Verso la distruzione o il cambiamento

Creato il 02 gennaio 2013 da Albertocapece

L’anno appena trascorso è stato un po’ il punto di svolta nella distruzione del pianeta e della impossibilità di raggiungere accordi consistenti sulla riduzione dei gas serra e sulle altre devastazioni ambientali: da una parte le conseguenze sono divenute più evidenti, dall’altra diventa sempre più chiaro che non solo dagli incontri tipo Doha o Rio non si riesce a cavare un ragno da un buco, ma che i singoli governi, specie quelli occidentali privatizzano, riducono le aree protette, investono di meno nel tentativo di arginare il disastro, si dedicano a promuovere e in qualche caso finanziarie nuove tecniche estrattive micidiali per l’ambiente e di incerto risultato, al solo scopo di non deprimere i mercato o le lobby a cui sono collegati.

Sapete, dire che che nel 2012 lo scioglimento dei ghiacci artici è arrivato in anticipo di 13 giorni può fare pochissima impressione, citare le previsioni di aumento medio delle temperature può sembrare la solita solfa perché dopo tutto il pianeta ha sempre avuto oscillazioni climatiche notevoli persino in epoche storiche . Però se proviamo a dire queste cose in altro modo forse la cosa ci apparirà sotto un altro aspetto: l’anno scorso la siccità in Nord america e in varie parti dell’Eurasia ha ridotto la produzione agricola del 2,6% costringendo molti stati a ricorrere alle riserve, alcune risorse alimentari, in particolare marine, come quella del tonno, sono state dichiarate ufficialmente in via di estinzione. Sono comparse nuove malattie delle piante, mentre anche insetti e uccelli cominciano a diminuire cosa che non ci priverà del canto della cinciallegra, ma coinvolge profondamente i cicli vitali e dunque anche ciò che la terra è in grado di produrre. Ecco il fatto è che l’aumento delle temperature così rapido a causa delle attività antropiche  ci espone a fenomeni estremi con conseguenze molto più gravi di quelle che non sia possibile ricavare dai numeri.

I disastri, le carestie, le estinzioni ci sono sempre state ovviamente, ma questa volta intervengono su un ambiente che è allo stremo e su risorse saccheggiate senza ritegno: due secoli fa gli uomini erano meno di un miliardo e consumavano in termini di energia pro capite 12 volte di meno. Ciò che era sostenibile allora oggi non lo è più: tutti i nostri sistemi produttivi agricoli  sono al limite e basta appunto un mese di siccità o di eccessiva piovosità per metterli in crisi, tanto che ogni anno o si fa un record di raccolto o milioni di uomini sono costretti alla fame; basta che intervenga una moda alimentare per portare all’estinzione specie preziose per il sostentamento di intere popolazioni e causare danni a catena sull’ecosistema; la ricerca di sempre maggiori risorse materiali è diventata ossessiva tanto che vengono promosse nuove tecnologie estrattive che aumentano di molti ordini di grandezza il rapporto tra prodotto e inquinamento connesso; la battaglia per il controllo delle ultime riserve strategiche di molti materiali, preannuncia futuri scontri tra grandi potenze. E in tutto questo si inserisce in un contradditorio processo di impoverimento che ci farà tornare indietro di parecchi secoli.

In queste condizioni ci si domanda perché non si riesca a trovare alcun accordo, praticamente su nulla, pur sapendo di essere ormai esposti a possibili e giganteschi disastri ed emergenze. Ed anzi ci sono significativi passi indietro rispetto agli anni ’90. Certo per l’egoismo dei singoli Paesi, certo per la prepotenza e l’interesse dei grandi aggregati economici e per altre mille “ragioni”, ma quella vera, quella essenziale è che una diminuzione dello sfruttamento del pianeta per raggiunti limiti di sostenibilità costituirebbe una ferita mortale per il capitalismo e per il suo nucleo di dna: non sarebbe più possibile dare per scontata una crescita infinita e una illimitata possibilità di profitto. Senza questi due presupposti correlati, nessuna forma o modalità della società capitalistica sarebbe possibile perché metterebbe un limite all’egoismo individuale, al potere dell’accumulazione di capitale e metterebbe invece l’accento su forme di programmazione economica, assai lontane dalla presunta azione regolatrice dei mercati e dalle retoriche mani invisibili.

E allora cosa si fa? Semplicemente si finge di non vedere, di agire come se ci si trovasse di fronte a risorse praticamente illimitate, nella speranza che la tecnica consenta in qualche modo di far fronte indefinitamente alla crescita (che è cosa differente dallo sviluppo) , possibilmente senza turbare troppo i potentati economici, i mercati e gli equilibri del potere.  Tanto più che nelle casse della finanza ribolle una quantità enorme di pseudo denaro per un valore 12 volte superiore a quello dell’economia reale. Basti pensare nelle prime quattro banche americane giacciono, soprattutto in scommesse finanziarie, 200 mila miliardi di dollari, una cifra centro volte superiore al nostro debito pubblico che tanta ansia suscita nei mercato, ossia nelle banche stesse. Un riequilibrio su nuove basi ridurrebbe molti di quei soldi a un valore inferiore a quello del monopoli che almeno sono sotto forma di carta e non di bit.

E’ proprio qui che i temi sociali produttivi e ambientali si saldano e assumono un significato nuovo: perché è del tutto evidente che da una parte i limiti oggettivi del pianeta confutano le ideologie basate sulla crescita infinita, ma dall’altro l’unico modo di fermare il saccheggio prima che sia troppo tardi è proprio quello di confutare politicamente la possibilità di un profitto indefinito in nome di principi che richiamano solidarietà ed eguaglianza al posto dell’egoismo anonimo dei mercati. Si sta esaurendo il tempo in cui le battaglie ambientali fatte di per sé, estrapolandole dal contesto di sistema, possono avere una reale e duratura efficacia, vista la sempre maggiore quantità di governi a direzione finanziaria diretta o indiretta, così come proprio la paura di rimanere vittime  dello sfruttamento selvaggio delle risorse per il vantaggio di pochi, può illuminare la via politica verso un nuovo senso di società.


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