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Uno, cento, mille referendum

Creato il 21 febbraio 2016 da Albertocapece

PluckHo già parlato della Brexit ( qui ) e di come Bruxelles sia intervenuta a fianco di Cameron nella campagna del referendum per evitare un “no “all’Europa con un metodo a dir poco bizzarro, anzi grottesco: quello di liberare la Gran Bretagna da tutti i vincoli più significativi per l’Unione, compreso quello dei cittadini comunitari che da oggi avranno meno diritti rispetto agli autoctoni e saranno equiparati ai migranti salvo che per le modalità di ingresso. In pratica una fuoruscita sostanziale dalle Ue purché i cittadini britannici non boccino l’adesione formale a qualcosa che si è trasformato in un feticcio gestito dagli stregoni della finanza e della geopolitica. Tuttavia in questo mercato delle vacche dedicato al popolo bue il quale, tra le altre cose, ha sancito il fatto che l’euro non è la moneta della Ue, due cose mi hanno sorpreso: il modo sfacciato in cui i media hanno esaltato  questa  sorta di scambio che di fatto sancisce l’inesistenza dell’Europa, la sua riduzione a meccanismo di oligarchia e l’atonia del milieu politico, anche quello critico che non fa riferimento al triste burattino Renzi e ai suoi amici.

Si perché se basta mettere in piedi un referendum per spaventare Bruxelles e ottenere enormi vantaggi, allora non vedo cosa impedisca a qualsiasi forza politica di lanciare un referendum popolare che comunque avrebbe moltissimi sostenitori per poi andare a Bruxelles a strappare quella famosa flessibilità, ma moltiplicata per mille; di più anzi: per contestare e rendere inefficaci quei trattati che di fatto danno facoltà di governo alla Bce più che ai Parlamenti.  D’accordo che la Gran Bretagna è il 51° stato degli Usa e dietro, davanti, sotto e sopra c’è pur sempre Washington, d’accordo che non sarebbe stato possibile trattare il Regno unito come la Grecia, ma questo evento segnala comunque una debolezza profonda di un progetto continentale che vive ormai esclusivamente di poteri forti e interessi economici tenuti assieme dalla Nato e dall’amico americano. Non a caso l’accordo con Cameron  prevede ogni tipo di misure ultraliberistie a favore delle imprese e del mercato globale come anticipo del Ttip.

In realtà l’accordo con la Gran Bretagna svela che il progetto europeo è marcito da tempo e che nei pertugi ancora liberi dal peso degli interessi finanziario – oligarchici e dalla pressione americana, ciò che si muove in maniera autonoma è al massimo un progetto carolingio tra Berlino e Parigi, come dimostra persino a livello territoriale la cessione alla Francia, senza alcuna plausibile motivazione, di ampie concessioni di pesca in tutto il mar Ligure e il Mar di Sardegna. A questo punto non si vede perché le opposizioni, quelle vere intendo, non di comodo, non ambigue o addirittura create dai poteri forti del centro, non trovino un accordo per buttare nello stagno europeo referendum analoghi a quelli inglesi: la stessa massa critica non renderebbe poi troppo agevole o praticabile  il ricatto a mezzo spread e/o quantitative easing. Solo così si potrebbe uscire dalle logiche inquietanti che ci stanno strangolando senza distruggere completamente l’Europa, ma mettendo le premesse per una costruzione confederale più leggera, paritaria e democratica.

Però se di fronte alla prova provata che il terrore di una uscita dal corpaccio formale della Ue (con conseguenze sulla Nato e sulla sua demenziale geopolitica) è gravido di concessioni tanto da ivanificare la sostanza dell’Unione, non dovessero seguire comportamenti conseguenti, capiremmo di trovarci di fronte ad opposizioni confuse nel migliore dei casi o  false nel peggiore, con tutta possibile gamma intermedia.


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