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Una ragazza per bene – Racconto

Creato il 12 giugno 2014 da Leggere A Colori @leggereacolori

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Barbara lavora alla caffetteria, tra il rumore frenetico di tazzine, l’odore di caffè macinato di fresco e il taglio gelido dell’acqua del lavello perennemente sulle mani. La pedana dietro al bancone, lei la pulisce appena può, è il suo personalissimo pavimento e ne tiene cura come se fosse quello di casa sua, eppure è sempre caldo e sporco dei suoi passi. Sente questa sporcizia scottarle sotto le scarpe con la suola bassa, morbide e comode, nessuna concessione alla sua femminilità: non sul lavoro. E cerca di non fare caso alla sporcizia che non c’è, ma che sente sotto i piedi e che la disturba, sia ad un’immagine poco sexy che le danno quelle comodissime, bruttissime scarpe. D’altronde, Barbara è fidanzata; anzi fidanzatissima, per di più con un poliziotto! A dire il vero è una guardia giurata, un vigilante notturno, ma lei ama definirlo ‘il suo poliziotto’: lei ha sempre voluto, sin da ragazzina, poter essere la fidanzata e, poi, la moglie, di un poliziotto, o di un carabiniere, o di qualsiasi altro indossasse una divisa. Non perdiamo tempo a chiederci il perché di tanta convinzione, è scontato e pure giusto che una donna voglia al suo fianco una persona che sia affidabile e dal punto di vista caratteriale, e da quello comportamentale, retto e giusto nelle sue azioni, come lo può essere – pare dica la morale – solo un uomo con la divisa. Rimane certamente un punto di vista opinabile per chi, magari, ha vissuto gli ambienti militari in genere, e ne conosce gli aspetti meno plausibili per ragazze come lei, cioè i costumi delle divise in diversi ambiti, tra cui quello ludico della vita erotico-sentimentale è il più noto di tutti, ma tant’è… E’ infatti risaputo quanto i militari, invogliati forse dallo spirito cameratesco che condividono quotidianamente con i loro colleghi, siano tradizionalmente sensibili all’ancestrale richiamo dell’altro sesso, a dispetto di mogli e amanti, o a qualsiasi regola che ne impedisca sostanzialmente la più libera espressione. Almeno, così narra una credenza popolare. Ma a Barbara e a tante persone come lei, che credono nei valori della rettitudine, queste dicerie suonano come un volgarissimo ed ignorante insulto alla loro vita felice e sobria, partorito probabilmente da qualche mente disordinata e invidiosa di balordi, incapaci di impostare la loro con lo stesso ordine. Barbara è una gran lavoratrice e, in verità, molto brava nel suo mestiere. Tiene il bancone pulito ed il piano di lavoro ordinatissimo anche nei momenti di maggior confusione, è attenta alle ordinazioni dei clienti e, soprattutto, gestisce con fermezza la sua più giovane collega, più distratta e sorridente di lei. Questo aspetto a volte la infastidisce, soprattutto quando la giovane collega ritarda di qualche secondo un’ordinazione perché distratta dalle chiacchiere di viaggi, discoteche e marachelle che scambia allegramente con qualche cliente. Inconcepibile, il lavoro è lavoro: i clienti non hanno bisogno di ciarle superflue, a loro serve soltanto quello per cui pagano.

Il lavoro è altresì qualcosa di sacro ed inviolabile, in special modo da simili frivolezze, da non inquinare troppo spesso con un sorriso. Il lavoro, è sobrietà morale e di comportamenti, è marchio indelebile di serietà ed affidabilità, è ciò che distingue le brave persone dagli immorali, dai pervertiti, dagli scansafatiche che rovinano il mondo degli onesti. Barbara è bravissima ad identificare questi parassiti e a scoraggiarli dal rivolgerle la parola, soprattutto quando sta lavorando. L’altro pomeriggio è entrato al bar un ‘vucumprà’ con il borsone pesante, la faccia stanca, qualche capo di biancheria venduto per strada e già dieci ore sulle spalle di campanelli suonati e porte sbattute in faccia, qualche anno di vita faticosa e ingrata vissuta con pochi soldi, ma, quel giorno, abbastanza da potersi – doversi – permettere di ristorarsi con un paio di bicchierini. Un essere, insomma, a dir poco ripugnante. E quella sua pelle olivastra, da sembrare perennemente sporca? Di certo, una persona per bene come lei avrebbe dovuto evitare il più possibile di incontrarsi con una tale creatura, fosse stato anche solo verbalmente. Secondo lei, era fastidiosissimo, inopportuno e quanto meno inaccettabile che un lavativo qualsiasi, per vivere, si permettesse di suonare alla porta di gente come si doveva, che faticava per ben sei-otto ore al giorno ed aveva uno stipendio comunque in regola, che pagava le tasse. Il suo poliziotto, ah, lui sì, lui con una sola occhiata gli avrebbe certamente impedito persino di entrare nel bar: quei tipacci come lui, davanti ad una divisa con tanto di cinturone e pistola, era giusto che scomparissero, e non importava che i soldi che usavano per pagare fossero gli stessi che usavano i Crobari e i Saletti, quelli sì brave persone, di famiglie rispettabili e clienti affezionati. Sulle banconote, in fondo, sono stampati solo dei numeri e non delle note di merito, quindi con buona ragione non possono, non devono essere considerate dei lasciapassare universali, se non altro per un suo sorriso quanto meno affabile. Non sempre, almeno.

Con questi presupposti dunque, Barbara catalogava gli avventori della caffetteria allo stesso modo delle conoscenze sue personali, in cui evitava proprio il nascere di frequentazioni sconvenienti e dosava parole e sorrisi in base ad una simile, accurata cernita. Per lei, fondamentalmente esistevano tre categorie di persone. La prima era costituita da personaggi come il vucumprà, dall’aspetto poco curato e dal reddito – e la sua eventuale provenienza – incerto e non documentato. Reazione: nessun sorriso, voce stridula e aggressiva, il ‘grazie arrivederci’ suonava più come un vaffa che come un saluto. La seconda categoria, annoverava tra i tanti gente come il Crobari e il Saletti, brava gente di onorevole stirpe con il volto sempre rasato, gli abiti sempre nuovi diffondenti profumi di ultima creazione e afrore di carte di credito. Reazione: qualche sorriso smagliante, un’ostentazione di raffinatezza nel servirli – nonostante magari fossero in maniche di camicia a mo’ di salumieri, con il dovuto rispetto a quelli veri – a volte qualche risatina. La terza categoria era invece appannaggio di pochi, invidiabili ed inimitabili eletti: avvocati, ingegneri, dirigenti, il suo datore di lavoro ed il suo erede. A loro si presentava con deferenti sorrisi a profusione, premure tanto accurate da suscitare talvolta anche il loro imbarazzo, una querula e pescivendola risata. da far tremare i bicchieri, a qualsiasi frase potesse anche lontanamente sembrarle una battuta di spirito, non importava poi che lo fosse davvero. Ora, potrebbero salire alle labbra facili e scontati commenti sulla suddetta catalogazione che, in effetti, dette così le cose sembrerebbe di aver parlato di una gerarchia aziendale, più che di una naturalissima e personalissima scala di valori, di un’ancorché opinabile ma sacrosanta scelta di simpatie. Ma tutto ciò non renderebbe giustizia alla libertà di Barbara ed al suo coraggio nell’aver preferito una vita proba, onesta e aspirante ad una certa purezza d’animo, a quelle scellerate di tante e tanti buoni a nulla; e che importa se qualcuno può dirne male, darle della classista. Evito quindi di tesserne lodi o muoverle immeritate osservazioni e punto dritto al nocciolo di quello che accadde, che è il vero scopo di tutto quanto raccontato sin ora e che, in realtà, è molto breve e narra di quanto può aver sofferto questa ragazza in seguito. Ore ventuno e quarantuno, alla dogana italo –svizzera. Da lontano si vede un po’ di confusione, una piccola folla di poliziotti e di finanzieri si riunisce in un crocchio verde e blu e parlano fittamente, sembra quasi che discutano, dei carabinieri cercano di mediare. Poi solo qualche lampeggiante che se ne va fuggendo veloce. Qualche giorno dopo, il giornale locale riporterà la notizia di due poliziotti, un finanziere e due guardie giurate, che lavoravano alla frontiera o vi gravitavano intorno, arrestati. L’accusa sarà di aver favorito l’impatrio clandestino di extracomunitari dell’est Europa e di alcune donne destinate alla prostituzione.

Nella zona la notizia fa ovviamente scalpore, più di metà degli abitanti conosce qualcuno degli inquisiti e, come sempre accade, casca alle nuvole quando le capita di dover commentare, a volte con imbarazzo, a volte ostentando scandalizzata incredulità, la notizia con amici e conoscenti. Tutti, tranne una: Barbara. Lei non deve, non vuole, non può commentare, si rifugia in un dignitoso silenzio. I conoscenti non le fanno domande per educazione o imbarazzo. Lei non esprime giudizi, perché… beh, questo lo sa solo lei, o almeno così vuole pensare. Probabilmente perché è solo una ragazza per bene, quindi non si permette di giudicare pubblicamente una vicenda così spinosa nella quale anche il suo ragazzo è stato coinvolto, favorendo e incoraggiando, dietro compenso adeguato, l’impatrio di quella gentaglia scansafatiche che lei tanto aborrisce e che pretendeva di guadagnarsi da vivere venendosene ad infestare il suo paese con sordide intenzioni. La cosa strana e che da allora, per qualche settimana, anch’io ho beneficiato di qualche sorriso in più e, spesso, mi ha chiesto addirittura se volessi ordinare. Dopodiché, di lei non seppi più nulla perché fu inspiegabilmente licenziata, ma questa sarebbe stata un’altra storia… la storia, appunto, di una ragazza per bene che provò cosa significava avere vergogna.

Dario S. Villasanta



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