Vademecum per cacciatori di eso-Terre

Creato il 05 dicembre 2014 da Media Inaf

Visione artistica di un pianeta extrasolare simile alla Terra

Gli astrofisici stanno serrando la loro caccia per scovare, tra i miliardi e miliardi di esopianeti sparsi per l’universo,  quelli più simili alla nostra Terra e quindi quelli con le maggiori probabilità di ospitare la vita. Gruppi di ricerca in tutto il mondo sono attivamente coinvolti in progetti da Terra e dallo spazio per riuscire finalmente a raggiungere questo traguardo, che è un po’ il sogno di tutta l’umanità: trovare dei ‘puntini blu’ distanti anni luce da noi, che siano veri gemelli del nostro  pianeta. La Cornell University di Ithaca, Stati Uniti, ha addirittura fondato un istituto ad hoc per questo tipo di indagini e il suo nome non poteva che essere Institute for Pale Blue Dots. Il suo direttore, l’astronoma Lisa Kaltenegger e uno dei ricercatori che vi lavorano, Ramses Ramirez, hanno realizzato uno studio, in pubblicazione sulla rivista The Astrophysical Journal, in cui  analizzano alcuni aspetti della ricerca di pianeti attorno a stelle distanti dove maggiori sono le proprietà di trovare quelli più ospitali. Nello specifico, i due ricercatori hanno indagato la collocazione della cosiddetta zona di abitabilità – quella opportuna distanza dalla stella madre che rende possibile la presenza di acqua allo stato liquido – ovvero la regione di spazio attorno a una stella dove l’acqua può trovarsi allo stato liquido – per stelle molto giovani, con massa compresa tra una volta e mezzo e un decimo di quella solare e che siano nella fase precedente a quella principale (la cui energia non è prodotta da reazioni di fusione nucleare ma dalla sola forza gravitazionale). I risultati di questo studio indicano che la fascia di abitabilità si colloca più lontano di quanto si pensasse.

«Trovare pianeti abitabili più lontano dalle loro stelle madri significa che essi potranno essere osservati dai telescopi della prossima generazione» dice Ramirez. «Simili oggetti sono più facili da individuare quando la zona abitabile è più distante, così saremo in grado di studiarli quando la stella attorno a cui orbitano è ancora molto giovane». Inoltre, poiché il periodo di pre-sequenza principale per le stelle più fredde è molto lungo (può durare anche 2,5 miliardi di anni), la vita potrebbe sbocciare su un pianeta già nelle primissime fasi evolutive della sua stella, magari per trasferirsi poi nel sottosuolo (o nei suoi mari), al diminuire della luminosità della stella madre.

Kaltenegger e Ramirez si stiamo anche la massima perdita di acqua che potrebbero subire pianeti rocciosi in orbita attono alla loro stella, prendendo come riferimento distanze orbitali equivalenti a quelle di Venere, Terra e Marte rispetto al nostro Sole.  Il loro studio conferma che a evaporazioni massicce di acqua nelle fasi iniziali della formazione in esopianeti collocati nella zona abitabile, potrebbero seguire periodi di ‘rifornimenti idrici’ portati da intensi bombardamenti di asteroidi e comete ricchi di acqua.«Lo stesso è avvenuto nel passato del nostro pianeta, che ha incamerato nella fase del Late Heavy Bombardment notevoli quantità d’acqua, portata dagli asteroidi», aggiunge Ramirez. «Esopianeti  che orbitano la loro stella a distanze corrispondenti a quelle della Terra o Venere dal Sole potrebbero condividere la stessa storia evolutiva».

Per saperne di più:

  • l’articolo The Habitable Zones of Pre-Main-Sequence Stars di Ramses M. Ramirez e Lisa Kaltenegger, in pubblicazione sulla rivista The Astrophysical Journal

Fonte: Media INAF | Scritto da Marco Galliani


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