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Una foto e una storia

Creato il 27 ottobre 2010 da Cultura Salentina
Fronte

Il milite Pippi (Archivio V. D'Aurelio)

Osservare una vecchia foto è come isolarsi dalla realtà del momento per proiettarsi in un fugace attimo della vita che all’improvviso è sembrata fermarsi. La forza della comunicazione visiva di una foto sollecita anima e mente facendo rivivere, con la stessa intensità di un tempo, quei momenti immortalati. La narrazione trova nella fotografia il suo naturale sfogo poiché essa diventa immagine reale, tangibile e percepibile.

Questa premessa per descrivere il mio stato d’animo quando ritrovai tra le vecchie foto di mia nonna quella di un militare. Ingiallita dal tempo e abrasa sui lati, presentava un bel giovane in divisa di una ventina d’anni circa, dalla folta capigliatura nera e dall’espressione serena e un po’ romantica. Anche se indossava la divisa da militare semplice del Regio Esercito italiano, la sua postura non era per nulla marziale e, anzi, l’assenza del cappello sembrava proprio voler sottolineare l’informalità del momento. Mia zia Graziella, che custodisce questa foto, rispose, alla mia domanda di chi fosse quell’uomo, che si trattava di zio Pippi fratello di suo padre e mia madre.

In un battibaleno mi venne in mente quell’anziano zio maresciallo in giacca e cravatta con i baffi neri e dalla voce possente ma ben controllata che dopo la guerra continuò a militare nelle fila dell’esercito italiano. Ricordavo i suoi racconti da telegrafista nell’esercito, divenuto poi sottoufficiale addetto alle telecomunicazioni, e mi divertivo a chiedergli come si battessero sul telegrafo alcune parole che al momento mi passavano per la testa. Lui pronto, aveva poco meno di ottant’anni ed io una sedicina, faceva il suono della levetta intervallando al fonosimbolico tin tin delle regolari pause di trasmissione.

Tra i tanti racconti della sua vita ricordava spesso, con grande commozione e rammarico, i tempi del servizio militare svolto in Africa tra il 1934 e il 1937 ossia dopo la condanna morte del guerrigliero senussita Omar al Mukhtar e la proclamazione del Governatorato Generale della Libia con a capo Italo Balbo. Zio Pippi era al servizio delle comunicazioni militari a Bengasi, una delle quattro provincie della Libia italiana, e fu erroneamente accusato di non aver rispettato il protocollo di procedura militare imposto al servizio da lui svolto. Per tale motivo il tribunale militare lo fece imprigionare in attesa di essere fucilato per alto tradimento.

Furono i giorni più duri della sua vita, mi raccontava, quando chiuso in una piccola cella a piangere e a dichiararsi innocente riusciva a distrarsi sbirciando fuori grazie ad una piccola finestrella ferrata. Quando la notizia giunse in Italia, il padre Marco con tutta la famiglia già piangeva il figlio morto poiché per difendere legalmente un figlio bisognava sostenere delle spese enormi. La famiglia, anche se non povera, campava tuttavia col reddito prodotto dalla terra e l’unica cosa che il mio bisnonno Marco poté fare fu di vendere una sua proprietà per ottenere la somma necessaria a pagare un avvocato. Nel frattempo zio Pippi, sempre più sconsolato e solo, vedeva già la fine dei suoi giorni ma riuscì comunque a inviare quella foto che io ebbi tra le mani tantissimi anni dopo. La stessa era indirizzata al fratello Vincenzo e ancor oggi si legge, tranne l’ultima cifra dell’anno:

Bengasi 11-7-3…/ Ricordatemi come io vi ricorderò /Pino

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Retro foto 11/07/193.. (Archivio V. D'Aurelio)

Mio zio venne poi scagionato grazie alla difesa del suo avvocato che, stando alle parole dello zio, gli fu consigliato dal padre di Emilio Fede il quale al tempo era brigadiere dei carabinieri in Etiopia, a sua volta fatto prigioniero nel 1942. Lo zio fu dichiarato innocente e ripristinato in servizio con le scuse ufficiali dell’Italia.

Quanto la guerra possa segnare la vita di un uomo può essere difficile da capire ma basterebbero le tante storie raccontateci per comprendere quanto quei tempi siano stati espressione di dolore e d’infelicità incancellabili. Se la memoria di queste storie ritornasse viva nel nostro presente solleciterebbe le nostre coscienze a urlare contro ogni manifestazione di violenza e di repressione fratricida. Anche per questi motivi è necessario continuare a professare che “chi non conosce la storia non può comprendere il presente!”.


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