Una settimana di “Vergognamoci per lui” (132)

Creato il 30 giugno 2013 da Zamax

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IGNAZIO MARINO 24/06/2013 La sindrome da primo cittadino – una sorta di protagonismo garrulo e fanfarone, secondo solo a quello dei magistrati – colpisce anche nella capitale. Per dare un ulteriore segno di discontinuità con la precedente amministrazione il nuovo sindaco di Roma pensa di istituire un assessorato agli «stili di vita» e allo sport. L’espressione è vaga e abbastanza orwelliana. Sembra di capire, comunque, che il nuovo assessorato dovrà organizzare corsi permanenti di educazione ginnico-alimentare per tutte le età. Auspicabilmente, se portata avanti con ponderatissima gradualità, visto che, dico io, sono più di duemila anni che i romani hanno perduto le virtù repubblicane, questa rivoluzione culturale farà dei cittadini dell’Urbe un popolo snello, scattante e parco, con gran vantaggio per i conti del sistema sanitario. Non capisco, però, perché si parli di «stili di vita», quando invece si capisce benissimo che lo stile di vita incoraggiato, inculcato ed infine tollerato dalla Buon Costume Salutista sarà uno solo.

IL TRIBUNALE DI MILANO 25/06/2013 Per una volta sono d’accordo col Presidente dell’Associazione Magistrati: il processo Ruby non risponde a logiche politiche. Infatti la sentenza che ha condannato Berlusconi a sette anni di reclusione risponde a chiarissime, e direi inappellabili, logiche antropologico-religiose. Sette è un numero di cui il Dio biblico è sommamente geloso. Se il Tre è il numero dell’Essere di Dio, il Sette è il numero del Fare di Dio, della compiutezza e perfezione della sua azione. Gli esempi sono innumerevoli, settanta volte sette, a partire dai sette giorni della Creazione. Il Sette trionfa perciò nel libro che chiude e completa la Bibbia, l’Apocalisse: le sette chiese, i sette candelabri, i sette sigilli, le sette trombe, le sette coppe, le sette stelle, i sette spiriti. Tanto che all’Anticristo, per far capire il messaggio anche ai duri di comprendonio, viene appioppato il numero 666, il numero della triplice imperfezione e della definitiva incompiutezza. E’ per questo che l’accusa aveva chiesto per un ceffo bruttissimo prossimo al male assoluto come Berlusconi la pena “satanica” di anni 6 di carcere; ed è per questo che il Tribunale ha emesso una sentenza “divina” dalla rotonda perfezione, quegli stessi 7 anni che al Caimano aveva inflitto Nanni Moretti, profeta dell’eresia antiberlusconiana.

ATTILIO BEFERA 26/06/2013 Quello che spaventa nel mite direttore dell’Agenzia delle Entrate è che crede nella sua missione. Una carogna autentica sarebbe meno inquietante. Quantomeno i suoi sporchi interessi e la pratica degli affari gli avrebbero insegnato un certo senso del limite, un certo terragno realismo. Anche il faccendiere conosce per istinto la curva di Laffer del suo losco mestiere, che lo avvisa per tempo di non permettere alla sua avidità di superare un certo limite, pena l’insorgere di invidie e resistenze, e il calo dei guadagni. Befera invece continua serafico per la sua strada, convinto che la diffidenza della società incivile per Equitalia sia frutto di un malinteso, convinto che gli italiani un giorno vedranno in lui un benefattore, convinto che se non fosse per l’evasione fiscale in Italia non ci sarebbe alcun problema, convinto che col recupero del tesoretto degli evasori quasi tutto andrà a posto. Beata e pericolosa ingenuità! Il tesoretto degli evasori mica scompare sotto terra! Alimenta l’economia reale, e magari finanzia pure il debito dello stato. E’ tutto da dimostrare che lo stato col tesoretto saprebbe far meglio, visto che nel passato non ha saputo saziarsi di nulla, come un Dio perennemente avido di nuove vittime. Io non ci scommetterei un euro. Non lo dico per giustificare i lestofanti, lo dico per amore della suprema verità. Ora che è in arrivo il Grande Fratello sui conti correnti bancari l’impavido Befera arriva a dire che si tratta di «una misura straordinaria: spero che si torni presto alla normalità», incurante del fatto che la ben nota, straordinaria longevità delle «misure straordinarie» ha sanzionato spesso l’involuzione definitiva di una società.

RENATO ACCORINTI 27/06/2013 Lo dicevo l’altro ieri: il protagonismo dei sindaci è secondo solo a quello dei magistrati. Finora le stravaganze di questi esagitati però si limitavano ai discorsi: sogni di rivoluzione, sogni di rinascita culturale, città a misura d’uomo, e tutto il resto della paccottiglia. Il neo-sindaco di Messina ha fatto fare a questo circo un gigantesco passo in avanti. Il giorno del suo insediamento è arrivato bensì in municipio in sella alla solita bicicletta, come da manuale della giovane marmotta progressista, ma nel vestire sembrava uno di quei preti spretati protagonisti della politica nella pittoresca America Latina: larga maglietta arancione con la scritta “No Ponte”, quella della campagna elettorale, jeans chiari, sandali ai piedi. Per entrare in Municipio i sandali però se li è tolti, neanche fosse una Moschea e lui un musulmano. Voleva forse significare la sacralità dei compiti che lo attendono? La povertà in spirito di chi nel governo della cosa pubblica non si farà sedurre da Mammona? Anche i gesti, a guardar bene, sapevano di sincretismo religioso eco-pacifista-buddhista. Sta di fatto che il neo-sindaco sembrava il Salvatore, o il Papa, che accarezza i fanciulli tra gli osanna del popolo festante. Speriamo bene.

STEFANO BIZZOTTO & BEPPE DOSSENA 28/06/2013 Prima di tutto vergognamoci per Zamarion: il bulletto aveva proclamato che di quella festa del calcio fasullo chiamata Confederations Cup non avrebbe guardato manco una partita. Invece si è sorbito tutta la semifinale fra le Furie Rosse e gli Azzurri. Per rifarsi ha deciso di vendicarsi cogli invasati telecronisti della RAI, e i loro eroici tentativi di cantare l’epos immortale della competizione. La fine dei tempi supplementari è stata salutata come una liberazione, dopo cinque minuti di grida strazianti. Tale era il pathos che nemmeno si sono accorti del minuto di recupero accordato: hanno pensato che l’arbitro avesse perso la Trebisonda, e schiamazzavano come se qualcuno li stesse scannando, mentre l’adorabile Vicente del Bosque, già filosofo per natura, non ne poteva visibilmente più e sembrava sul punto di prender sonno. Il raggiungimento dell’ordalia dei calci di rigore, invocato noiosamente per venti minuti di seguito, è sembrata un’impresa storica. La tensione era così alta che i giocatori non sbagliavano un rigore che fosse uno, come succede spesso in allenamento. Ci è voluto il piedone di Bonucci, che ha calciato il rigore come se stesse spazzando l’area di rigore, per mettere fine virilmente e virtualmente alla tiritera. Gli spagnoli hanno capito l’antifona e Navas l’ha messa dentro. In porta, tanto Buffon i rigori non li para mai. Ed è finita a pacche sulle spalle. Almeno credo, perché ho spento subito il televisore. Ma son sicuro che è andata così.


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