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Un racconto: "Pasticciata Siciliana"

Creato il 23 agosto 2014 da Stupefatti
racconto:
Racconto gennaio 2010, di Nino Fricano.  Finalista al Premio Città di Palermo Subway Letteratura 2013 (versione ridotta). Una versione estesa è stata pubblicata su Tutta Colpa della Maestra, eletto Miglior Blog Letterario Italiano al Macchia Nera Awards 2012. Leggi qui: 1 - 2 - 3 - 4I
Non puoi non andarci non puoi non andarci non puoi non andarci. Marco Fantesca e suo padre, che gli si avvicina sventolando quel suo mantra di negazioni. Non puoi non andarci, figlio mio adorato, non puoi non andarci stasera, è importantissimo. “È un’opportunità grossissima, figlio mio, finiscila di fare il difficile. Non lo capisci che certe occasioni non si possono mancare? Certo, non c’è niente di sicuro. Non mi ha dato niente di sicuro, ma bisogna provarci! Bisogna cogliere tutte le occasioni come queste!”.
Offuscato dalle parole del padre, Marco annuiva con la sua solita faccia da saputello snob, adolescente difficile, irrecuperabile testainaria, ribelle senza sbocco. “Figlio mio, quando la finirai di essere così? Quando capirai che bisogna calare la testa, bisogna correre, bisogna chiedere, chiedere, sempre chiedere? Secondo te come ho fatto io a campare la famiglia? A pagarti il mangiare, i vestiti, gli studi? A farmi questa casa? A fare il possibile per rendere felice tua madre? A pagarle tutte le cure possibili?”.
Caro figlio mio, che domande, lo sai, lo sai perfino tu! Sono riuscito a tirare avanti chiedendo chiedendo chiedendo, e sempre, in qualunque caso, ringraziando ringraziando ringraziando, facendo il carino, leccando il culo alla gente che conta, che poi, non si sa mai, sempre tenersi buona la gente che conta, tenersela vicino, perchè non si sa mai, e nel mucchio delle richieste, qualcuno che ti aiuta, qualcuno che ti fa il favore lo trovi. Come ho fatto a tirare avanti, mio unico figliolo luce dei miei occhi mio adorato? Muratore in nero e quattro mesi all’anno nella Guardia Forestale, grazie a quell’Onorevole del paese vicino che ho conosciuto durante alcuni lavori, quel pezzo grosso della Democrazia Cristiana che Sant’Uomo si è ricordato di me e mi ha messo nella lista e via per le colline siciliane a non fare un cazzo con la divisa della Forestale addosso, e ogni anno erano un sacco di soldi, e poi il lavoro a nero, niente da dichiarare, e così potevo prendere l’indennità di disoccupazione, e non mi poteva finire meglio, caro figlio mio allevato nella bambagia del mio amore, che non ti è mai mancato niente, e tutto apposto, e ci siamo fatti il mutuo, e una bella casa, con due balconi e luce dovunque, e tu hai avuto cibo, vestiti, andavi a scuola. E siamo una famiglia felice, e non siamo mai stati male. Tutto per questo! Tutto per questo! Capisci, ragazzo mio? Io alla tua età già avevo da parte i bei soldini! Capisci ragazzo mio? Quando ti si rammollirà quella tua dannata testa? Quand’è che capirai? Ho sessant’anni e sono già in pensione, da un pezzo, e ogni mese faccio la fila alle poste e lo Stato mi versa i soldi e io prendo quelle carte in mano, frusciante denaro, benedizione di Dio, caldo tampone per le ferite della vita, prendo quelle carte in mano e ancora non mi par vero, non mi par vero che arrivano soldi senza che io debba sudare, sporcarmi, martellare, scavare, rompere mattoni, stare ore e ore inginocchiato tra la polvere. È la felicità, figlio mio, capisci? È la felicita, questa, e alla felicità ci sono arrivato chiedendo chiedendo chiedendo! Cosa aspetti tu, porca miseria? Cosa aspetti tu maledetto bastardo figlio dei miei lombi, corrotto in nonsoqualemomento della tua vita, corrotto irrimediabilmente schifosamente, essere ributtante, lurido mostro prodotto dal mio seme che hai lasciato per strada qualcosa di fondamentale. La dignità! La realtà! L’intelligenza del mondo che sta fuori quella tua cazzo di testa che tu agiti adesso con fare così altezzoso ignavo spocchioso. Come se fossi un grand’uomo che può permettersi di non calare la testa per campare. Ma chi cazzo ti credi di essere? Maledetto figlio di puttana!
“E ora, figlio mio, un’occasione così, ti dicevo, non puoi non afferrarla al volo. Ho parlato con l’Onorevole, me l’ha presentato un mio collega, ci siamo presi un caffè al bar, abbiamo cominciato a parlare e parlare e, parlando parlando, abbiamo scoperto di essere mezzi cugini. La zia Teresa, quella che è morta l’anno scorso, la sorella di mia madre, è cugina di sua madre. Capisci? Siamo parenti, sangue di sangue, nessuna parentela acquisita, capisci? Lui era contento di questa scoperta, mi ha offerto un’arancina, abbiamo cominciato a parlare di parenti comuni, si è scusato tanto quando doveva andare. Mi ha lasciato il suo numero e mi ha invitato alla bicchierata di stasera. Poi io ieri l’ho chiamato, ci siamo visti, un altro caffè, offre sempre lui, gli ho parlato di te, gli ho detto come sei combinato, lui si è acceso. Capisci? Si è intenerito. Ha detto che uno in gamba come te è sbagliato che sia disoccupato, mi ha parlato di una cosa…di una cosa…”.
“Mi ha parlato di una cosa, una cosa importante che dice che ancora non la sa quasi nessuno. Dice che una cosa così, per un giovane come te, sarebbe la perfezione. Dice che lui non lo fa per i voti, o per altro, ma solo per amicizia, per affetto verso di me e la mia famiglia e per un sincero interesse per il tuo futuro. Dice che stasera alla bicchierata ti vuole vedere e vuole farti un discorsetto di quelli giusti. Dice che c’è la possibilità di infilarti, ma infilarti bene, con un bel contratto, in un posto di quelli giusti. Capisci? Un bel lavoro d’ufficio, scrivania, telefono, aria condizionata. Capisci? Il partito è stato chiaro con lui. Al massimo lui ne può infilare tre, della provincia. Tutti gli altri posti sono già assegnati, ci sono già altri Onorevoli con i loro ragazzi, e questo favore che ti vuole fare è una cosa importantissima. Non me l’ha dato come sicuro al cento per cento, perchè è uno onesto, è uno giusto, dice che non vuole farmi facili promesse, dice che ci sono margini, dice che ci sono sempre eventualità, ma dice che se ora viene eletto le possibilità che la cosa vada in porto sono molto alte. Mi ha fatto capire che è quasi sicuro, e che vuole solo vederti, ma già sa che sei figlio mio, quindi problemi non c’è n’è.
Mi ha spiegato pure la cosa, anche se non te la so spiegare uguale. Dice che questi sono soldi dell’Europa che stanno arrivando in Sicilia, un sacco di soldi che ci fanno un sacco di posti di lavoro, ma lavori d’ufficio, lavori giusti, con la scrivania, il telefono e l’aria condizionata. Dice che c’è il bando, il finanziamento, la graduatoria, che insomma c’è un sacco di gente che fa le domandine per sistemarsi con un posto del genere, ma tanto sono tutte cazzate e chi viene infilato, chi insomma finirà sistemato, lo decidono gli Onorevoli. Insomma, io non so spiegartelo per come me lo ha spiegato lui, ma mi ha fatto capire che è una cosa grossa. E praticamente quasi sicura.
Capisci, figlio mio? Perchè fai quella faccia? Il bello è che lo sai, lo sai che ogni tanto succede ancora. Che certo, non è come ai miei tempi, quando infilavano un sacco di persone, e i politici se ti volevano fare un favore stai sicuro che te lo facevano. Certo, ora è un po’ diverso, ora ne infilano di meno, perchè dicono che c’è crisi, e che cazzo ne so, però lo sai anche tu che ogni tanto succede ancora, succede davvero che riescono a infilare ogni tanto qualche giovane senza lavoro. E, una volta infilato, figlio mio, una volta infilato, ti puoi davvero sistemare.
Sono lavori tutti in regola, ci sono i sindacati, appena hai un problema, alzi il telefono, chiami i sindacati e quelli fanno bordello per te. E nessuno ti tocca. E potrai finalmente cominciare a pensare al tuo futuro. E sarebbe proprio ora, figlio mio! Potrai finalmente finirla di dire che te ne devi partire, che devi andare al nord, in Francia, in America o in qualche posto in culo al mondo. Ci pensi? Mi faresti felice! Mi faresti felice perchè saresti felice! Saresti bello sistemato, saresti felice!”.
Chissà perchè, Marco non fece le sue solite scenate. Disse di si. Si Paparino, stasera ci vado, parlerò con il nostro mezzo cugino Onorevole, farò con lui il discorsetto di quelli giusti, farò il carino, gli leccherò il culo per benino. Certo Paparino, un’occasione del genere non ce la possiamo far scappare. Me ne pentirò a vita, altrimenti. Saranno dolori e rimorsi eterni se stasera non mi farò abbracciare dall’Onorevole mezzo cugino nostro, se non bacerò le sue guance, se non mi avvicinerò tanto a lui da sentire la sua acqua di colonia. Certo Paparino, faccio tutto quello che dici. Hai ragione tu, sono io quello immaturo. Sono io quello che finora è stato sbagliato. Ma ora cambio, Paparino mio adorato. Stasera mi metto la camicia e ci vado. Sarò felice. Verrò infilato. Sarò sistemato. Sarò felice. Farò felice te e la mamma.
Suo padre, davanti a tanta ragionevolezza, quasi crollò sulla sedia. Quando Marco uscì da casa, stappò una bottiglia per festeggiare. E sua moglie pianse di gioia, dal fondo del suo cancro in stato avanzato, piena di rinnovata speranza per la sorte dell’amato figliolo.
II
Bicchierata sto cazzo. Quello era un vero e proprio banchetto. Banchetto un po’ alla buona, certo, perchè si stava sempre nel paesello buco di culo di cinquemila anime e certo, ai paesani non piacciono certo le cose troppo chic, però diamine, c’era il ben di Dio, su quei tavoli. Tutto era stato adibito alla perfezione. Una perfetta riproposizione dell’Albero della Cuccugna. Stessi umori, stesse facce fameliche, stessa ingordigia da naufragi. Lì dentro era tutto un ruminare di mascelle, uno sbattacchiare di pappagorge, uno strabordare di panze e corpi mollacchi.
Attorno ai tavoli del buffet, tovaglie a quadrettoni rossi come a riproporre chissà quale sagra rustica, attorno ai tavoli del buffet gli avventori erano perlopiù gente bruttissima e oscenamente grassa, dal colorito malarico e dalle pesanti occhiaie intartarate di ottusa furbizia e bieco rancore. Quasi tutti erano del tipo umano malaticcio. Flaccido, grosso e malaticcio. Molti si avvicinavano al mito dello straccione obeso, quello che ogni giorno s’ingozza di merce scadente rigorosamente sottomarca, inferni di coloranti, conservanti e grassi saturi. Animali da superdiscount, arrampicatori di scaffali inumani, schiavi del carrello carico di schifezze, disperati divoratori di immonde merendine, salumi, paste, lardi, cioccolatini grondanti tossine e grassi residui di Occidente alla deriva.
Marco affilava annoiato le sue armi da salutista, lui che di solito mangiava più schifezze di tutti. Intanto conversava con lo squallore fatto persona. Un trentenne emaciato, alto e magro come un palo in disuso, patetiche stempiature, occhiali spessi e sporchi, acne rivoltante. Argomenti di conversazione, sempre gli stessi. La Sicilia posto di merda, il lavoro che non c’è, le femmine che non te la danno e gli ettolitri di bile verde che inondano gli animi dei Poveri Sperduti Desolati Giovani Contemporanei. Una paranoia. “Sai che è? – sbotta infine Marco – è che tutto questo benessere, tutti questi vizi, tutti questi capricci, tutte queste comodità che mammina finora non ci ha mai fatto mancare, adesso ci si stanno rivoltando contro. Perchè è innaturale tutto sto benessere, è innaturale tutto questo. E la natura si rivolta, come per gli uragani, le grandi catastrofi e tutte queste belle cose che fanno crollare le Incrollabili Costruzioni del Genere Umano. E credimi, ti dico io, credimi che in fondo ce lo meritiamo”. Marco sentì chiaramente la colonna sonora dei suoi personalissimi Discorsi Molto Intelligenti. Ma il tizio dalla faccia butterata non la prese benissimo. Roteò gli occhi, chissàperchè sembrava abbastanza offeso. E corse dunque verso i tavoli del buffet, per rimpinzarsi anche lui.
Nella sala ampia e spaziosa del ristorante di Gino, anche lui un mezzo cugino dell’Onorevole, ma che non c’entrava niente con la famiglia di Marco, in quella sala ampia e spaziosa i robusti tavoli del buffet quasi vacillavano sotto l’assedio, i disperati colpi di ariete di quella torma di uomini in giacca e cravatta, tutti vistosamente a disagio nell’abbigliamento che adoperavano soltanto per le feste comandate. Schiera di Padri di Famiglia tutti di un pezzo, odoranti di profumi che utilizzano di rado, dai movimenti maldestri, ingolfati in giacche desuete e ancora impregnate di naftalina, tutti intenti a ingozzarsi di arancini, bruschette, olivette, mozzarelline, tartine, patate fritte e tanti di quegli stuzzichini da far fermentare un esercito di stomaci di ferro. Il tovagliolo era un optional che solo in pochi apprezzavano, visto che i più mangiavano con le mani, ingollando gli assaggini in un sol boccone, dirigendosi poi sulla tovaglia a strofinarsi i palmi per togliersi di dosso il grosso dell’unto. Per il resto, si strafogavano senza pietà, le labbra umide per il fritto, le guance rosse per il calore. Goccioline di sudore sulle fronti, che scendevano giù dai riporti imbarazzanti, dalle tempie trafelate, dalle teste nude e grottesche.
Molti ridevano, parlando tra un boccone e l’altro con il compagno di strafogata, alzando i calici con il vino rosso di discreta qualità. I brindisi si susseguivano freneticamente. Tra un sorso e l’altro, poi, i Padri di Famiglia si scambiavano i convenevoli, facendosi le solite domande di rito, fingendo un qualcheduno interessamento per le vite altrui. Ma non erano avvezzi alla vita mondana. E si vedeva. E mascheravano l’imbarazzo buttandosi sul cibo, affogando le buone maniere nel vino e nei fritti misti.
Considerazioni socioeconomiche. Attorno al tavolo, a fondo nel mucchio, erano tutti Padri di Famiglia del ceto medio-basso del paese. Tutti più che altro operai, o artigiani, al massimo piccoli commercianti. I più l’indomani si sarebbero dovuti alzare prestissimo, e a quell’ora erano stanchi e assonnati dopo una dura giornata di lavoro. Se non ci fosse stato l’Evento, sarebbero arrivati a casa, sprofondando un’oretta sul divano, poi doccia, poi cena preparata dalla meravigliosa adorata amata idolatrata Mogliettina Servizievole, poi avrebbero ammazzato la serata a fondo di qualche divano tutto ceduto davanti a qualche ottuso programma televisivo. Ma quella sera c’era l’Evento, e all’Evento non si poteva assolutamente mancare. Assolutamente non si poteva perdere l’occasione di mangiare a sbafo, e gratis, tutt’al più a spese della politica. Così mani grosse, callose, spaccate, sbucavano dalle maniche e afferravano gli assaggini con scatti da predone. E giù espressioni voraci, sorrisi larghi e sgraziati, lunghi brindisi e rozze tracannate. Ancora non si era sentito nemmeno un rutto. Che meraviglia.
I paesani più agiati, per una strana coincidenza, se ne stavano invece un po’ in disparte, seduti attorno ad un piccolo tavolino nero in un altro angolo della sala. Osservavano lo spettacolo, loro, con placida benevolenza paternalistica. Come turisti allo zoo, a voler essere cattivi. Qualche sopracciglio un po’ rialzato rispetto al normale, ma niente di più. L’espressione più frequente, nelle loro nobili facce, era quello del tenue divertimento, della gaiezza rilassata. Loro, Veri Signori oltre che Padri di Famiglia, si erano fatti portare dai camerieri i piattini ricolmi di tutti i tipi di antipasti del buffet. Usavano correttamente il tovagliolo, loro. E alcuni si erano fatti portare addirittura le posate. Erano in pochi, lì, attorno al tavolino nero, nemmeno una decina, seduti in varie pose, ma tutti estremamente a proprio agio, aggraziati, sicuri. Coincidenza, erano quasi tutti costruttori, imprenditori edili, trafficanti di cemento. Gran parte degli invitati erano dipendenti loro.
L’Onorevole Giovanni Anello fece il suo ingresso trionfale quando i camerieri stavano caricando i tavoli della seconda razione di antipasti. Robusto e atletico nel suo completo gessato blu scuro, entrò come circonfuso di luce, come accompagnato da una fanfara di bersaglieri. L’atmosfera cambiò, le mascelle cessarono di ruminare, le pappagorge di sbatacchiare, le panze di strabordare. La folla di invitati si dette un contegno, controllandosi i vestiti, sincerandosi che non ci fosse nulla fuori posto. I più abbienti rimasero seduti, godendosi la scena con un sorrisetto furbo e acuto. Un gruppetto di Padri Di Famiglia, che aveva bevuto più di quanto era opportuno, diede il via ad un applauso pacchiano. L’atmosfera si sciolse. L’applauso venne condiviso anche dai più sobri. Toni entusiasti, sorrisi esagerati, cori da stadio. L’Onorevole – così lo chiamavano tutti, anche se era soltanto un consigliere comunale che stava correndo per un posto in Parlamento Regionale – l’Onorevole lentamente, con studiata lentezza, sfilò in direzione dei costruttori per dar loro il primo saluto. Intanto offriva la testa da una parte e dall’altra, sorriso sfacciatamente televisivo, denti bianchissimi e accecanti, rasatura perfetta, intanto offriva la testa da una parte e dell’altra, sorridendo, cenni e occhiolini a destra e manca, abbracciando tutti, almeno con lo sguardo. Dopo la doverosa riverenza ai più abbienti, si inoltrò nel pieno della folla di poveracci.
Strinse molte mani, ascoltò molte richieste, annuì molto e si lasciò scappare anche qualche promessa. “Dottò, dottò, c’è mio figlio che è disoccupato e vuole partire. È giovane ed è sempre stato bravo a scuola. Un posticino qui non si ci può trovare?”. “Onorevole, mi permetta, poi dobbiamo parlare di quella mia sorella che lavora alla Regione e che non la fanno andare in pensione”. “Dottò, dottò, c’ho il 50% di invalidità, pensione non me ne arriva, ma almeno un lavoretto in un supermercato non me lo può capitare?”. Attorno a lui si avvicendava un tremendo mosaico di facce rosse e contratte dalla digestione. L’Onorevole finse di ascoltare tutti e a tutti diede soddisfazioni. Di ognuno promise che si sarebbe ricordato certamente. Di molti si appuntò sull’agendina il numero di telefono, inforcando perfino gli occhialini da vista, quindi facendo sul serio. A qualcuno fissò addirittura un appuntamento per il giovedì successivo. “Se non mi trova in ufficio, può sempre parlare con Giuseppe, il mio segretario. Ma credo proprio di esserci, giovedì prossimo. Per lei ho una cosa che andrà in porto quasi di sicuro. Non stia in ansia. Vedrà che riuscirò a fare qualcosa di buono per lei”. Il tizio, camionista licenziato di recente, quasi gli stritolò la mano nella sua morsa.
L’Onorevole però, Grand’uomo oltre che Vero Signore e Padre di Famiglia, era perfettamente a suo agio. Meraviglia delle meraviglie, riusciva perfino a sorvolare con ammirevole disinvoltura sui modi grossolani, il contegno peloso, le espressione dilatate e gli aliti pesanti dei poveracci che lo guardavano e lo toccavano, come si guarda e si tocca la Santa delle Processioni, la Reliquia, l’aura del taumaturgo. La gente gli si affastellava attorno come prima si affastellava attorno ai tavoli del buffet, ma l’atteggiamento adesso era più affamato, più rozzo, più sguaiato. Eppure sorridevano tutti, i questuanti. I loro volti incartapecoriti dal sole, imbruttiti dalla fatica, sformati per l’invidia e il rancore sociale, cercavano ora di aprirsi in goffe espressioni cordiali, macinavano prove di finto entusiasmo, tentavano di mettere su espressioni che potessero in qualche modo risultare addirittura simpatiche. Ma lo stridore era palese. La scena oscena. Quel plotone di denti marci e giallastri, quelle carie male otturate, quei buchi rabberciati alla bell’e meglio, quegli incisivi storti o mancanti, tutto quel fetido obbrobrio orale strideva rumorosamente, insopportabilmente, disperatamente, contro il luccicante biancore dei denti dell’Onorevole.
III
Intanto si rifece vivo lo squallore fatto persona, il trentenne emaciato, alto e magro come un palo in disuso, patetiche stempiature, occhiali spessi e sporchi, acne rivoltante.Si avvicinò a Marco, tutto in visibilio dopo aver baciato entrambe le guance, affondando estaticamente le labbra umide nelle guance profumate e perfettamente rasate dell’Onorevole.
“Sei venuto qua solo per mangiare?” chiese.“E per cosa, sennò?” gli rispose Marco.“Dai, non fare quello che non capisce”“Che vuoi dire?”“Sei venuto per parlare con Lui, non è vero?”.Marco decise di divertirsi.“Sono stato invitato” rispose, gelido.“Invitato?”“Si”“Cioè, come quando si invitano i parenti o gli amici ad una festa di compleanno?”.“Qualcosa del genere”.“Ok, ma non ci devi parlare, con Lui?”.“Scusa, non capisco, cosa dovrei dirgli, a Lui?”.
Marco lo conosceva da tempo. Era stato un ragazzo interessante, a volte perfino bello. Aveva avuto la testa piena di sogni, una volta. Studiava, leggeva, si informava, voleva viaggiare, aprirsi, conoscere il mondo. Aveva avuto negli occhi una luce speciale, una volta. Ma era invecchiato anzitempo, adesso era sfatto, svuotato, straziato dai suoi trent’anni, dalla sua disoccupazione e da chissàchealtro.
“Cosa dovrei dirgli, a lui? – ripetè Marco – Io neanche volevo venirci qui, stasera. Ma vabbè, mi sono detto, mangio un po’ a scrocco e me ne vado subito. Ti pare, stasera ho altre cose da fare. Come me ne fotte a me di andare appresso a sti cazzo di politicanti”.
Il suo interlocutore era arrossito violentemente. Sembrava ancora più sfatto, svuotato, straziato dai suoi trent’anni, dalla sua disoccupazione e da chissàchealtro. Sembrava ancora di più Invecchiato Anzitempo. In lui la maturità, l’uscita dall’adolescenza, aveva assunto le forme di una rigidezza inquietante, un cadaverico rigor mortis, quasi che – irrimediabilmente non più teen-agers – avesse smesso inesorabilmente di vivere e palpitare. Trent’anni, e pareva una statua di cera, una mummia. Adesso, passato il rossore, sembrava mummia, statua di cera, perfino nel colorito.
“Tu perché sei venuto? – continuò allora Marco – Solo per mangiare?”.“No…io..io” balbettò il poveretto, che adesso non voleva ammettere con se stesso quanto si vergognasse a dire le cose come stavano.Non voleva ammettere con se stesso quanto si vergognasse, quanto gli riuscisse difficile raccontare che, cazzo, ormai erano mesi e mesi e mesi che ci lavorava alacremente, che si stempiava mattino e sera, che consumava suole di scarpe, batterie del cellulare, un sacco di tempo perso, un sacco di energie buttate a cercarsi quella cazzo di raccomandazione.Che bussare alle porte era ormai diventato il suo mantra quotidiano.Che ormai era un esperto nell’assumere il tono giusto, la giusta servilità, la giusta affettazione di inferiorità umana, morale e sociale, che bisognano per ingraziarsi i politicanti e, tessendo tessendo centinaia di tele, cercare in qualche modo di far qualcosa, qualsiasi cosa per farsi iniziare alla strada del Sacro Posto Fisso che lui sapeva non esisteva più, che era un mito ormai passato, che sono speranze vane, ali spezzati ancor prima di volare, ma diamine, non ci poteva fare niente, passava le giornate a intrecciare contatti frustranti, a fare anticamere trasudanti bile verde, ad appuntarsi numeri di telefono, a chiedere chiedere chiedere, a ringraziare a ringraziare ringraziare, senza che nemmeno gli venisse più il voltastomaco.Gli riusciva difficilissimo, adesso, impossibile da digerire, riuscire ad ammettere con se stesso quanto si vergognasse a dire, a dire a quel testa di cazzo supponente di Marco Fantesca, che tutto quello, tutto quell’ambaradan in cui impiegava tutte le sue energie da mesi e mesi e mesi, che tutto quello era ormai l’unico modo che riusciva ad immaginare per riuscire a continuare a guardare in qualche modo in faccia sua madre.
Marco lo fissava, imperturbabile.“Senti – sbottò il tizio – io mi sono laureato e poi ho provato nonsoquanti concorsi, sostenuto nonsoquanti colloqui, e niente. Ho fatto sempre lavori del cazzo, sono sempre stato pagato un cazzo. Sono affogato nel puzzo di una friggitoria, ho pulito lo schifo che la gente lascia negli alberghi, ho proposto mille minchiate inutili a gente che mi mandava regolarmente a fanculo. Ora guarda qui, sono tutto stempiato, presto sarò completamente calvo, e ancora tutti mi trattano come un ragazzino che deve far gavetta. Io non ce la faccio più”.
Marco lo guardò, senza espressione.“Però – continuò il tizio – questa è la prima volta che lo faccio, perché ormai mi sento quasi come un disperato. Io mi sento una merda, Marco, ma non so cos’altro fare. Pensala come vuoi, pensa che sono un ingenuo, un bambino, uno sciocco sognatore, ma a me sta cosa del chiedere favori a quei cosiddetti pezzi grossi che non valgono niente, insomma, questo dover leccare il culo a questa gentaglia che ha rovinato un paese e continua imperterrita a comandare, a me sta cosa fa schifo”.
Marco continuava il gioco crudele.Silenzio.“E quindi ora si – concluse il tizio, ormai senza più difese – Ora si, mi cerco la raccomandazione. E fanculo a tutti i bei discorsi e gli ideali e le belle speranze. E non mi guardare così”.Marco sbuffò, gli mise una mano sulla spalla.“Senti – disse – a me non me ne frega niente. Perché ti stai giustificando con me? Ma fai quello che vuoi! Io me ne stavo giusto andando”.Il tizio sembrò vacillare.Marco gli fece ciaociao con la mano, inoltrandosi verso l’uscita del locale.Se ne andò. Non aveva neanche salutato l’Onorevole mezzo cugino suo. Nessuno quella sera gli avrebbe fatto un discorsetto di quelli giusti.

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