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Venezia 70: “Je M’Appelle Hmmm…” di Agnès B. (Orizzonti)

Creato il 02 settembre 2013 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

Venezia 70: “Je M’Appelle Hmmm…” di Agnès B. (Orizzonti)

Anno: 2013

Durata: 120′

Genere: Drammatico

Nazionalità: Francia

Regia: Agnès B. 

L’orco, la bambina e Toni Negri

Il mio ingresso visivo a Venezia ’70 si avvia dentro Orizzonti (sezione che traccia prospettive presenti di futuri visivi-visionari), e con una fashion designer: Agnès Troublé, nota come Agnès B., nel suo debutto dietro la macchina da presa. Personalità notissima nel mondo della moda, e già dentro il cinema in veste di produttrice (fondatrice della O’Salvation con  Harmony Korine), dirige e scrive per se stessa (sceneggiandolo insieme a Jean-Pol Fargeau) Je M’Appelle Hmmm…, una favola contemporanea (ispirata da un particolarissimo suicidio realmente accaduto) sul concetto di evasione.

Due esseri, Céline (12 anni), francese, e Peter (40 anni, il bravo Douglas Gordon), scozzese, implodono in un’esistenza che non riescono a cambiare. La prima è vittima degli abusi sessuali di un padre che consuma nel proprio cunicolo di disoccupato una stasi deviata. Il secondo, divorato dalla perdita irreversibile della propria famiglia, dentro un’incompletezza che è separazione fisica e mentale, percorre da automa con il suo camion il passaggio francese del tratto di trasporto, concedendo alla propria solitudine scariche di dolore, improvvise. Il caso li lega al limbo unico di ritrovo: il mare. Céline respira ancora a fatica nella piccola liberazione di una gita scolastica, insieme alla sua inseparabile Barbie, unica amica (immaginaria e non) confidente-condivisore del proprio dolore. Peter vi si rifugia in sosta, richiamato dalla sabbia e dall’acqua di un avvio di primavera ancora lontano, in un momento di arrendevolezza. Céline, scritta sul braccio la promessa a se stessa di andare via di casa, viene attratta dall’abitacolo colorato e accessoriato del camion-scatola magica. Vi entra dentro come in un mondo parallelo e lontano da un reale che vuole dimenticare. Peter ne fa inaspettata scoperta, e sente che deve tenerla con sé. Da quel momento inizia il vero viaggio per entrambi. Nelle tappe scandite di un’evasione che porterà a rispettive e parziali liberazioni, tra i due si instaura una comunicazione prevalentemente emotiva, empatica. Le lingue differenti segneranno un avvio che attraverserà lo sguardo e il corpo. La casa-camion, il non luogo dove l’esistere viene guardato dall’alto e da un vetro, attraversato nell’afferrarne le mutevoli forme e presenze, di natura e umane, colte in un esserci spontaneo, libero, in una provincia francese probabilmente dipinta troppo pittorescamente, e probabilmente volutamente trasfigurata dallo sguardo di due esseri a caccia di ‘purezza-pulizia’.

Agnes B. è brava a tratteggiare le atmosfere (scandite anche da un ipnotico Stabat Mater vivaldiano): la cupezza asettica dei piani-messe in scene di una famiglia degradata dall’incedere del tempo e degli ostacoli che hanno reso la gioia e l’amore tra marito e moglie invisibile e pesante abitudine, e il legame di sangue, vera e propria prigione di corpi ed anime, ferme in una cancrena che fa sempre più affondare (il padre-orco, il troppo miserabile Jacques Bonnaffé) in una debolezza di degrado inarrestabile, e immobilizzare nella responsabilità cosciente di un rimando per inerzia di un fallimento-fine familiare, inevitabile (la madre-donna, la convincente Sylvie Testud, già apprezzata in Lourdes). Splendidamente diretta, la piccola Lou-Léila Demerliac ci trasmette pienamente l’impotenza e la rabbia silenziosa e sofferta di un dolore di bambina violata, che si domanda se tutti i papà facciano lo stesso. Visivamente, Agnes B. pecca di eccessi di mutevolezze: tra fermo immagini, scatti zoomanti, variazioni di formato e di risoluzione, forza la narrazione per immagini di un substrato ‘pseudo-artistico’ che solo a tratti convince. Comprese le frasi-stati d’animo che sovraimprimono alcuni momenti della vicenda. Il cameo di Toni Negri (che s’insinua senza eccessi e stonamenti di realtà e credibilità), filosofo vagabondo che disserta da vecchio saggio sull’amore e sulla libertà, è la inclusione (e condivisione) con un amico (così Agnès B.) della sua prima prova da regista.

Maria Cera


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