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Una notte a Buenos Aires.

Creato il 02 dicembre 2013 da Enricobo2

Una notte a Buenos Aires.

Buenos Aires -  luglio 2002


Era buio da parecchio ormai e faceva anche piuttosto freddo. Il taxi viaggiava piuttosto lentamente nelle strade diritte e quasi deserte della periferia di Buenos Aires, verso l'aeroporto. Ricordo la stranezza di quella situazione per una grande capitale, un traffico così limitato lo ricordavo solo ai tempi dell'Unione Sovietica, in quella Mosca piena di incertezze e di affanni per il nuovo in arrivo. Armando guidava piano, come se non fosse abituato a quel lavoro, stringendosi le spalle in una giacchetta lisa che dava poco riparo. Intorno sfilava la teoria di baracche di lamiera di nuova costruzione e la gente che dormiva fuori, malamente ricoperta di cartoni. Dappertutto il senso desolante di una miseria diffusa e comune, di una povertà di ritorno che crea una disperazione netta e senza speranze, molto diversa da quella dei paesi dell'Asia o dell'Africa dove questo stato è sempre stato endemico e comune, dove è vissuto come una normale condizione di vita a cui la gente si adatta alla meglio, con una dose di sopportazione che in fondo la fa apparire più accettabile, non avendone conosciuta una migliore. Quella dell'Argentina invece era una condizione ben diversa. Nei giorni che ero stato lì, sentivi aleggiare solo lo sgomento dell'enorme massa di gente, la stragrande maggioranza, che aveva in un attimo perso tutto. 
Il default arrivato tra capo e collo e la svalutazione conseguente aveva privato tutti dei loro risparmi, azzerato le pensioni, condotto alla chiusura la maggior parte delle attività industriali e commerciali, riducendo quasi tutti alla fame. Armando non chiacchierava con la vena allegra dei tassisti di tutto il mondo che si rivolgono al loro passeggero tanto per ingraziarselo al fine di massimizzare la mancia. Parlava poco e le parole dovevi tirargliele fuori ad una ad una. Era direttore amministrativo di un'azienda meccanica e quando questa, come la maggioranza delle imprese del paese aveva chiuso, si era trovato senza più nulla. Persi i risparmi, che comunque il blocco dei conti delle banche aveva reso indisponibili, impossibilitato a trovare un altro lavoro, abbandonato dalla moglie, si era ridotto a dormire nel sottoscala di una officina, che gli dava da guidare di tanto in tanto e in nero, un taxi durante la notte. Quello che riusciva a mettere insieme non gli bastava neanche per mangiare. Aveva infatti le guance incavate ed il profilo affilato, la barba un po' lunga che non aggiustava da qualche giorno e che gli dava un'aria un po' lugubre. Mi lasciò alla pensilina più lontana, lo sguardo basso, andando via veloce forse per aggirare qualche irregolarità in cui incorreva con la sua posizione border line. 
Anche le luci dell'aeroporto erano basse e fioche. Che tristezza vedere un paese apparentemente ricco di risorse naturali e poco popolato, ridotto in quella condizione dal populismo più becero e da un annoso malgoverno che aveva risolto il problema economico nell'unico modo che hanno sempre seguito i governanti sulle spalle della gente, default e inflazione, la livella che azzera tutto, riduce il paese alla fame, tutti poveri, poi chi ce la fa, ricomincia da zero. Avendo risorse, dopo una quindicina d'anni il paese si riprende a poco a poco e si riparte. Naturalmente se il paese ne dispone. Chi non le avesse ci metterà un po' più di tempo. Salvo che, posto che il paese non sia nel frattempo piombato in una dittatura, la gente non elegga altri populisti che in breve faranno di nuovo saltare il banco. E mi risulta che l'Argentina sia di nuovo sull'orlo del burrone. Sentire che qui da noi, quasi tutti i partiti, annusato l'odore antieuropeistico che spira nei gruppi più beceri e sordidamente populisti, si spostano più o meno cautamente su questa linea per perdere meno voti possibili, mi mette una grande tristezza. Il popolo alla fine ha sempre e soltanto quello che si merita, certo; è lui con i suoi umori che guida la giostra e ingigantisce le tendenze. I burattinai al massimo le intercettano e ci buttano benzina sopra, ingigantendo i problemi e snocciolando balle a catena per farsi votare. Prima erano gli immigrati, adesso è l'euro il colpevole. 
La gente sente solo un sordo rancore che vuole sfogare su qualche cosa che rappresenti il male e la cui eliminazione darà in automatico la soluzione dei problemi. Le orecchie sono chiuse e sigillate. Nessuno vuol sentire che quell'imbecille sul palco ti dice a distanza di un minuto che il cambio dell'euro era sbagliato che non doveva essere 1 a 2000, ma 1 a 1000. Poi dopo un attimo ti dice che bisogna uscire dall'euro per essere liberi di svalutare competitivamente e portarlo a 1 a 3000 o magari 1 a 4000. Nessuno avverte la discrasia detta, nessuno rileva il nonsenso. Tutti hanno già deciso e sono talmente ignoranti da non accorgersi neanche della contraddizione. Lui, quello che sta sul palco, no, lui la capisce benissimo, lui e chi lo guida, lui non è ignorante, è solo un farabutto mentitore. Ma che importa, il popolo vuole Masaniello e Masaniello avrà, tanto saranno poi loro ad andare a dormire sotto i cartoni. E non è neanche che gli italiani siano i peggiori, in Francia avanza le Pen, in Olanda, Austria l'estrema desta, in Ungheria in altri paesi i neonazisti vincono le elezioni, Alba Dorata è ai massimi storici. Spira da nord una tramontana gelida, speriamo solo che l'inverno non sia troppo lungo e rigido.
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