibile, a partire dagli apparati dello Stato forgiati appunto in tal senso, di cui si ricercava la compattezza, l’assenza di aperti conflitti interni, la cui sorda e soffocata manifestazione è invece quasi sempre più dannosa. E’ stata colta la rilevanza dei cosiddetti ceti medi nello sviluppo industriale, ma è mancata la piena consapevolezza di come utilizzare gli apparati economici “pubblici” – soprattutto quelli produttivi, giacché i finanziari sono appariscenti e certo duttili (come lo è il maneggiare denaro e mezzi ad esso assimilabili), ma assai meno decisivi in senso reale – per ottenere i risultati voluti.

Vorrei non creare equivoci. Fu compresa la necessità di uscire dalla crisi e di rilanciare l’economia; il processo messo in moto in Germania dopo l’ascesa al potere dei nazisti nel ’33 ha conseguito risultati non inferiori a quelli raggiunti negli Usa con il New Deal. Si promosse lo sviluppo, arrivando però a compromessi con il “nemico”, il capitalismo borghese caratterizzato dalla preminenza della proprietà (privata) nella conduzione imprenditoriale. Nemmeno negli Usa si mise mai in discussione, dal punto di vista formale, tale proprietà poiché lo Stato, almeno in apparenza, si fece solo promotore della spesa pubblica per favorire il superamento della crisi, senza consistenti processi di statalizzazione dei mezzi produttivi. In realtà, ciò fu reso possibile per la particolare strutturazione del capitalismo americano, fondamentalmente manageriale, in cui perciò la proprietà era tutto sommato prevaricata dall’apparato direzionale strategico delle grandi corporations.

Quando sostengo che la politica ha la supremazia sull’economia, che quest’ultima è mezzo e strumento della prima, non intendo affatto sostenere che è necessariamente lo Stato (insieme di apparati amministrativi, ideologici e di uso della forza) a dover decidere la direzione dello sviluppo economico. La politica, nel senso da me inteso, è l’insieme delle mosse compiute nella conduzione del conflitto in atto tra più gruppi dominanti, che nella lotta forgiano le loro capacità cercando di prevalere gli uni sugli altri. I centri strategici, formati dai gruppi dominanti in conflitto, non sono né semplici apparati statali né semplici strutture organizzative aziendali; sono qualcosa che lega insieme, che intreccia, sia apparati della sfera politica (al cui vertice sta appunto lo Stato) sia quelli inerenti alla sfera economica.

Questi centri usano quindi come strumenti sia apparati dello Stato sia quelli produttivi e finanziari; con l’opportuno “condimento”, l’“ornamento”, di quelli ideologici, da non sottovalutare affatto (malgrado i termini che uso) nella loro opera di rafforzamento di questo o quell’indirizzo, che deve essere sempre rappresentato, e creduto!, pure in una sua veste di idealità (altrimenti mal si combatte). E a seconda delle esigenze della fase – cioè dei diversi rapporti di forza tra gruppi dominanti (non solo tra quelli interni ad un paese, ma anche tra gruppi di paesi diversi) con l’eventuale necessità di mediazioni e compromessi o invece dell’uso della forza dopo aver costituito le opportune alleanze – gli strumenti principalmente utilizzati possono inerire agli apparati della sfera ideologica o a quelli della sfera economica o a quelli della sfera politica. Ma sempre, non lo si scordi mai, l’uso dei diversi apparati segue le mosse strategiche indicate dalla politica perseguita dai gruppi dominanti in conflitto per la preminenza.

Il fascismo e il nazismo, lo ripeto, intuirono l’ormai avvenuta subalternità della classe operaia. Ricordo qui quanto da me chiarito in anni di riflessione: non si formò mai quella classe prevista da Marx, l’operaio combinato, quale ricomposizione tra lavoro direttivo ed esecutivo, che si erano progressivamente scissi durante la fase di transizione dall’artigianato medievale alla manifattura (prima formazione dei rapporti capitalistici). La classe operaia era ormai semplicemente l’insieme dei lavoratori esecutivi dell’industria. Questa fu la base (i militanti) del “movimento operaio”, guidato da élites enucleatesi nei sindacati e nei partiti socialdemocratici e soprattutto interessate a contrattare la loro posizione all’interno dei processi riproduttivi della formazione capitalistica.

Tale movimento operaio era già finito quando si ebbe l’evento decisivo del XX secolo, la Rivoluzione d’ottobre, che significò lo spostamento della “rivoluzione proletaria” ad oriente. Come disse bene Lenin: le masse d’oriente erano culturalmente arretrate (in questo si rivela il retaggio culturale di Lenin, di tipo prettamente “occidentale”) ma politicamente avanzate, mentre il contrario caratterizzava le masse d’occidente. Si dà però il caso che queste ultime fossero costituite appunto da operai (nel senso limitativo e non marxiano del termine, ormai in pieno uso nel marxismo tradizionale) mentre quelle d’oriente erano in grande prevalenza contadine. Il marxismo usò sempre il termine proletariato come sinonimo di classe operaia. Laddove avvennero le effettive rivoluzioni guidate da partiti comunisti (e che si dicevano seguaci del marxismo, sempre più frainteso), il proletariato fu invece per la massima parte costituito da masse di contadini (degli strati poveri).

Tutto ciò ha provocato una dannosa confusione che ha reso poco comprensibile l’effettiva storia del ‘900. E’ solo a partire da questa consapevolezza – il comunismo divenuto movimento di masse contadine; sempre diretto da élites di ben diversa estrazione sociale, almeno per quanto riguarda la maggior parte dei loro membri, salvo cooptazione di qualche elemento più popolare ormai allontanatosi dalla sua classe d’appartenenza – che si può cominciare a capire quanto è avvenuto nella supposta (e mai nemmeno iniziata) transizione al socialismo nei paesi detti appunto “socialisti” (e, dai più barbari e ignoranti, addirittura comunisti).

4. Torniamo però adesso all’occidente nella prima parte del ‘900, in particolare ai paesi in avanzato grado di assestamento della formazione sociale considerata capitalistica, cioè già arrivata ad un buon grado di industrializzazione (elevata in paesi come Inghilterra e Germania e ancor più negli Usa); paesi dotati quindi di consistenti ceti operai (nel senso limitativo, già chiarito, di lavoratori delle mansioni esecutive dell’industria). A parte gli Usa, in quest’area non era ancora del tutto superato il capitalismo borghese (proprietà decisiva e fortemente influente). Le drammatiche vicende della prima guerra mondiale e poi della crisi del ’29 (come detto in altro scritto questa fu soprattutto grave e squassante nel ’32-’33, in quanto piena crisi reale) spinsero a soluzioni radicali.

L’esempio più eclatante fu proprio la Germania, sconfitta in guerra, colpita dalla distruttiva ondata inflazionistica dell’inizio anni ’20, indebolita ulteriormente dalla corrotta e inconcludente Repubblica di Weimar e, infine, percorsa dalla nuova ondata di crisi all’inizio degli anni ’30. In questo paese, come del resto in Italia, inutile negare che il successo non poteva arridere al “movimento operaio”; non a caso diviso in fazioni avverse, dirette da élites incapaci di comprendere come la direzione presa dallo sviluppo, pur sempre di tipo industriale, non conducesse alla formazione della Classe rivoluzionaria, bensì di un insieme di ceti popolari incapaci di egemonia. Più importante fu la crescita dei ceti medi, pur se ancora non ben definiti nei loro connotati più moderni; un calderone che, del resto, è ancor oggi poco conosciuto se non nella descrizione empirica delle sue varie professioni e mansioni.

In un simile sistema di relazioni sociali, quindi, fascismo e nazismo ebbero facile gioco e assunsero caratteri rivoluzionari. L’intenso nazionalismo, divenuto vero fanatismo, li perdette secondo le modalità più tragiche e disastrose. Tuttavia, all’inizio ebbero successo; non capendo però, come detto più sopra, la necessità di colpire a fondo il capitalismo borghese. Il fascismo si trovò addirittura, a causa della crisi del ‘29, un vero atout in mano: l’industria statalizzata, assieme alle grandi banche utili per finanziarla, ecc. A mio avviso, non seppe approfittare di questa opportunità nel modo più appropriato ai fini del suo potere; non ne fece la leva per scardinare quella proprietà “privata” borghese, che fu sempre una spina nel fianco perché assai poco nazionale e più legata al capitalismo inglese. Meno a quello americano, malgrado le frequentazioni di certi suoi rampolli tipo gli Agnelli.

Non vi è dubbio che il “tradimento” del ’43 giocò soprattutto a favore degli Stati Uniti, il vero paese vincitore (Inghilterra e Francia non furono distrutte come l’Italia e, ancor di più, la Germania, ma furono comunque nazioni sconfitte). Si trattò però di un fatto oggettivo, dovuto alla maggiore potenza e modernità della formazione dei funzionari del capitale. La borghesia (“privata”) italiana, in quel periodo, guardava soprattutto all’Inghilterra e, quando il fascismo s’indebolì, appoggiò la Monarchia per il voltafaccia, ma principalmente in quella direzione. Non è un caso che gli inglesi fossero favorevoli alla Monarchia quando ci fu il referendum mentre gli Usa furono per la Repubblica. Ho il sospetto che questa non avrebbe vinto se ciò fosse stato contrastante con gli intenti americani. E pure la vittoria elettorale democristiana del 18 aprile ’48 sarebbe stata più problematica.

In ogni caso, il fascismo non valutò adeguatamente, secondo me, la portata dell’industria “pubblica”. Non si cada però adesso nel feticismo di quest’ultima. Non è addetta a fare gli interessi generali della nazione, ancor meno quelli della popolazione che la abita. Gli apparati imprenditoriali, pubblici o privati poco importa, hanno loro caratteristiche da rispettare. Quelli privati, se diretti con una mentalità da proprietà interessata solo al reddito, intralciando magari i vertici aziendali al fine di perseguire i loro miopi interessi [tipico esempio, assai più tardo, quello della Fiat quando Romiti vinse su Ghidella e dette la preminenza alle manovre per guadagni finanziari, ponendo le basi di quelle difficoltà, da cui nemmeno il “mago” Marchionne l’ha mai risollevata veramente], conducono al dissesto esattamente come i vertici di apparati di Stato (a partire da quelli governativi) quando essi si servono delle imprese pubbliche non per autentiche decisioni strategiche (quelle della politica), bensì per turare falle o favorire clientele, ecc. Se invece i gruppi dominanti sono capaci di fare politica, se sanno muoversi bene nel labirinto delle strategie, se i loro centri decisionali hanno indirizzi efficaci, un’industria “pubblica” ha canali più diretti per essere usata quale strumento nel conflitto mirante alla potenza e alla supremazia. Nulla più che questo; ma non mi sembra un niente.

Negli Usa non hanno avuto bisogno di questo canale diretto perché, già nella costituzione di quella specifica formazione sociale, la proprietà privata (borghese) non aveva più la preminenza nell’indirizzo imprenditoriale. L’ebbe forse per un breve periodo e solo nel New England; almeno così io immagino poiché Veblen si sentì di sostenere la già realizzatasi preminenza negli Stati Uniti di una “classe agiata”, che era precisamente quella proprietaria privata divenuta gruppo di rentier. Una tesi simile a quella di Marx, che formulò più o meno la stessa previsione circa la separazione tra proprietà e direzione dei processi produttivi con trasformazione dei capitalisti (intesi quali semplici proprietari dei mezzi produttivi) in redditieri, possessori di azioni ecc. Questa era la supposizione marxiana relativa alla dinamica del rapporto capitalistico con riferimento all’unica formazione capitalistica da lui conosciuta, quella borghese esistente in Inghilterra. Da tale previsione egli trasse la conclusione che i rapporti capitalistici sarebbero divenuti un ostacolo all’ulteriore sviluppo delle forze produttive; avrebbero cioè costituito una sorta di involucro da frantumare tramite la rivoluzione operaia (dell’operaio combinato), inizio della transizione al socialismo e poi comunismo. Il capitalismo non si sviluppò invece in questa direzione; negli Stati Uniti, in primo luogo, andò affermandosi la formazione dei funzionari del capitale. Quando poi tale paese vinse pienamente nel campo capitalistico dopo il periodo policentrico caratterizzato dalle due guerre mondiali, anche per il capitalismo in generale la “storia” mutò; ed esso infine prese il sopravvento sul “falso socialismo”, incapace di comprendere le reali tendenze dello sviluppo capitalistico, per nulla affatto afflosciatosi quando venne a disseccarsi la borghesia.

5. Non si vogliono qui negare le atrocità commesse soprattutto dal nazismo (anche se quelle commesse dai gruppi dominanti, e nelle più svariate epoche storiche, non credo siano proprio tanto inferiori, di sicuro non meno cruente e con ben più di sei milioni di morti). Qui però sto trattando di un altro problema. La storiografia ufficiale ha sempre considerato fascismo e nazismo fenomeni reazionari ed estremi. La mia tesi è che furono invece rivoluzionari, ma fermatisi a metà strada e quindi “storicamente” blandi; e non semplicemente per volontà di compromesso o addirittura per essere divenuti puri strumenti della grande borghesia come si è sostenuto (per alcuni il fascismo sarebbe stato addirittura strumento della grande proprietà agraria), bensì per incomprensione dei mutamenti in corso nel capitalismo (un’incomprensione generale e non sanata nemmeno oggi).

In modo del tutto particolare, non credo si sia capito che i veri antagonisti, nel campo capitalistico e nel corso dell’ormai inevitabile regolamento dei conti in piena epoca policentrica, furono gli Stati Uniti, la nuova formazione sociale del capitalismo non più borghese, non più centrata sulla proprietà privata come connotato preminente dei gruppi dominanti. Credo che molte mosse sbagliate compiute all’epoca della seconda guerra mondiale – in particolare l’essersi fatti turlupinare da Churchill; per questo i tedeschi non invasero l’Inghilterra e addirittura aprirono il fronte russo, errori evidenti che esigono ben altro chiarimento della strombazzata vittoria aerea britannica – si spieghino con l’incompresa sostanziale fine del capitalismo borghese, carattere precipuo di quello inglese, ormai non più l’antagonista principale come, tutto sommato, fu ancora all’epoca della prima guerra mondiale.

Checché ne dicano gli storici, il fascismo mantenne sempre un atteggiamento antipatizzante verso la borghesia (basterebbe vedere la cinematografia dell’epoca, non tutta di “telefoni bianchi”); tuttavia tale movimento fu convinto della piena conquista d’ogni potere tramite il totale controllo degli apparati dello Stato (della sfera politica), con cui poter di fatto controllare e indirizzare l’attività della grande industria ancora famigliare (gli Agnelli e i Marinotti, i Krupp e i Von Thiessen). Per questo motivo, probabilmente, non fu nemmeno utilizzata adeguatamente l’industria pubblica – con quel canale diretto tra politica e azienda di cui si è detto – che anzi il fascismo italiano, trovandosela in mano grazie alla crisi, avrebbe perfino voluto restituire alle grandi famiglie, ricevendone il rifiuto che fece irritare Mussolini. I liberali, piuttosto rozzi nella loro incomprensione dei sistemi sociali – perché per essi esistono solo le relazioni tra individui, vere “monadi” del tutto indipendenti fra loro e chiuse nella loro illusoria libertà, quella del Robinson naufrago su una isoletta sperduta, e lontana dalle normali rotte del naviglio, dopo una violenta tempesta – hanno visto somiglianze tra fascismo e comunismo, insistendo ossessivamente su di un solo aspetto dei due movimenti: appunto la sopravvalutazione del potere nello Stato, quindi la concezione secondo cui la preminenza della politica consiste nell’uso degli apparati della sfera detta pubblica, non nell’elaborazione di strategie per la conduzione del conflitto in vista della supremazia.

La conquista di quest’ultima misura la capacità ed efficienza delle mosse compiute dai centri addetti a tale elaborazione. I centri in oggetto sono costituiti da un intreccio complesso tra le sfere politica, economica, ideologica. E’ un fondamentale errore affermare che una delle tre sia in possesso dell’univoca e costante prevalenza, spettante invece a tali centri di irradiazione della politica, nel suo senso specifico di movimenti strategici per condurre il conflitto combattuto da più gruppi di dominanti. E ogni conduzione del conflitto presuppone elasticità, non soffocamento preliminare della possibilità che prevalga l’uno o l’altro centro (cioè l’uno o l’altro dei gruppi dominanti), giacché l’esistenza di questa possibilità è fondamentale per far emergere il più capace, il “migliore” (non certo in senso etico).

Lenin intuì il problema quando sostenne che la Repubblica democratica è il migliore involucro del dominio borghese; purtroppo la convinzione ideologica che il proletariato (mai distinto dalla classe operaia) fosse un soggetto fondamentalmente unitario, e unificante l’intera società nel corso della transizione rivoluzionaria, ha condotto infine, tramite passaggi molto “logici” ma errati, alla conclusione (simile a quella fascista) circa la decisività del rafforzamento della sfera politica, rendendola l’unica depositaria del potere, mentre gli apparati delle altre sfere, l’economica e l’ideologica, venivano considerati meri strumenti da sottomettere totalmente, destrutturandoli e così indebolendoli, alle decisioni del gruppo (partito) impadronitosi dello Stato.

Tuttavia, a parte questa somiglianza nell’errore commesso in merito alla politica, ridotta a semplice controllo assoluto dello (e nello) Stato, molto differente è il contenuto rivoluzionario di fascismo e comunismo. Il primo prese atto che, nei paesi già almeno in buona parte industrializzati, la classe operaia (nel senso ristretto del termine già considerato) – pur essendo in grado di promuovere energiche lotte, specialmente in situazioni di grande disagio come quella susseguente ad una guerra mondiale – non è tuttavia in possesso di capacità sufficienti a creare solide basi per la conquista del potere, togliendolo ai gruppi dominanti del sistema capitalistico. Il fascismo prestò quindi soprattutto attenzione a quegli strati detti piccolo-borghesi, che furono in realtà il coacervo dei ceti medi (tipici della sua epoca), alcuni dei quali erano di tipo popolare in quanto a livelli di vita (abbastanza simili a quelli degli strati operai) e a incapacità di egemonia. In effetti, il fascismo puntò ad una loro unificazione tramite l’ideologia nazionalistica e l’espansione coloniale.

Il movimento fu quasi sempre critico nei confronti della grande borghesia industriale (famigliare), ma cercò di giungere con essa a compromessi per meglio utilizzarla nelle sue mire espansive verso l’esterno. Non comprese affatto l’arretratezza di detta borghesia, soprattutto in Italia e in merito all’evoluzione delle forme dei rapporti sociali; nemmeno intuì la sua progressiva asfissia e incapacità di adeguamento alle nuove e più avanzate strutture del capitalismo, del tipo di quelle statunitensi. Il fascismo voleva solo costringere la classe in questione ad agire com’era in realtà assai difficile che fosse in grado di agire, data quell’ormai antiquata struttura. Così, in definitiva, nei settori dell’economia statalizzati sotto il fascismo (banche e industria) si mossero dei notevoli personaggi (a partire da Beneduce), che non ebbero però la possibilità (nemmeno un’autentica consapevolezza, a mio avviso) di incidere – approfittando dei canali più diretti tra politica ed economia esistenti in settori industriali “pubblici” – sulla trasformazione capitalistica in direzione di una nuova formazione sociale almeno parzialmente diversa da quella borghese.

In definitiva, il fascismo si tenne il nemico in seno, protraendo il compromesso che manteneva in equilibrio instabile la struttura socio-economica italiana; e l’autarchia non fu condotta, io credo, in modo tale da contribuire ad una sua maggiore solidità. La situazione precipitò poi con la sconfitta nella guerra, per cui il capitalismo italiano – ancora borghese, proprietario e famigliare – “tradì” e, in combutta con la monarchia, passò con gli “Alleati”; lo ripeto, guardando soprattutto al capitalismo inglese (meno dissimile dal nostro), ma di fatto cadendo sotto il controllo di quello americano, il vero vincitore nel decisivo scontro per la risoluzione del confronto policentrico. In Germania gli eventi furono differenti per la più forte struttura politica del nazismo, e magari anche per una differenza culturale del popolo tedesco, ma i risultati, alla fine della guerra, furono in parte simili. In fondo, non è un caso se sia in Italia sia in Germania (nella sua parte “ovest”) ai movimenti cosiddetti totalitari seguirono quelli democratici (e cristiani); come non è un caso che, pure nella differenza dei popoli, non troppo diversa sia stata in entrambi i paesi la penetrazione pervasiva e ossessiva della cultura americana.

Il comunismo (quello che si chiamò tale, unito nella III Internazionale e poi nel Cominform, ecc.) non ebbe, come già rilevato, un futuro rivoluzionario nei paesi industrializzati. Conobbe movimenti radicali, fu forte sindacalmente in alcuni di essi, ma la supposta rivoluzione proletaria, guidata appunto dalla classe operaia (in realtà da élites che a questa facevano riferimento quale loro base di militanti), non si affermò in alcun dove. Detta rivoluzione si spostò a oriente e poi nel cosiddetto terzo mondo (pur se i suoi successi non sono stati eclatanti in Sud America e Africa). In pratica il successo arrise prima in Russia, paese a debole industrializzazione con piccoli nuclei di capitalismo borghese, in cui fu quindi possibile guidare le masse contadine contro strutture ancora in parte feudali, approfittando del crollo delle istituzioni zariste per l’impatto della guerra; e togliendo infine il potere alla debole borghesia proprietaria e troppo dipendente dal capitalismo straniero (occidentale).

Fu a mio avviso corretto non attendere, come alcuni pretendevano, il pieno sviluppo dell’industrialismo e dunque della classe operaia (presunto soggetto rivoluzionario); sbagliato fu invece pensare che si sarebbe potuto procedere, con una industrializzazione a tappe forzate e pianificata centralmente, alla crescita di detta classe sotto la guida dell’élite partitica tesa ad effettuare, contemporaneamente, la transizione al socialismo. L’industrializzazione riuscì nella sostanza, del socialismo non si vide nemmeno l’ombra proprio per l’errore di credere che portatore soggettivo della trasformazione fosse il ceto operaio tradizionale (la “tuta blu”) e non invece il mai formatosi “lavoratore collettivo” (lavoro direttivo ed esecutivo in piena simbiosi cooperativa). L’élite (il Partito) fu un gruppo dominante veramente convinto di poter guidare in modo pianificato il sistema produttivo. In Marx – data la sua convinzione che si stesse già formando quando scrisse Il Capitale il suddetto lavoratore collettivo cooperativo – la pianificazione aveva il suo punto di forza nella formazione di una società, la cui maggioranza sarebbe stata appunto costituita dai produttori associati; il principale problema, per il grande pensatore, era soltanto quello di abbattere lo Stato dei capitalisti borghesi (proprietari) divenuti rentier.

La storia ha invece provato che la dinamica capitalistica produce strati di operai esecutivi – ad un certo punto perfino in riduzione numerica – divisi e in antagonismo (però solo distributivo) con i gruppi in cui la proprietà si imbrica strettamente con nuclei direttivi manageriali (funzione prevalente rispetto a quella proprietaria), mentre si vanno formando altri strati di non ben definito ceto medio (strati tutt’altro che cooperativi fra loro). Se si fosse preso atto di questa lezione, si sarebbe capito che la presa del potere in paesi ancora poco industrializzati, a forte presenza di masse contadine con piccoli nuclei operai, avrebbe dovuto condurre ad un forte ripensamento dell’ideologia del movimento comunista e ad una radicale rivisitazione della sua teoria di riferimento, rinunciando all’errata previsione circa la crescita (e la conquista dell’egemonia sociale da parte) della classe operaia – che si credeva sarebbe divenuta “associazione cooperativa di tutti i produttori” – con lo sviluppo dell’industrializzazione.

Non avendo invece apportato alcuna modificazione alla propria concezione rivoluzionaria – e avendo preso il potere in paesi a grande prevalenza dell’agricoltura (assai primitiva e tradizionale), con la quasi totalità delle masse popolari formata da ceti contadini – era destinato al fallimento il tentativo di dare unità e coerenza al tutto semplicemente tramite l’esercizio di un potere fortemente centralizzato e coercitivo, ma nettamente distaccato dal resto della società, e la predicazione di una sempre più sterile ideologia socialistica ormai destituita di qualsiasi fondamento nella realtà. Si ottenne solo il risultato di vanificare infine il grandioso processo di “accumulazione originaria” (erroneamente definita socialista), assegnando autoritariamente e per via di partito la direzione delle grandi concentrazioni industriali a gruppi manageriali complessivamente impreparati alla bisogna (salvo rari casi).

6. Dopo questa carrellata torniamo all’Italia; e precisamente alla fine della seconda guerra mondiale. Non seguirò tutte le vicende storiche di quel periodo, che mi limito ad elencare sommariamente (e non esaustivamente). Mi riferisco al referendum Monarchia-Repubblica, al governo di unità nazionale e poi all’espulsione da esso dei “social-comunisti”, alla scissione socialdemocratica di Palazzo Barberini con la creazione del sindacato “giallo”, alla sostanziale accettazione dei patti di Yalta da parte del Pci (con continuazione della svolta togliattiana di Salerno del ’44, poi riverniciata assai più tardi, durante la destalinizzazione in Urss iniziata nel ’56, come “via italiana al socialismo”), alla netta sconfitta dell’ala detta “secchiana” dei piciisti (preparazione di quel processo che poi condusse alla nascita dell’“antifascismo del tradimento”, non più monarchico e filo-inglese come nell’immediato dopoguerra, bensì repubblicano e filo-Usa), alla vicenda della sedicente autonomia siciliana (quella incentrata sulla figura di Salvatore Giuliano, fatto passare per semplice bandito mentre era inizialmente pedina degli Usa e di settori Dc), “avventura” conclusasi con la schiacciante vittoria democristiana del 18 aprile 1948 (in un certo senso involontariamente ribadita e rafforzata dall’attentato di Pallante a Togliatti del 14 luglio di quell’anno, che permise la definitiva vittoria dei settori “revisionisti” nel Pci). Giuliano non capì che la sua funzione era a quel punto esaurita e quindi divenne definitivamente “bandito”; e fu tradito e ammazzato (e il traditore Pisciotta a sua volta accoppato), ecc. ecc. Gli storici si mettano finalmente a fare il loro mestiere, se ne sono capaci; nutro in effetti molti dubbi in proposito.

L’importante è capire che cosa si giocò nei mutamenti dei rapporti di forza interni ai settori dominanti e alle varie forze politiche in campo. La Chiesa, accusata sempre d’essere stata connivente con fascismo e nazismo, si schierò in pratica subito con gli Alleati; e con la sua lunga esperienza politica scelse subito i reali vincitori, gli statunitensi. La Dc si servì largamente dell’azione chiesastica per il suo indubbio radicamento nella popolazione, anche in quella minuta e soprattutto contadina, mentre la classe operaia veniva in maggioranza, ma non tutta, “imbragata” nel Pci; e quindi molto ammorbidita malgrado le “grandi lotte”, anche agrarie soprattutto al sud, costellate di morti ammazzati dalla polizia e da bande varie (tipo quella in azione a Portella della Ginestra). La grande imprenditorialità privata, salvo alcuni settori più astuti, fu (come già detto) favorevole alla Monarchia e guardò specialmente al capitalismo inglese (ancora in arretrato sulla via del tramonto della borghesia e del cedimento sui possedimenti coloniali, ecc.).

Fu quindi esatta fino ad un certo punto l’affermazione secondo cui tale imprenditorialità privata rinunciò per la seconda volta alla prospettiva di una riacquisizione dell’industria irizzata per supposta mancanza di fondi, per l’indebolimento causato dalla guerra, ecc. In realtà, bisogna riandare alle vicende politiche immediatamente susseguenti alla fine della guerra. I settori democristiani, con indubbia accortezza (immagino consigliati dalla Chiesa), si allinearono subito con gli Stati Uniti; il 4 gennaio 1947 De Gasperi vi si recò, primo presidente del Consiglio italiano colà invitato, mettendo fine all’isolamento internazionale del nostro paese (una sorta di “Purgatorio” in attesa del “Paradiso” americano). Molti gruppi dominanti italiani – e in particolare, insisto, gran parte dei complessi industriali e finanziari privati con i loro scherani politici – non furono così lungimiranti, avendo l’occhio girato principalmente verso l’Inghilterra. E allora si capisce come la Dc, trovandosi l’IRI in eredità dal fascismo, non l’abbia affatto ceduto perché ciò serviva mirabilmente a rafforzarne la posizione assunta internazionalmente al servizio degli Stati Uniti. L’industria pubblica fu anzi irrobustita negli anni immediatamente successivi. Altro che secondo rifiuto (dopo quello a Mussolini) opposto dagli industriali privati! Nel 1948, ancora nell’ambito IRI, nacque la Finmeccanica (Aeritalia, Alfa Romeo, Ansaldo e altre); nel 1953 l’Eni (con Mattei). Nel 1962-63 si ebbe la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la nascita dell’Enel, prodromo del primo governo (Moro) di centro-sinistra varato alla fine del ’63 (dopo l’astensione del Psi rispetto al precedente governo Fanfani del ’62).

Malgrado l’avvento del centro-sinistra, il Psi non riuscì mai a mettere le mani in profondità nell’industria di Stato. Questa è sempre servita alla Dc per mantenere una certa indipendenza rispetto agli ambienti dominanti italiani costituiti dagli industriali privati con i loro ambienti politici di riferimento (fra cui, comunque, va a mio avviso annoverata anche la sedicente “sinistra Dc”, quella molto attiva nel perdere Moro quando se ne presentò l’occasione). Nel 1976, favoriti dal cauto ma progressivo spostamento di campo del Pci (verso l’atlantismo), questi industriali privati appoggiarono una delle realizzazioni non minori dell’“antifascismo del tradimento”, la fondazione del giornale “La Repubblica”. Pur se penso si tratti di fatti indipendenti, la svolta interna al Psi dello stesso anno (Hotel Midas, segreteria a Craxi) fu un evento non in linea con questa realizzazione. Intendiamoci bene. Il craxismo non rivalutò minimamente il reale antifascismo della Resistenza. Tuttavia, quello “del tradimento” (sottinteso: della Resistenza, sia ben chiaro) fu fortemente collegato al processo di atlantizzazione del Pci, che si pose in antitesi alla svolta socialista craxiana e che incontrò pure l’opposizione (per quanto non manifesta) di Moro e di altri settori Dc; mentre la “sinistra” del partito cattolico l’appoggiò in pieno e non a caso boicottò ogni tentativo di trattativa durante il rapimento del leader democristiano.

L’anticomunismo di Craxi fu comunque negativo anche per lui. In effetti, gli impedì di allearsi con l’ala di fatto socialdemocratica del Pci, che aveva orientamento prevalentemente filosovietico o comunque favorevole ad una buona dose di “ostpolitik”; l’anticomunismo craxiano si nutre infatti pure di un acceso antisovietismo. Così comportandosi, egli aiutò la corrente filo-atlantica del Pci ad affermarsi, trovando l’appoggio sia dei settori “sinistri” dei piciisti (quelli che si pretendevano ancora comunisti e per di più blandamente filo-maoisti, mettendo insieme Mao e Dubcek nel loro meschino opportunismo e creazione del torbido per meglio ingannare i giovinastri del “movimento”) sia addirittura di una parte dei “miglioristi”, il cui n. 2 andò poi negli Usa nel 1978 in un momento delicato, quello del rapimento Moro. Il viaggio non destò scandalo perché la vulgata ha fatto passare – e fino ad oggi – la favola del favore con cui il dirigente democristiano guardava al “compromesso storico”. Se si fosse saputa la verità della sua contrarietà (verità che ancora aspetta il suo riconoscimento), forse il Pci avrebbe operato per un rinvio di quel viaggio, ritenuto in quel caso molto poco opportuno.

7. Ancora una volta, un passo indietro. In definitiva, allora, la Dc non mollò l’industria di Stato nel dopoguerra; e con questa mossa sarà sempre in più o meno sottile polemica con i gruppi industriali privati. Non però tutta la Dc sembrò favorevole a mantenere il controllo di questi settori industriali e, anzi, ad incrementarli negli anni successivi; le correnti di sinistra furono probabilmente le più sensibili al richiamo dei privati. Soprattutto in alcuni settori produttivi di beni di largo consumo (dagli alimentari a quelli di consumo durevoli, tipo elettrodomestici), la saldatura sul territorio tra date frazioni Dc e industria privata fu notevole e favorì nettamente l’“accumulazione originaria” di importanti gruppi industriali o industrial-agrari (nell’industria del vino e derivati, che conosco meglio, ho anche avuto conoscenza diretta di qualche esperienza in merito). E si trattò quasi sempre, come nel Veneto, di correnti democristiane considerate di “sinistra”. Quelle facenti capo ai maggiori dirigenti (tipo Moro, Andreotti, Fanfani, ecc.) diedero in generale maggiore importanza all’industria di Stato, pur ponendo sempre all’opera complessi compromessi.

E alcuni imprenditori di questi settori statali, resisi autonomi e in posizione di almeno parità nei rapporti di forza con gli uomini della sfera propriamente politica (tipico esempio appunto Mattei all’Eni), utilizzarono la Dc (le correnti politiche ad essi favorevoli) per entrare in netta competizione con settori privati; e non solo esteri (non solo le “sette sorelle”). Proprio perché, quando un imprenditore acquisisce mentalità effettivamente strategica e non semplicemente manageriale, egli assume grande rilievo nella politica (quella vera, non semplicemente riferita agli apparati di Stato); e questa politica non riguarda soltanto quella data branca produttiva (ad es. il petrolio, il gas, ecc.) ma anche l’apertura di nuove sfere di influenza, che possono avvantaggiare il paese nel suo complesso. Mattei non fu così banalmente fatto fuori dalle “sette sorelle”; ebbe nemici all’interno, nell’industria privata e, quindi, anche nel suo stesso partito. E dunque perfino nell’Eni, dove la “sinistra” Dc aveva piazzato suoi uomini in nome del compromesso fra varie correnti; quella “sinistra” Dc che, più tardi, non si adopererà per salvare Moro, essendo comunque cambiato notevolmente il contesto, tenuto conto dei mutamenti intervenuti nei rapporti con gli ambienti statunitensi entrati in contatto con il Pci per i motivi già più volte da me ricordati. Possiamo ben dire che in Italia, e ciò contraddistingue il nostro rispetto ad altri paesi, quella che impropriamente vien detta “sinistra” – di cui, ad un certo punto venne a far parte il Pci, ma anche determinate correnti Dc – è stata la più autentica rappresentante politica di quel capitale privato che ha alla fine corroso ogni minima autonomia italiana.

E’ bene tenere sempre presente questo fatto per il futuro; nel Pci e nella “sinistra” Dc si sono andati formando i peggiori affossatori del paese in relazione alla dipendenza dagli Usa. E si tratta di affossatori subdoli, che non possono rivelare i loro veri intenti, altrimenti non riuscirebbero ad ingannare la popolazione dicendosi “di sinistra” e “progressisti”. Ecco perché hanno sviluppato una lenta e progressiva opera di infiltrazione nella magistratura; per potere, al momento opportuno, lasciare da parte l’azione politica che li avrebbe smascherati per reazionari e s-venditori del paese quali sono. Così invece si sono finti cultori della giustizia e della morale, seguiti dai parassiti dei ceti medi “semicolti”, quelli che vivono di spesa statale, quelli pienamente e totalmente improduttivi; una vera marea di mignatte che si nutrono a sbafo di quanto prodotto da chi lavora, auto-innalzandosi però nel cielo dell’“alta cultura” e della “suprema etica”.

Nei primissimi decenni del dopoguerra – dopo essere stato gettato fuori dal governo e durante i tetri anni ’50, in pratica fino a dopo il boom e anzi fino alla fine degli anni ’60 – il Pci agì in modo molto diverso. Certamente, nel partito non esisteva più da tempo una reale anima rivoluzionaria; il togliattismo dominava ormai in pratica indisturbato. Dopo la morte del leader “massimo” (1964), prese per alcuni anni la prevalenza la corrente detta migliorista (Amendola, ecc.). La “via italiana (e democratica) al socialismo” era comunque già divenuta da tempo (subito dopo l’aperta destalinizzazione iniziata da Krusciov nel febbraio del ‘56 al XX Congresso del PCUS) l’esclusivo orizzonte del partito. Essa fu sancita in modo del tutto ufficiale all’VIII Congresso del Pci (dicembre 1956); chi non si adeguava fu emarginato in tempi assai brevi. Le parole d’ordine erano la “programmazione democratica” (una netta edulcorazione della pianificazione sedicente socialista), le “riforme di struttura”, l’“alleanza tra produttori”, in pratica tra cosiddetti artigiani (piccoli imprenditori) e operai (nel senso delle mansioni esecutive, delle “tute blu”).

Una delle parole d’ordine di tale presunta alleanza fu la lotta antimonopolistica; sottinteso, lotta alla grande impresa monopolistica privata. In questa lotta ci si serviva di analisi condotte da politici e pensatori che si facevano passare per “marxisti creativi”; essi sposarono in realtà tesi molto tradizionali (e in voga tra i dominanti), secondo cui gli accordi monopolistici tenderebbero a bloccare la competizione mercantile, a frenare rilevanti innovazioni, sia di processo che di prodotto. Il sistema monopolistico, quindi, avrebbe rallentato lo sviluppo delle forze produttive, accresciuto i profitti e sfavorito invece i consumatori mantenendo i prezzi troppo elevati. In ultima analisi, allora, si sarebbero ristretti i mercati di sbocco dei prodotti, quindi anche la profittabilità degli investimenti. Oltre alla domanda di beni di consumo sarebbe perciò calata pure quella dei beni di produzione; e la diminuzione della domanda globale avrebbe spinto ad ulteriori accordi monopolistici per impedire una deflazione dei prezzi con ulteriore calo dei profitti. Si sarebbe insomma entrati in un circolo vizioso di perdurante stagnazione, in una fase caratterizzata da stentato sviluppo comportante un minore benessere per le più ampie “masse popolari”.

Ci si ricollegava così, molto superficialmente e solo economicisticamente, alla tesi marxiana della centralizzazione dei capitali – che implicava invece nell’idea di Marx la trasformazione del rapporto sociale: creazione del ristretto pugno di proprietari capitalisti divenuti principalmente rentier, da una parte, e formazione del lavoratore collettivo (direzione ed esecuzione, entrambe espropriate e spinte a cooperare nella produzione, dunque antagoniste dei semplici redditieri), dall’altra – quale autentica causa (sociale e non semplicemente economica) del blocco delle forze produttive, con spinta alla rivoluzione (che doveva prendere le mosse proprio dal rovesciamento politico dello Stato, strumento ormai controllato dai rentier) intenzionata a apezzare l’involucro rappresentato dai rapporti sociali di produzione agenti da freno. Nelle tesi del Pci, questa indicazione marxiana veniva snaturata per giustificare la piena adesione al sistema produttivo del capitale, spingendo al massimo di produzione (e anche di aumento della produttività) possibile, poiché si sosteneva che ciò avrebbe significato la lenta asfissia e il “suicidio” del sistema stesso con passaggio pacifico (e per via “democratica”, cioè elettorale) al socialismo.

Per favorire e accelerare questo processo era però importante la funzione dell’industria statale. Questa doveva servire a rompere il monopolio, a impedire gli accordi tra monopolisti privati – presunta causa del (solo immaginato) blocco delle forze produttive e dell’impedimento frapposto all’aumento del benessere generale – facendo loro concorrenza. Ad es., l’Alfa Romeo, azienda IRI, non avrebbe dovuto cercare una sua fetta di mercato, che fu invece estremamente produttiva e condusse ad un notevole sviluppo aziendale (con aumento di occupazione e di salari). Secondo il Pci – e la sua “via italiana al socialismo” – sarebbe stato indispensabile che l’Alfa servisse a rompere il monopolio Fiat nei settori automobilistici di bassa cilindrata e più popolari, per abbassare i prezzi (e i profitti) della grande azienda privata. Così si ragionava anteponendo – come in una qualsiasi teoria neoclassica d’antico stampo – il presunto interesse dei consumatori (nella visione piciista, delle “masse popolari”) a quello dell’efficiente gestione aziendale, che presuppone ben diversi criteri di orientamento produttivo, su cui adesso qui non mi soffermo poiché non è di tali problemi che mi sto occupando.

8. Il Pci non era ancora giunto alla piena elaborazione di tesi simili – consustanziali, lo ripeto, alla “via italiana al socialismo”, varata e assestata culturalmente con la destalinizzazione iniziata nel 1956 – che iniziava nel ’58 il boom italiano durato grosso modo fino al ’63. L’industria privata italiana dimostrò che era tutto sommato sufficientemente elastica e preparata a cogliere l’ondata di crescita (e a promuoverla, va da sé); e le tesi antimonopolistiche del Pci, protrattesi per quasi tutti gli anni ’60, mostrarono fin da subito la corda, preparando il più totale sbandamento del partito, la cui conduzione fu facilmente presa in mano dai “voltagabbana”, dimostratisi però più “realisti”. L’apparato manageriale dell’industria statale, in gran parte aderente alla diccì, si mise certo in concorrenza con quello privato, ma non per battere i gruppi monopolistici, presunta causa dell’inesistente stagnazione del sistema (invece in pieno sviluppo), bensì per partecipare a quest’ultimo e a rafforzarsi in esso. Se una critica può essere fatta al management dell’industria statale è semmai di non essere sempre stato all’altezza della situazione per il verificarsi, fin da allora, di quella deviazione che spesso si produce nei sistemi di canalizzazione diretta tra potere negli apparati della sfera politica e potere in quelli della sfera economico-produttiva; quella canalizzazione che, portata all’estremo in Urss, aveva colà provocato l’effettivo freno dello sviluppo delle forze produttive (altro che nel capitalismo!).

Un Mattei seppe appunto infischiarsene di tale canalizzazione, anzi la rovesciò spesso a suo favore, cioè a vantaggio dello sviluppo di una politica: non semplicemente aziendale, ma di assai più ampio respiro in relazione non al “mitico” mercato mondiale dei liberisti (e, anzi, degli economisti in genere poiché gli altri, i keynesiani, non capiscono molto di più a tal proposito), ma alle ben più reali sfere d’influenza dei vari paesi, cioè degli Stati di questi paesi. Se Mattei intrecciò il suo potere imprenditoriale con quello statale, approfittando del più diretto rapporto tra le sfere politica ed economica, fu per sviluppare questa politica (complesso di mosse strategiche) che comunque non perseguiva l’obiettivo (mitizzato dal Pci) di rompere il monopolio con riguardo agli interessi delle “masse popolari” (queste possono sempre essere invocate per ingraziarsi determinati favori politici, tenuto conto del sistema di “democrazia” in cui i partiti di riferimento dell’azienda mirano a conquistare quote rilevanti di voti), bensì intendeva allargare, con l’interessamento dei vari apparati dello Stato (in particolare, di quelli addetti alla forza dello stesso, all’espletamento dei servizi di Intelligence, ecc.), le aree d’intervento dell’azienda, il che ha pure riflessi favorevoli più in generale con riferimento a quelle del paese cui essa appartiene.

Mattei fu nettamente anticomunista e anche antisovietico e filo-atlantico (cioè filo-Usa). Tuttavia, a partire dal ’60 (all’incirca) svolse una sua “ostpolitik”; e diresse inoltre l’attenzione dell’Eni verso i paesi arabi e altri, ecc. La sua vicenda, conclusasi come ben si sa, si intreccia con complicati rapporti di tipo politico-internazionale, che vennero probabilmente disturbati dalla sua azione e che, lo ripeto, non riguardano solo gli interessi economici (i “profitti”) delle “sette sorelle”. Vennero forse pure toccati troppo a fondo determinati rapporti di potere in Italia. Intanto, quelli intercorrenti tra industria statale e privata; giacché, tuttavia, la prima era soprattutto greppia diccì (fra l’altro nel ’62, anno dell’uccisione di Mattei, il Psi non era nemmeno al governo), si turbarono equilibri di politica interna, si acutizzarono lotte e ambizioni dentro la stessa Eni, dove probabilmente sussistevano più anime democristiane (alcune in sottotraccia e con differenti relazioni rispetto ai vari paesi, fra cui certamente gli Usa). Non fornirei interpretazioni troppo semplicistiche in merito all’eliminazione del massimo dirigente dell’azienda petrolifera italiana, interpretazioni ancor oggi assai in voga.

Del resto, pur se la sorte di Mattei impressiona senz’altro di più, non trascurerei la pressoché contemporanea vicenda (’63-’64) in cui fu implicato Ippolito (solo galera e non tomba), altro importante personaggio (e di notevoli capacità) favorevole allo sviluppo dei settori dell’energia nucleare. Sono molti i colpi che ha dovuto subire l’industria non semplicemente statale (il problema non riguarda per nulla il regime giuridico di proprietà) e invece strategica per lo sviluppo del paese; e non uno sviluppo qualsiasi, bensì un indirizzo che comportava anche una maggiore autonomia (o minore dipendenza) politico-internazionale. La Dc, nel dopoguerra, si tenne l’industria statale del fascismo (e anzi la rafforzò) perché il capitale privato, inizialmente monarchico-badogliano, era sbilanciato verso l’Inghilterra; solo parzialmente, sia chiaro, in alcuni suoi settori però rilevanti, alcuni dei quali, non a caso, furono poi nettamente indeboliti dalla nazionalizzazione dei comparti elettrici (godendo di lauti rimborsi, ma subendo un deciso calo d’influenza politica). Come già rilevato, De Gasperi pose le basi del successo Dc fin dal suo primo viaggio negli Usa; e su questa base e con “permesso” statunitense a quell’epoca (dato il pericolo elettorale “social-comunista”), riuscì a tenere per la Dc l’industria irizzata, che fu perfino rafforzata dalle tre principali aziende statali, ancora oggi in bilico (pur se la bilancia pende ormai sempre più dalla parte degli s-venditori della nostra autonomia).

Desidero sfatare la leggenda dell’influenza del Pci sull’industria statale. Nel dopoguerra, questo partito permase nei governi di unità nazionale per pochissimo tempo; poi venne il 18 aprile ‘48 ed esso fu sbattuto all’opposizione per decenni. Inoltre, come già detto, l’idea piciista circa la funzione antimonopolistica dell’industria in questione – idea d’altronde irrinunciabile, tenendo conto della sua base militante formatasi a partire da una concezione di socialismo simile a quello esistente in Urss – avrebbe condotto al totale sprofondamento del settore imprenditoriale “pubblico” se questo partito avesse avuto in esso un qualche addentellato meno che superficiale. E’ semplicemente vero che il Pci fu finanziato piuttosto abbondantemente da settori rilevanti del capitalismo italiano, malgrado il suo iniziale atteggiamento anticapitalistico (e antiatlantico), del resto mai deciso e irriducibile. La “destra” rozzamente anticomunista ha sempre insistito (e ancor oggi lo fa) sul fatto che il Pci era al servizio dello straniero (dell’Unione Sovietica) e viveva dunque degli aiuti finanziari giunti dall’est.

La destra vuol soltanto far dimenticare che è lei ad essere sempre stata al servizio dello straniero (degli Usa). Il Pci fu alimentato e rifornito molto meno dall’est “socialista” che non dai settori capitalistici italiani [e questo posso dirlo per averne avuto sia pure indiretta e frammentaria conoscenza; e mi riferisco alla seconda metà degli anni ’60, quando ancora la maggioranza nel partito spettava ai “miglioristi”, poiché soltanto nel ’69 vi fu un mutamento di indirizzo e vennero mossi i primi, del tutto cauti, passi in direzione del voltafaccia filo-atlantico]. In quest’alimentazione, i settori statali furono importanti, ma così pure il capitalismo privato (con la Fiat in testa, malgrado i “reparti confino” per operai comunisti negli anni ’50). Perfino durante il can can sollevato dall’ottobre ungherese del ’56, arrivarono foraggiamenti dai gruppi capitalistici italiani (statali e non). Nella seconda metà degli anni ’60, se i miei ricordi sono buoni, si trovò in difficoltà il settore cooperativo piciista; e intervennero in aiuto le maggiori banche (che erano ancora statali, irizzate). Infine, a partire grosso modo dal ‘69, come ho chiarito più volte (anche nella mia recente videointervista), il partito iniziò le sue trame in direzione degli Stati Uniti per quel cambio di campo, che andò evidenziandosi sempre più fino allo scoperto schieramento filo-“occidentale” non appena crollarono il “socialismo reale” e l’Urss.

E’ ovvio che, durante tale cauto ma costante “cambio di casacca”, il Pci ottenne via via qualche influenza nell’industria statale, ma tutto ciò è avvenuto progressivamente. E, in ogni caso, sono sempre stati ancor più rilevanti nell’industria statale i settori della “sinistra” Dc (ricordarsi sempre della nefasta presidenza dell’Iri affidata a Prodi), quelli poi salvati da “mani pulite” per servire da piedestallo su cui doveva ergersi l’egemonia del partito piciista, che ha cambiato molti nomi (Pds, Ds, Pd) senza però conseguire un’efficienza e incisività politiche tali da soddisfare i suoi “padroni” e mandanti. Tale congrega di opportunisti, di personaggi di una meschinità e pochezza forse mai riscontrate finora in esseri umani, ha coperto le sue magagne con l’antiberlusconismo delle ignoranti “masse” di ceto medio improduttivo, escamotage che sta mostrando sempre più la corda. I settori di maggiore penetrazione piciista non sono del resto mai stati quelli industrial-statali; molto di più ha ottenuto questo partito in TV, nei giornali (del grande capitale “monopolistico” italiano), nella magistratura, che è stata la sua vera punta di lancia dopo l’aperta svolta filo-atlantica, da “mani pulite” in poi.

9. Cerchiamo di trarre qualche conclusione in grado di essere poi sfruttata da chi saprà veramente riconsiderare la storia del XX secolo, soprattutto però in Italia, per capire finalmente una serie di avvenimenti in cui siamo immersi attualmente. Credo si possa sostenere l’estrema debolezza del nostro capitalismo “privato”, che è stato per un troppo lungo periodo, anche dopo la seconda guerra mondiale, di tipo famigliare e dunque sostanzialmente borghese; in una fase storica in cui ormai questo tipo di capitalismo era nettamente in apnea almeno a partire dalla prima guerra mondiale (e forse ancora prima). Non è un caso che i settori capitalistici “privati” italiani appoggiassero la Monarchia (con Badoglio) nel suo cambio di alleanza nel 1943, quando essa passò con gli angloamericani. In effetti, il punto di riferimento iniziale di questi settori fu soprattutto l’Inghilterra (a lungo l’alfiere della prima formazione capitalistica, quella appunto borghese). Fu tuttavia chiaro, fin da appena finita la guerra, qual era il paese “occidentale” realmente vincitore; conclusasi la kermesse del Referendum Monarchia o Repubblica, gli stessi settori del capitalismo privato passarono dalla parte degli Stati Uniti, senza però troppo mutare la loro struttura famigliare.

Si trattò in definitiva di un capitalismo tendenzialmente arretrato come forma sociale e quindi portato comunque ad un collegamento di tipo subordinato con il moderno capitalismo statunitense. Per questi motivi di arretratezza ho denominato recentemente “cotoniero” il capitalismo in questione; per un’analogia di larga massima con i proprietari di piantagioni di cotone negli Stati americani del sud, in strette relazioni con l’Inghilterra, che furono infine schiacciati dal nord statunitense nella guerra civile o di secessione. Il nostro capitalismo ha sempre pagato questa arretratezza (di forma) sociale; ciò si verificò perfino nelle branche del metalmeccanico produttrici dei nuovi beni di consumo (durevole) tipo auto, elettrodomestici, ecc. Dopo brevi tentennamenti, fu evidente che nella sfera politica il partito democristiano, collegato con la Chiesa, era il più indicato per fermare il Pci e rendere solida l’alleanza con gli Usa. Lo chiarì soprattutto il ben noto viaggio di De Gasperi (4-17 gennaio 1947), che definì il quadro delle alleanze internazionali. In stretta concomitanza con tale viaggio (e con le decisioni che intercorsero tra Usa e Dc), si svolse il congresso dei socialisti (Psiup, 9-11 gennaio), conclusosi con la scissione dei socialdemocratici (“saragattiani”) riunitisi a Palazzo Barberini, apertamente filo-statunitensi. Nel maggio di quell’anno prese termine il governo di “unità antifascista” e iniziò il periodo che poi condusse al 18 aprile ’48. Mi sembra che in tal caso le date degli eventi siano assai significative.

Non vi fu comunque perfetto allineamento tra sfera politica ed economica (ma soltanto gli economicisti, sia pseudomarxisti che liberisti, pensano in modo così rozzo ed elementare); si manifestarono invece frizioni tra Dc (con la Chiesa al suo fianco) e capitalismo “privato e famigliare” (soprattutto con alcuni settori di quest’ultimo). Questo favorì il mantenimento dell’Iri ed anzi il suo rafforzamento con altre imprese “pubbliche” ed in comparti di notevole valenza strategica. In queste frizioni, sorde ma continue, tra la sfera politica e quella economica rappresentata dall’industria “privata”, s’inserirono uomini capaci (il più noto resta certo Mattei) che ebbero importanza nel far resistere a lungo i settori dell’industria “pubblica” di fronte a quella “privata”. E ripeto per i sordi: qui non si tratta di differenza di forma giuridica della proprietà azionaria né di diversa funzione svolta dal pubblico rispetto al privato; con la balorda idea di “sinistra” che il pubblico dovrebbe assolvere una funzione di interesse generale, a favore cioè della presunta collettività nazionale (considerata quale intero, quale “soggetto” unitario e compatto), sacrificando perfino le più appropriate strategie imprenditoriali. Si tratta invece del fatto che, per come si è svolta la storia dell’industria in Italia (a partire dalla crisi del ’29), si sono costituite costellazioni di interessi riferite a differenti centri emanatori delle strategie politiche (interne e internazionali).

Gli Stati Uniti (o dati ambienti del paese, ancora una volta da non considerarsi Un Soggetto individuale) hanno trovato utile appoggiare la Dc contro il Pci (del resto molto prudente e non certo intenzionato a sfidare i “patti di Yalta”, siglati pure dall’Urss); e la Dc trovò vantaggioso approfittare dei settori industriali “pubblici”, ereditati dal fascismo, per contenere tutta una serie di gruppi “privati”, assai più rapaci e poco portati ai necessari compromessi di quel dopoguerra (caratterizzato comunque da fatti delittuosi e da repressioni sanguinose, perché il compromesso non fu certo una bella autostrada da percorrere comodamente e in sostanziale rettilineo). In quella situazione s’inserirono nel “pubblico” uomini particolarmente abili imprenditorialmente (nel senso politico-strategico di tale termine). Tuttavia, non si può dire che la Dc utilizzò in pieno i settori economici statalizzati. Ci furono sempre tira e molla; anche perché gli stessi Stati Uniti si preoccupavano, trovando rispondenza nella subordinata politica italiana, di non lasciar andare troppo oltre una certa politica attuata a partire da determinati ambienti industriali “pubblici” (tipico appunto il caso dell’Eni; e, lo ribadisco, non perché tale azienda desse semplicemente fastidio economico alle “sette sorelle”).

Quando poi iniziò, per i motivi più volte messi in luce, il cambio di campo (internazionale) del Pci (fine anni ’60), si rafforzò – con la concomitante azione della sedicente “sinistra” Dc, la più sensibile ai voleri statunitensi e la più consenziente rispetto al “compromesso storico”, indispensabile al suddetto cambio di campo – la spinta contraria alla funzione dell’industria “pubblica”. E’ stata la “sinistra” Dc, contornata da una serie di altre correnti anche laiche di “sinistra”, a portare avanti l’indebolimento progressivo del “pubblico” (si veda l’Appendice). Il Pci coadiuvava, doveva dimostrare la sua fedeltà ai predominanti del campo atlantico con cui andava progressivamente schierandosi. E’ comunque indubbio che nel complesso, tenuto conto del comportamento contraddittorio delle sue varie correnti, la Dc non ha saputo utilizzare al meglio quell’industria statalizzata che si era tenuta per favorire la sua ascesa al potere governativo in Italia, contrastando un capitalismo “privato” strategicamente e socialmente più arretrato.

Finché durò il mondo bipolare, malgrado le contraddizioni in cui incorse la sua azione, la Dc riuscì nel complesso a far vivere l’industria pubblica, pur se il periodo migliore di quest’ultima passò assai presto (con le vicende Mattei e Ippolito). Il Pci, nella sua fase ancora filosovietica (già molto ammorbidita dalla “via italiana al socialismo”), non riuscì a dare un aiuto, poiché non era in grado di assimilare l’effettiva funzione dell’economia “pubblica”, che non è al servizio di una immaginaria comunità, sia pure nazionale, ma deve rispettare i canoni della politica (strategia) nell’intreccio delle varie sfere della società (tradizionalmente ridotte a tre: economica, politica, ideologico-culturale). Poiché contava molti uomini pratici fra i suoi ranghi, il Pci capiva in realtà qualcosa delle suddette funzioni, ma doveva tener conto della sua formazione e della sua base (di militanti e di elettori), da cui derivava la sua forza.

Quando cominciò a mutare natura e a trasferirsi di campo, scelse un’altra via di infiltrazione negli organi di potere della società capitalistica italiana; una scelta che lo condusse sulla via della piena subordinazione agli Usa, mai prima spinta sino a quel punto da correnti democristiane (salvo quelle “di sinistra”, in fase di convergenza con il Pci ormai degradato a partito filo-atlantico) e nemmeno da buona parte dei socialisti. Caduto il mondo bipolare, gli eventi dovettero seguire il loro corso preparato da tempo: crescente sudditanza dell’Italia agli Usa (e alla Nato) e progressivo indebolimento dell’industria statale, uno dei puntelli della minima autonomia mostrata dai vecchi settori Dc (quelli non “di sinistra”).

10. Ho corso un po’ di qua e un po’ di là, senza molto ordine; spero tuttavia almeno sufficiente a consentire ai lettori qualche comprensione dei problemi che hanno assillato e continuano ad assillare l’Italia. Ho cercato di voltare pagina rispetto a ciò che è moneta corrente nelle interpretazioni di importanti svolte e fatti della nostra storia (inquadrandola fra l’altro in un certo contesto internazionale). Mi interessa semplicemente invitare i più giovani ad abbandonare infine le lenti, che generazioni di ideologi, politici, storici, presunti scienziati sociali, ecc. ecc. hanno molato per loro. Sono lenti fabbricate male a bella posta per non vedere la maggior parte degli eventi; e, per quelli visti, alterare del tutto la loro forma e i loro colori.

Non sono uno storico. Ho solo fornito alcuni input; ma credo un po’ differenti da quelli che la maggioranza dei “sapientoni” ha coltivato da sempre. E’ ora di mutare punti di vista, di collocarsi su crinali del tutto diversi, anzi spesso ignorati. Non sono a dir la verità fiducioso circa la buona fede di coloro che hanno in mano i mezzi di comunicazione e di formazione delle opinioni. I farabutti sono in stragrande maggioranza. Gli ambiziosi e i carrieristi – quelli che, essendo giovani, puntano spasmodicamente a sostituire i vecchi marpioni (soprattutto sessantottardi e successivi) – sono egualmente tantissimi. Speriamo nella sensibilità di chi vuol resistere alle sirene dei corruttori, dei falsificatori di professione, che agiscono indisturbati da molti decenni.

APPENDICE

Traggo da Wikipedia queste notizie utili sull’Iri. Ci si ricordi che i personaggi diccì citati, Andreatta e Prodi, erano appunto della “sinistra” di tale partito; e ci si ricordi pure bene la funzione svolta dal secondo durante il rapimento Moro. Infine, si tratta dei democristiani salvati dall’operazione (politica al 100%) detta “mani pulite”, con cui si liquidò la prima Repubblica e si sarebbe voluto affidare tutto il potere ai voltagabbana dell’ex Pci; sempre però con la copertura della “sinistra” Dc, che ha costantemente agito per conto degli ambienti Usa intenzionati al cambio di regime in Italia non appena si fosse verificata la fine del mondo bipolare, prevista e attesa già da tempo. Caso Mattei, caso Moro (e altri minori come quello Ippolito, ecc.) vanno inscritti in complesse manovre, del tutto nascoste ancor oggi. Ho ovviamente idee precise in merito, ma non prove per sostenere tesi opposte a quelle diffuse da spudorati mentitori che hanno riferito e sostenuto il falso, quello che ancor oggi il “poppolo” ritiene invece vero. Citiamo solo i fatti; i lettori si formeranno poi le loro opinioni, se non sono fessi come lo sono i componenti del ceto medio semicolto “di sinistra”; una sinistra puramente immaginaria, autoproclamatasi “progressista” mentre è soltanto irresponsabile, vivendo di emolumenti non meritati per il suo tramestare non semplicemente improduttivo (nel senso comune di questo termine), ma proprio dannoso per l’insieme dei produttori che vedono sperperato quanto ottenuto con il loro duro lavoro.

L’epoca Prodi

Nel 1982 il governo affidò la presidenza dell’IRI a Romano Prodi. La nomina di un economista (seppur sempre politicamente di area democristiana, come il predecessore Pietro Sette) alla guida dell’IRI costituiva in effetti un segno di discontinuità rispetto al passato. La ristrutturazione dell’IRI durante la presidenza Prodi portò a:

  • la cessione di 29 aziende del gruppo, tra le quali la più grande fu l’Alfa Romeo, privatizzata nel 1986;
  • la diminuzione dei dipendenti, grazie alle cessioni ed a numerosi prepensionamenti, soprattutto nella siderurgia e nei cantieri navali;
  • la liquidazione di Finsider, Italsider ed Italstat;
  • lo scambio di alcune aziende tra STET e Finmeccanica;
  • la tentata vendita della SME al gruppo CIR di Carlo De Benedetti, operazione che venne fortemente ostacolata dal governo di Bettino Craxi. Fu organizzata una cordata di imprese, comprendente anche Silvio Berlusconi, che avanzarono un’offerta alternativa per bloccare la vendita. L’offerta non venne poi onorata per carenze finanziarie, ma intanto la vendita della SME sfumò. Prodi fu accusato di aver stabilito un prezzo troppo basso (vedi vicenda SME).

Il risultato fu che nel 1987, per la prima volta da più di un decennio, l’IRI riportò il bilancio in utile, e di questo Prodi fece sempre un vanto, anche se a proposito di ciò Enrico Cuccia affermò:

« (Prodi) nel 1988 ha solo imputato a riserve le perdite sulla siderurgia, perdendo come negli anni precedenti. »

(S.Bocconi, I ricordi di Cuccia. E quella sfiducia sugli italiani, Corriere della Sera, 12 novembre 2007)

È comunque indubbio che in quegli anni l’IRI aveva per lo meno cessato di crescere e di allargare il proprio campo di attività, come invece aveva fatto nel decennio precedente, e per la prima volta i governi cominciarono a parlare di “privatizzazioni”.

L’accordo Andreatta-Van Miert

Per le sorti dell’IRI fu decisiva l’accelerazione del processo di unificazione europea, che prevedeva l’unione doganale nel 1992 ed il successivo passaggio alla moneta unica sotto i vincoli del Trattato di Maastricht. Per garantire il principio della libera concorrenza, la Commissione Europea negli anni Ottanta aveva incominciato a contestare alcune pratiche messe in atto dai governi italiani, come la garanzia dello stato sui debiti delle aziende siderurgiche e la pratica di affidare i lavori pubblici all’interno del gruppo IRI senza indire gara d’appalto europea. Le ricapitalizzazioni delle aziende pubbliche e la garanzia dello Stato sui loro debiti furono da allora considerati aiuti di stato, in contrasto con i principi su cui si basava la Comunità Europea; l’Italia si trovò quindi nella necessità di riformare, secondo criteri di gestione più vicini a quelli delle aziende private, il suo settore pubblico, incentrato su IRI, ENI ed EFIM. Nel luglio 1992 l’IRI e gli altri enti pubblici furono convertiti in Società per azioni. Nel luglio dell’anno successivo il commissario europeo alla Concorrenza Karel Van Miert contestò all’Italia la concessione di fondi pubblici all’EFIM, che non era più in grado di ripagare i propri debiti.

Per evitare una grave crisi d’insolvenza, Van Miert concluse con l’allora ministro degli Esteri Beniamino Andreatta un accordo, che consentiva allo Stato italiano di pagare i debiti dell’EFIM, ma a condizione dell’impegno incondizionato a stabilizzare i debiti di IRI, ENI ed ENEL e poi a ridurli progressivamente ad un livello comparabile con quello delle aziende private entro il 1996. Per ridurre in modo così sostanzioso i debiti degli ex-enti pubblici, l’Italia non poteva che privatizzare gran parte delle aziende partecipate dall’IRI.

Le privatizzazioni

L’accordo Andreatta-Van Miert impresse una forte accelerazione alle privatizzazioni, iniziate già nel 1993 con la vendita del Credito Italiano. Nonostante alcuni pareri contrari, il ministero del Tesoro scelse di non privatizzare l’IRI S.p.A., ma di smembrarla e di vendere le sue aziende operative; tale linea politica fu inaugurata sotto il primo governo di Giuliano Amato e non fu mai messa realmente in discussione dai governi successivi. Raggiunti nel 1997 i livelli di indebitamento fissati dall’accordo Andreatta-Van Miert, le dismissioni dell’IRI proseguirono comunque e l’Istituto aveva perso qualsiasi funzione, se non quella di vendere le sue attività e di avviarsi verso la liquidazione.

Tra il 1992 ed il 2000 l’IRI vendette partecipazioni e rami d’azienda, che determinarono un incasso per il ministero del Tesoro, suo unico azionista, di 56.051 miliardi di lire, cui vanno aggiunti i debiti trasferiti.[11] Hanno suscitato critiche le cessioni ai privati, tra le altre, di aziende in posizione pressoché monopolistica, come Telecom Italia ed Autostrade S.p.A.; cessioni che hanno garantito agli acquirenti posizioni di rendita.

L’analisi della Corte dei Conti sulla stagione delle privatizzazioni

Con un documento pubblicato il 10 febbraio 2010[12], ormai ultimata la stagione delle privatizzazioni che aveva preso il via quasi 20 anni prima, la Corte dei Conti ha reso pubblico uno studio nel quale elabora la propria analisi sull’efficacia dei provvedimenti adottati. Il giudizio, che rimane neutrale, segnala, sì, un recupero di redditività da parte delle aziende passate sotto il controllo privato; un recupero che, tuttavia, non è dovuto alla ricerca di maggiore efficienza, quanto piuttosto all’incremento delle tariffe di energia, autostrade, banche, ecc., ben al di sopra dei livelli di altri paesi Europei. A questo aumento, inoltre, non avrebbe fatto seguito alcun progetto di investimento, volto a migliorare i servizi offerti.[13] Più secco è invece il giudizio sulle procedure di privatizzazione, che:

« evidenzia una serie di importanti criticità, le quali vanno dall’elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractors ed organismi di consulenza, al non sempre immediato impiego dei proventi nella riduzione del debito[14]»

La liquidazione

Le poche aziende (Finmeccanica, Fincantieri, Fintecna, Alitalia e RAI) rimaste in mano all’IRI furono trasferite sotto il diretto controllo del Tesoro. Nonostante alcune proposte di mantenerlo in vita, trasformandolo in una non meglio precisata “agenzia per lo sviluppo”, il 27 giugno 2000 l’IRI fu messo in liquidazione e nel 2002 fu incorporato in Fintecna, scomparendo definitivamente. Prima di essere incorporato dalla sua controllata ha però pagato un assegno al Ministero del Tesoro di oltre 5000 miliardi di lire, naturalmente dopo aver saldato ogni suo debito.


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