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Una serenata amara

Creato il 18 luglio 2012 da Cultura Salentina

di Riccardo Viganò

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Le dichiarazioni rilasciate alla Ducale Corte dal mastro Vito Leuzzi, “Compagno del Camerlengo” in vigilanza notturna nella Città di Nardò la notte del 23 Luglio del 1747, sono contenute all’interno degli atti notarili, conservati presso l’Archivio di Stato di Lecce, rogati dall’ufficiale neretino Fedele Vincenzo (1). Esse mostrano come la prepotenza, volgare e anche violenta, non fosse poi così ricusata dal Clero e specialmente quand’essa era rivolta a far valere di forza un “diritto” a discapito delle libertà dei comuni cittadini. Il fatto descritto nel documento si riferisce all’aggressione compiuta dal sacerdote di Nardò don Gaetano Gioffreda  nei confronti di una “squadra” di suonatori impegnata nell’esecuzione di una serenata i quali, poi, riportando danni fisici e materiali, finiranno per sfiorare una rissa che, per fortuna, si evitò per buona volontà degli stessi offesi. I virgolettati sono aggiunti nella trascrizione del documento al fine di facilitare la lettura:

Costituito personalmente avanti di Noi in testimonio pubblico Mastro Vito Leuzzi della Città di Nardò lo quale spontaneamente e non per forza, dolo, o inganno alcuno ma con ogni minor via confessionò, e attestò, siccome in presenza nostra attesta, con giuramento, confessa, e dichiara, et in verbo caritatis, fidem facit, come questa scorsa notte verso l’ore sette, mentre il suddetto attestante si trovava in casa con Giovanni Carrozzino, quali unitamente portavano la carica di compagni del Cambarlengo di notte tempo per custodia della Città, e propriamente avanti all’atrio de R.R. Padri Dominicani incontrarono Ippazio Barone, Pasquale Castagna, Domenico Fanciano, Carmine Padalini, Pasquale Papadia, Nicola Francesco e Giuseppe Muci fratelli, e Lionardo Antimio Giannuzzi, li quali tra di loro stavano discorrendo, e frà il discorso accostandosi il detto attestante, il suddetto Carrozzino compagno li domandò, che cosa havevano, quali risposero, come il Signor Geusa questa sera habbiam cercato licenza al Cambarlengo, Lazzaro Presta per andare spassando per la Città, e fra l’altre serenate da noi fatte andassimo a fare una serenata dentro al Pettagio del sacerdote don Gaetano Gioffreda, e propriamente con l’intenzione di fare detta serenata a Domenico Antonio Gioffreda suo fratello, come infatti si cominciò a cantare, e sonare si stava così cantando vedimo venire co’ una mazza alle mani per la parte della strada detto Don Gaetano, fattosi vicino a noi ci cominciò ad ingiuriare “Bricconi, Malandrini avete quest’ardire di venire a cantare, e sonare, dentro del mio vicinato, andate al Diavolo”, e frà questa mentre alzata la mazza, che firrava in mano, diede un colpo sopra della chitarra, che si stava sonando da Giuseppe Risi, e la fè in più parti, dove rispose il detto Giuseppe “salute a V(ostra)S(ignoria) avete ragione perché siete sacerdote”, dopo di queste volle rispondere Giuseppe Muci dicendo a Don Gaetano “li (sic) questa azione, perché noi no abbiamo commesso nessuna malecreanza, ne siamo capaci di questo”, e detto Don Gaetano rispose “non ve ne andate malandrini”, e di nuovo alzato la mazza in alto scaricò il colpo sopra della spalla del detto Francesco e noi per levare qualche inconveniente ce ne andammo dove rispose il detto attestante belli animali tante persone sono fatto far torto da uno solo, quando poco distante si hà inteso una voce , e fu di Domenico Antonio Gioffreda, quale stava unico co’ pasquale suo fratello, e Nicola suo Padre, dicendo “avessi venuto tu Margiasso”, dove rispose il detto attestante trovò questi che, se “fusse stato in causa sua solo verrebbe con suo fratello”, ripigliando di Domenico Antonio disse “questo di più son venuti dentro del vicinato col parlare a sproposito e se ne volesse, che si fosse risentia mio fratello” , e dette persone, che haveano ricevuto l’aggravio dissero “non esser certo, che loro sanno passare se convenienza con chi si deve, e specialmente nella casa sua, ch’era onorata. E lo suo dire vostro Padre se noi habbiamo parlato malamente”, e detto Nicola Gioffreda rispose voltandosi a suoi figli “tacete voi perché parlate sommamente allo sproposito perché questi giovani no hanno detto nessuna parola di mondo, e che non ne vuole ditte”; e così lo fù.

(1) ASL, protocolli notarili, 66/18, notaio Fedele Vincenzo, anno 1747, cc 33 r/v, 34

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