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vi presento il direttore dei lavori

Creato il 12 dicembre 2014 da Plus1gmt

Non tutti gli ambienti di lavoro sono come i nostri dove siamo tutti più o meno laureati o diplomati o X, dove X sta per i nuovi cosi triennali che vanno di moda oggi per tenere i figli lontani dalla disoccupazione, un pareggio tra l’illusione di un posto credibile e la consapevolezza che è meglio tirarla alle lunghe per stare sereni. Da noi più o meno siamo tutti educati e al massimo senti smadonnare quando si bomba il pc e non avevi salvato, o qualcuno che manda a cagare il cliente ma solo dopo essersi accertato che la telefonata è definitivamente chiusa, al massimo ci sono tipi un po’ caratteriali che si prendono a brute parole reciprocamente, poi così sono condannati all’ostracismo relazionale e finiscono per assalire di conversazioni compulsive i malcapitati che gli passano nei pressi all’ora di pranzo, con tirate sull’umidità nell’abitacolo della macchina, il bacia mano della Camusso o il pc rubato con dentro il romanzo della vita in fase di chiusura. Voglio dire, provate a incontrare un vecchio compagno delle superiori in un cantiere edile, uno che fa l’ingegnere ma non stona nella babele di lingue dell’est e del nordafrica, in mezzo a ordini e avvertimenti impartiti con grida nel fracasso di gru, betoniere, frese, mazze e trapani in una sorta di esperanto tecnico che un giorno, se si imporrà sulla nostra debole civiltà del terziario e dei social network, darà agli studiosi una visione distorta della nostra società, che sarà interpretata erroneamente come un’era di uomini di tutte le razze mescolati per il bene comune della cementificazione. A vederlo bardato con l’armatura di protezione mi veniva da fermare tutto e raccontare, a quell’underground umano a cottimo, della sua vita di piccole menzogne culminata con il plagio di una canzone altrui (leggi mia) che non sarebbe stato in grado di comporre nemmeno sotto acido lisergico, e solo per farsi bello con il flirt della vacanza in Sardegna. O anche, tempo prima, della smania di tenere l’esercito nazista dei soldatini Atlantic e di considerare la mia idea di una pizzata per tutte le truppe coinvolte nel gioco – indiani, americani, giapponesi, inglesi – poco opportuna tra ambienti così ostili. E con tutto quel baccano a malapena ho capito a cosa ti riferivi (posso darti del tu, vero?) quando mi hai chiesto se avevo concluso poi quella ricerca di scienze, che nel codice di allora significava come era finita la lettura del numero di Playboy con Nastassja Kinski, e solo quella specie di tragedia personale mista alla casualità dell’essere capitata proprio in quell’istante, noi che ci siamo incontrati dopo così tanti anni, mi ha impedito di rilanciare con la tua ossessione per il rapporto causa effetto tra l’auto-erotismo e i voti di Latino e i sensi di colpa per la media che derivava dalla pratica del sesso in autogestione. Non ci vedevamo da una vita e ci siamo visti poco prima di essere avvertiti, lì nel cantiere, della figura sotto un ponteggio che non si capiva se fosse umana o no, come quella volta che passando di fianco al cimitero in campagna di notte avevamo visto due mostri incappucciati che poi erano la nonna e la zia che ci stavano cercando perché era tardissimo. Un’ombra che invece è uno dei tuoi, uno slavo disperato per aver scoperto che la pochette piena di soldi che ha trovato (o rubato, chi lo sa) contiene in realtà banconote fac simile di un celebre gioco da tavolo, e la sua reazione è la stessa di me quando avevo intuito, ma ero davvero un bambino, che la macchina fotografica che avevo costruito con i mattoncini (i Lego dei poveri) non avrebbe mai potuto produrre istantanee come le vere Polaroid.



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