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Venezia 70 - Memphis, Tim Sutton

Creato il 01 settembre 2013 da Robomana
Ieri ho visto Memphis, il nuovo film di Tim Sutton, regista americano conosciuto lo scorso anno quando presentò il precedente film Pavilion al Torino Film Festival. È un film liberissimo e per questo affascinante. Su CineforumWeb ne ho scritto, e lo rimetto qui sotto. Poi ieri è stato presentato Il nuovo corto di Miguel Gomes, Redemption, che è un capolavoro commovente, insieme alla nuova puntata di Heimat la cosa più bella vista a questa Mostra. Se riesco ne scrivo domani.
Memphis, quartiere popolare, esterno giorno. La macchina da presa scorre lenta a inquadrare con un carrello laterale due ragazzine di colore che camminano lungo un marciapiede. Una voce chiama da lontano, nessuno sa a chi appartenga, una delle due bambine si volta verso l'obiettivo e interrogativa chiede cosa fare. Stacco. Un uomo di colore parla alla tv, altro luogo, altri personaggi, comincia il racconto. Ma il film è segnato, sono bastati secondi.
La trama ha per protagonista un bluesman in crisi creativa (interpretato dal vero musicista Willis Earl Beal) impegnato a incidere un album con alcune leggende della scena locale, ma tentato da un desiderio di sparizione e rinascita spirituale. Sembra un pazzo posseduto, porta su di sé il peso di una grande tradizione, non sa che farsene e a chi donare il suo talento. Il film lo segue, lo filma nel quotidiano, con i suoi amici, le sue donne, i suoi deliri, lo abbandona nelle zone senza speranza della sua anima, ne fa una figura senza guida. Più che un racconto di perdizione, il suo è un cammino incerto, una freccia lanciata verso il nulla. Tutto sta in quel primo sguardo in macchina, che nemmeno appartiene al protagonista ma che grazie alla struttura liberissima, inafferrabile del film graffia come un'epigrafe, lascia senza risposta una domanda d'aiuto, la richiesta di un senso compiuto di fronte allo smarrimento.
Memphis, secondo film dell'americano Tim Sutton dopo lo splendido Pavilion, realizzato all'interno della Biennale College, di risposte non ne offre: è un film libero e vagabondo come il suo protagonista e come la mitologia americana che scandaglia. È il racconto lieve di una ricerca esistenziale confusa, la ricerca dei frammenti di una cultura black dispersa, lo sguardo mai partecipe su una comunità nera sospesa tra sciamenisimo e fede, messe cantate e idolatria fanatica. Un mondo senza appigli, senza direzione, se non quella che riporta, come dice il suo protagonista in una confessione delirante e sincera, verso la terra madre e il suo calore accogliente buono anche da fottere.

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