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Una contraddizione chiamata India

Creato il 26 agosto 2014 da Abattoir

di Alessia Ingrasciotta

Una contraddizione chiamata India

Cartellone pubblicità progresso in una trafficata strada di Pune, Maharashtra.

Chi c’è stato lo sa e chi ha intenzione di andarci dovrebbe saperlo: paradisiaca e infernale allo stesso tempo, l’India è il Paese delle contraddizioni.

Non appena si arriva in uno dei maggiori centri metropolitani come Delhi o Mumbai, la prima cosa che si nota è la stupefacente coesistenza di modernissimi grattacieli e baracche accatastate insieme a cumuli di immondizia.
Inoltre, basta fare un giro tra le strade del centri cittadini per avvertire immediatamente la disparità tra ricchi e poveri. Evidente è anche il conflitto tra centri urbani e centri rurali che sfocia, nel contesto sociale, soprattutto nella rigidità del sistema castale, talvolta espressione di discriminazione e antimodernità in un Paese che viene comunemente considerato in via di sviluppo.
La voglia di occidentalizzarsi, specie tra i giovani, è evidentissima soprattutto nelle grandi città dove quasi nessuno porta i vestiti tradizionali come la dhoti, la sari o il salwaar kameez. Nonostante ciò, quando un europeo li indossa fa scalpore e viene gratificato e riempito di complimenti dalla gente del luogo che in questa scelta riconosce un apprezzamento dei propri costumi.
Chi rimane per più giorni può, senza dubbio, avere l’occasione di notare l’ardente fervore patriottico che esplode fragorosamente durante le partite di cricket – in particolare ‘India vs Pakistan’ – e che viene immediatamente dimenticato in una conversazione tra gente istruita in cui la lingua nazionale, la hindi, viene sostituita da un apparentemente più pacato inglese.
Per non parlare di tutti quei film d’amore che riempiono le casse di Bollywood il cui lieto fine consiste nella festosa celebrazione degli amanti in pomposi matrimoni ricchi di musiche e danze colorate! Come molti sanno, in realtà i matrimoni combinati dalle famiglie degli sposi sono ancora la maggior parte, e quei pochi che hanno il coraggio di andar contro questa norma non di rado vengono allontanati dalle rispettive famiglie perdendone ogni tipo di supporto.

Vacca sacra, decorata per la festa di Dipawali, cammina su mucchi di immondizia a Wardha, Maharashra.

Vacca sacra, decorata per la festa di Dipawali, cammina su mucchi di immondizia a Wardha, Maharashra.

Ma la cosa che personalmente mi infastidisce di più è l’inquinamento. È incredibile come un Paese la cui civiltà e la cui cultura hanno sempre messo (almeno filosoficamente) la natura su un piano elevatissimo, fino a farla coincidere con la Shakti divina, la potenza di Dio, possa maltrattare, deturpare e violentare il suo ambiente a tal punto.
Industrie costruite a pochi chilometri dai centri urbani che scaricano scorie e scarti nei fiumi; spazzatura bruciata ogni sera senza distinzione di sorta; gas di scarico con quantità di zolfo che, secondo alcune fonti, sono tra le 50 e le 200 volte superiori a quelli usati in Europa; normative a riguardo pressoché inefficaci (quando esistenti); sensibilità sull’argomento da parte della popolazione quasi nulla.
Eppure ho visto con i miei occhi facoltà di ingegneria ambientale e simili. Che ci sia una speranza per il futuro?
Che in effetti qualcosa si stia muovendo si nota per esempio dalle pubblicità e da programmi televisivi seguitissimi, condotti da famosi attori milionari, che sensibilizzano il pubblico su tematiche importanti come appunto il riciclaggio dell’immondizia, la pericolosità dei pesticidi e altro. Ma basterà questo a cambiare la mentalità di più di un miliardo di persone? Certamente è un inizio.
Una volta lì la cosa migliore da fare certamente sarebbe evitare l’uso della plastica prediligendo materiali biodegradabili e riciclando il più possibile, non buttare i rifiuti per strada e cose simili. Ma mentre si è in India, in mezzo al caos delle sue trafficatissime strade, questi piccoli gesti sembrano totalmente inutili pure a una convinta ambientalista come me. Eppure cerco di persuadermi che invece possano servire. E la prova ce l’ho quando ogni tanto qualche amico indiano mi racconta che, dopo le discussioni avute con me sull’argomento, non riesce a buttare a terra nemmeno più la carta e redarguisce chi lo fa in sua presenza.
Che la storia del “se io lo dico a un amico e questo lo dice ad altri dieci…” possa funzionare davvero? Io lo spero. Per me e per chi, passeggiando per le strade di Delhi, vorrebbe lasciarsi inebriare dall’odore dei fiori nei templi, quello delle spezie al mercato e degli incensi al sandalo sull’uscio delle case.


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