Vedove di un massacro sociale

Creato il 05 maggio 2012 da Albertocapece

Licia Satirico per il Simplicissimus 

Un corteo di vedove: l’immagine, quasi surreale, prende corpo e sangue nella manifestazione bolognese delle donne rimaste senza marito per colpa della recessione. La marcia delle bandiere bianche, dichiaratamente apolitiche, è partita ieri dall’Ospedale Maggiore per concludersi davanti alla sede della Commissione tributaria dell’agenzia delle entrate: nel punto esatto in cui Giuseppe Campaniello, artigiano, lo scorso 28 marzo si è dato fuoco per sfuggire al peso di una vita tramutata in debito non saldabile non prorogabile non rateizzabile. Al termine della manifestazione le organizzatrici sono state ricevute in udienza privata dal direttore dell’Agenzia delle Entrate di Bologna, nel tentativo di ottenere clemenza per l’artigiano defunto ma ancora insolvente.

La marcia è stata intensa, con qualche momento di imbarazzo per cartelli inneggianti alla rivolta fiscale e, soprattutto, per la contiguità temporale tra la protesta delle vedove e l’arresto del sequestratore di Romano di Lombardia. Dall’uomo esasperato per un debito di entità incerta le donne hanno preso subito le distanze, ribadendo l’abisso tra la disperazione suicida e il solitario gesto balordo: anche nella disperazione c’è spazio per i distinguo.
Le vedove si presentano come donne dimezzate, private del compagno. Si tratta però di una definizione alquanto riduttiva sia per loro, indignate solidali e battagliere, che per i mariti morti. Parlare di un suicida come di un marito non più in grado di far fronte a responsabilità familiari suggerisce inconsciamente l’idea di un dolore privato per una morte che privata non è. Anna Lombroso ha scritto sul Simplicissimus che lo stillicidio sempre più accelerato di suicidi sta trascendendo la sfera individuale per diventare fatto sociale. Il suicidio per debiti ricorda più l’antico istituto della prigione per debiti che non l’estremo atto di libertà di cui John Donne parla nell’inquietante Biathanatos (“I have the keyes of my prison in myne owne hand”). Non è un’ossessione da esorcizzare, ma un sordo grido di dolore: sordo anche al richiamo impotente dei familiari, condannati a sopravvivere ai propri sensi di colpa. E a pagare i debiti, non solo freudianamente.

L’atto del togliersi la vita perde ogni dimensione eroica per diventare ribellione meticolosamente pianificata o costrizione angosciosa. Ma un suicidio per costrizione non è più un vero suicidio, ed ecco la ragione di tanto accorato turbamento di fronte alla sfilata delle vedove. Il corteo di donne dolenti rafforza l’impressione che questi uomini siano stati suicidati: forse non dall’oppressione fiscale o dalla grevità dei metodi di riscossione dell’Agenzia delle Entrate, ma certo dalla perdita di umanità nell’era dell’equità tecnica. Questi suicidi sfuggono alle terribili logiche del suicidio per avvicinarsi a quelle dell’omicidio indiretto, corale e inesorabile. E come sintomo di malessere sociale questi gesti vanno letti senza pensare alla dimensione personale di chi ne resta vittima: perché “vittima” è l’unico termine adatto, sebbene improprio.

Nell’immaginario collettivo esistono troppe vedove e spesso lo stereotipo riflette immobilità: inconsolabili, allegre, nere, di mafia. Dobbiamo evitare di creare anche le vedove di recessione. Il gesto straziante di Giuseppe Campaniello non è solo il suicidio di un marito: è il suicidio di un uomo del quale tutti restiamo vedovi e orfani. Siamo vedovi della pensionata di Gela che si è buttata dal balcone per la riduzione della pensione, afflitta dal pensiero di non poter più far fronte a un presente senza futuro. Siamo vedovi del piccolo imprenditore che si è ucciso per aver dovuto licenziare i propri figli. Siamo vedovi di trentadue suicidi in quattro mesi.

Questi morti sono di tutti noi, spettro di un sistema istituzionale che deve cambiare per non farci morire. E si può morire anche restando vivi ma espropriati delle nostre esistenze e del nostro futuro. Occorre costruire una nuova forma di solidarietà in cui nessuno sia più solo marito, padre, madre, figlio, parente o conoscente: la morte lucidamente scelta ha trasformato questi sconosciuti in segmenti spinosi della coscienza collettiva, cui nessuno può più dirsi indifferente. Forse nemmeno l’Agenzia delle Entrate.


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