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Venezia Preview: la mostra che sarà. Attese, previsioni, giudizi e pregiudizi

Creato il 29 agosto 2015 da Luigilocatelli

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Solita ma sempre necessaria premessa: i festival li valuti, li apprezzi o disprezzi, solo vivendoli. Vedendo quello che mettono in campo. Pronunciare giudizi sulla base del solo programma è un azzardo, e però che bel gioco resta quello delle previsioni, e anche delle indignazioni preventive e senza prova. Giochiamoci, e che importa se poi le previsioni verranno smentite. Allora, che Venezia Film Festival sarà (siamo all’edizione numero 72, ed è un’età) quello che apre ufficialmente martedì 2 settembre per concludersi la sera di sabato 12 con disvelamento e consegna di leone d’oro e altri premi? Scorrendo la lista dei 21 film del concorso (a Cannes se ricordo bene erano 19, qui si è andati oltre il livello di guardia dei 20, col rischio dell’abbiocco di pubblico e soprattutto stampa) si resta quantomeno perplessi per i troppi nomi di autori ignoti, se non ai cinefili più estremi e invasati, ai festivalieri che battono tutte le cinerassegne di questa decrepita Europa da almeno trent’anni, e che, alla tua espressione interrogativa di fronte al debuttante regista venezuelano o sudafricano, ti ricordano saccenti come un loro corto abbia vinto non so quale pardo o pardino a un remoto Locarno e abbia fatto una gran figura a Karlovy Vary. Ecco, dei – chissà se magnifici – 21 la bellezza di 16 (sedici!) sono alla loro prima volta nella competizione a Venezia e, stando a quanto dichiarato dal direttore artistico Alberto Barbera al Corriere della sera l’altro giorno, è un record, oltre che il segno dell’indomita vocazione del festival a perlustrare il nuovo, a dissodare territori cinematograficamente incolti o poco battuti, a scoprire e lanciare i maestri di domani. Però: non si sarà esagerato nel buttare nella mischia – la famigerata industry romana starà intanto ripassando tutto il repertorio di fischi, lazzi, schiamazzi, buuh e perfino pernacchi con cui è usa scatenarsi durante i press screening – i vari e non proprio consacrati Emin Alper (dalla Turchia), Oliver Hermanus (dal Sud Africa), Piero Messina (dall’Italia), Sue Brooks (dall’Australia) e avanti così con la sindrome Castrocaro? Magari straordinariamente talentuosi – li vedremo, i loro film – ma che scommessa madonnamia. Con il rischio, già sfiorato nelle ultime edizioni, di far somigliare il Lido più agli esplorativi Locarno e Rotterdam che a Cannes. Quel Cannes ormai inarrivabile che conserva la sana abitudine di contingentare nella sua compétition i nomi nuovi e seminuovi – quest’anno l’ungherese Laszlo Nemes, l’anno scorso l’argentino Szifron e l’italiana Rohrwacher – servendoceli in una dose poco più che omeopatica, puntando invece (anche troppo) su un gruppone di consolidati maestri e dando il massimo spazio a autori già conosciuti benché in cerca di definitivo riconoscimento. Chissà perché stavolta si è deciso a Venezia di allontanarsi da questo collaudata ricetta per privilegiare il nuovo, il nuovissimo, l’inedito, la possibile scoperta. A compensare solo parzialmente i si spera promettenti ragazzi ci sono in concorso venerati maestri se non addirittura vegliardi – dal Sokurov già leonizzato nel 2011 al regular della mostra Amos Gitai all’un tempo esule polacco Jerzy Skolimowski al nostro Marco Belloccchio – e però mancano le truppe di mezzo, quelle che danno corpo e solidità a un festival, che lo stabilizzano e lo ancorano con nomi già ampiamente testati e collaudati. Invece qui si ha l’impressione di scelte capricciose e avventurose, magari pure coraggiose, come no, ma che comunicano al frequentatore di festival un senso di incertezza. Come sarà il film distopico (Equals) di Drake Doremus, giovanotto con qualche medaglia sul petto guadagnata sul campo insidioso del cinema indie americano? E il Marguerite di Xavier Giannoli sulla cantante lirica più stonata della storia riuscirà a far dimenticare Superstar, il brutto flm del regista francese dato in concorso nel 2012? Ed era proprio il caso di aprire le porte al canadese Atom Egoyan (Remember) dopo il suo tremendo film visto a Cannes l’anno scorso? Speriamo bene. Si guarda basiti a una presenza americana a dir poco bizzarra. Non c’è niente di apparentabile, neanche alla lontana, al Birdman dell’anno scorso (poi Oscar-vincitore, ma uscito da Venezia senza uno straccio di premio). Si va dalla signora di molte vecchie e gloriose avanguardie (musica, arti visuali) Laurie Anderson con un film tra l’autobiografico e il fictionalizzato che si annuncia curioso, ma che non credo lascerà un segno nella storia del cinema e dei festival (Heart of Dog). C’è il Doremus di cui sopra, c’è il molto promozionato, specie sui media Usa, Cary Fukunaga con Beasts of No Nation, film sui bambini-soldati nell’Africa dei massacri tribali, e tutti lì a ricordarci che lui è il regista della prima adorata serie di True Detective, però dimenticando che il certo bravo Fukunaga ha anche in curriculum una non memorabile cineversione dell’ottocentesco classico della letteratura femminil-romantica Jane Eyre (con Fassbender e Mia Wasikowska, la Rohrwacher del cinema anglofono). Speriamo faccia il botto, ma il trailer di Beasts of No Nation suscita più perplessità che fremente attesa, per via di parecchi manierismi filoterzomondisti e di un Idris Elba parlante in un fintissimo e recitatissimo anglo-africano che per artificiosità ricorda l’italo-broccolinese di tante star americane in ruoli di mafiosi. Della pattuglia Usa il meglio sulla carta mi pare Anomalisa di quel genio contorto e a volte confuso di Charlie Kaufman (codiretto con Duke Johnson), e che di Kaufman segna il ritorno alla regia dopo l’epocale, splendido fallimento di Sineddoche New York. Peccato che abbia scelto l’animazione, che io purtroppo non reggo (la penso come Truffaut, cui i cartoni non piacevano). Coprodotto da Usa e Uk è The Danish Girl, il più atteso dalla stampa anglofona insieme a Fukunaga, e quello con le maggiori chance di portare Venezia in zona Oscar. Per via della storia assai gender culture (si ricostruisce la vita del primo uomo, siamo nella Danimarca degli anni Venti, che desiderò farsi donna) e del suo interprete Eddie Redmayne, che l’Oscar se lo è portato a casa lo scorso febbraio per La teoria del tutto. Solo che il regista è Tom Hooper, quello per capirci del sopravvalutato Il discorso del re e Les Misérables, e dunque si può sperare in un prodotto di onesta confezione, e poco di più. Poi, l’Italia. Con quattro titoli in competizione. Troppi? Se pensiamo a quanti francesi ha piazzato nel concorso l’ultimo Cannes, si tratta di una quota nazionale non così scandalosa. Chissà come sarà Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio (le mia aspettattive non sono elevate se penso al suo precedente Bella addormentata). Quanto all’esordiente Piero Messina (L’attesa), già assistente di Sorrentino sul set di La grande bellezza, non resta che attendere. Stupisce abbastanza la presenza dell’appartato Gaudino (Per amor vostro), mentre il titolo di spicco mi pare A Bigger Splash, ritorno di Luca Guadagnino dopo l’esplosione planetaria di Io sono l’amore. I siti dell’anglosfera lo considerano uno dei titoli più importanti dell’intero cartellone, mentre sui nostri social è già cominciato il massacro a priori. Possibili i buuh in proiezione stampa, anche se spero di essere smentito, perché son convinto che Guadagnino sia uno dei nostri migliori autori nonostante il suo sia un cinema sempre pericolosamente sospeso sugli abissi del kitsch. Difficile fare pronostici sul leone. Con un programma così fitto di incognite tutti possono vincere e tutti possono clamorosamente cadere. Io terrei d’occhio l’argentino Pablo Trapero, ancora giovane ma già con curriculum di rispetto, che in El Clan presenta la storia cupa di una famiglia criminale ai tempi della dittatura dei generali. Potrebbe venirne fuori una gran cosa (producono i fratelli Almodovar). E occhio anche a Amos Gitai, maestro del cinema israeliano che con Rabin, The Last Day ricostruisce l’attentato al premier da parte di un integralista religioso. Sa girare come pochi al mondo (il suo precedente Ana Arabia visto a Venezia 2013 era in un solo, virtuosistico piano sequenza di 90 e passa minuti: da urlo), e stavolta si misura con una grande storia, e con la Storia. Se è riuscito a evitare ideologismi e toni predicatori, potrebbe aver azzeccato qualcosa di memorabile.
E però il lato più interessante di Venezia 72 resta la giuria, stratosferica per spessore e fama dei componenti. Nessun festival, nemmeno Cannes, negli ultimi anni è riuscito a metterne insieme una di pari livello. Presidente l’Alfonso Cuaron che aprì due edizioni fa Venezia con Gravity (vari Oscar e incassi mostruosi). Lo affiancano due grandi veri come il turco Nuri Bilge Ceylan, Palma d’oro a Cannes 2014 con Il regno d’inverno, e il taiwanese Hous Hsiao-hsien, magister indiscutibile del cinema asiatico (attenti, tra non molto dovrebbe uscire il suo The Assassin). E ancora il polacco (e un po’ inglese) Pawel Pawlikowski di Ida, uno dei film più premiati degli ultimi anni, l’inglese Lynne Ramsay (qualcuno ricorderà il suo inquietantissimo A proposito di Kevin), l’attrice e adesso anche regista Elizabeth Banks, Diane Kruger, il nostro Francesco Munzi (Anime nere) e Emmanuel Carrère, lo scrittore di Limonov e Il regno. Qualità e competenza garantite – il problema se mai sarà far coabitare simili pezzi grossi – eppure qualcuno sui social ha storto il naso al grido di “troppi registi”. Sì, ma almeno è gente che il cinema sa cos’è. Naturalmente Venezia 72 è anche quello che sta oltre i concorrenti al Leone d’oro, dunque la sezione (competitiva) Orizzonti, il Fuori Concorso, i Classici (da Amarcord con tanto di sequenze mai viste al perso e grazie a Dio ritrovato Mercante di Venezia di Orson Welles). Tanta roba. Con – nel fuoriconcorso – il ritorno al bergfilm di Everest, il titolo d’apertura della mostra con dentro una paccata di divi, avventuroso hollywodiano di impatto sicuro su due spedizioni himalayane funestate da incidenti di ogni tipo, e possibile runner per la stagione dei premi Usa. Fuori competizione anche il bellissimo Non essere cattivo, il film postumo di un autore davvero maudit e rimasto ai margini del nostro sistema cinema come Claudio Caligari. Ci sarà di sicuro la fila per l’atteso film-intervista a Brian De Palma cofirmato da Noah Baumbach (il regista di Quando eravamo giovani) e Jake Paltrow (sì, il fratello di Gwyneth). Bisognerebbe anche parlare delle due rassegne collaterali e indipendenti, Giornate degli autori/Venice Days e Settimana della critica, ma come si fa?, non si finirebbe più. Rimando alle mie recensioni e ai miei report da Venezia. A partire da mercoledì.


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