Viaggio in Kurdistan, tra il popolo che sogna uno stato

Creato il 09 novembre 2013 da Eastjournal @EaSTJournal

Posted 9 novembre 2013 in Iran, L'occhio sul mondo, Mediterraneo, Minoranze, Turchia with 0 Comments
di Luca Vasconi

I curdi sono un gruppo etnico indoeuropeo, stimato in circa 35 milioni di persone.

La maggior parte vive nella parte settentrionale e nord-orientale della Mesopotamia, in un territorio compreso in parte degli stati di Turchia, Iran, Siria e Iraq, e in una ristretta frazione di territorio armeno. Piccole comunità curde sono presenti anche in altri paesi medio-orientali, del Caucaso, in Afghanistan, Pakistan e, a causa di flussi migratori, negli Stati Uniti e nell’Europa del nord.

Per oltre un secolo i curdi hanno cullato il sogno della creazione di un “Kurdistan indipendente” o quantomeno autonomo, utilizzando a tal fine mezzi sia politici che militari. I governi dei paesi abitati dai curdi si sono sempre opposti all’idea di uno “Stato curdo” che li avrebbe privati di una porzione del loro territorio, negando l’esistenza di una identità nazionale (e quindi politica) curda.

In assenza di riconoscimenti politici e a causa delle pesanti politiche discriminatorie subite nel corso del XX secolo, i nazionalisti curdi hanno spesso fatto ricorso alle armi, dando vita a violenti scontri, atti terroristici e di guerriglia. Le dure repressioni da parte dei governi nei confronti dei guerriglieri e delle organizzazioni di lotta armata sostenitrici della “causa curda” hanno avuto pesanti ripercussioni anche nei confronti della popolazione civile di etnia curda, vittima di persecuzioni razziali, culturali e restrizioni di diritti civili.

In Iraq migliaia di curdi sono stati perseguitati e brutalmente uccisi, persino con l’utilizzo di armi chimiche sotto il regime di Saddam Hussein, in particolar modo nel biennio 1987-88. Hanno subito persecuzioni e discriminazioni in Siria e in Iran, sia sotto la Scià Reza Palhavi che dopo la rivoluzione islamica del 1979.

La lotta tra il governo turco e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), il movimento politico clandestino armato di ideologia marxista-leninista, appoggiato dalle masse popolari del sud-est del paese a prevalenza curda, anche se non tutti i curdi ne condividono i metodi e le politiche radicali, ha assunto nel corso degli anni connotati di una vera e propria guerra, che ha lasciato sul campo migliaia di vittime e provocato laceranti ferite nel paese. Nonostante l’incarcerazione nel 1999 del suo leader storico Abdullah Ocalan, detto Apo, il PKK, considerato un movimento terroristico da Usa, Unione Europea oltreché, ovviamente, dalla Turchia, ha continuato, alternando periodi di tregua a periodi di strenua attività, la sua dura lotta armata.

Negli ultimi anni la situazione sembra un po’ migliorata, il governo Erdogan pare avviato verso una politica più distensiva nei confronti delle istanze dei diritti dei curdi, ma la “questione curda”, tutt’altro che risolta, rimane uno dei problemi più spinosi nell’agenda politica del leader turco.

Le problematiche curde vanno anche viste alla luce delle implicazioni geo-politiche comprese nel complesso scacchiere medio-orientale. La regione abitata dai curdi, soprattutto per ciò che concerne il nord dell’Iraq, è ricca di petrolio. A seguito delle due guerre del golfo (1990-91 e 2003) e dell’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, la questione curda si è inserita nel quadro delle strategie per il controllo delle risorse di un territorio di vitale importanza politico-economica.

Gli Stati Uniti, in un primo momento non ostili all’indipendenza del nord iracheno con capitale Kirkuk dopo la caduta di Saddam Hussein, nella speranza che quella terra passasse sotto la loro “tutela”, hanno accettato, anche in seguito a forti pressioni dell’alleata Turchia, così come i curdi iracheni, un Iraq federale con capitale Baghdad, in cui la regione curda non ha ancora ottenuto le strategiche città petrolifere di Kirkuk e Mossul. L’attuale “Kurdistan iracheno” gode oggi, in qualità di regione federale dell’Iraq, di una certa autonomia politica.

La guerra civile in Siria sta a sua volta influendo sulla storia di questo popolo e ad oggi anche il “Kurdistan siriano”, a nord del paese, può godere di una certa “autonomia” dovuta al controllo della zona da parte dei curdi, a loro volta in lotta, nella eterogenea galassia di forze comprese sotto al nome di “ribelli”, con le milizie islamiche. La situazione in Siria è però ancora troppo confusa e “in divenire” per avere un quadro chiaro. L’esito della guerra sarà determinante.

Il sogno di uno stato curdo indipendente è in ogni caso ben lungi dall’esser realizzato: i curdi sono rimasti uno dei più grandi gruppi etnici al mondo privi di unità nazionale.

Nel corso del mio lungo viaggio in Asia, nel 2010, ho avuto modo di conoscere questo popolo.

Durante il periodo trascorso in Iran, incuriosito da quanto avevo letto su di loro, ho deciso di uscire dalle principali rotte turistiche e visitare il nord ovest del paese, le città di Marivan e Sanandaj, dove la maggior parte della popolazione è di etnia curda.

Varcata la frontiera tra Iran e Turchia, il viaggio è proseguito nel “Kurdistan turco”: la città di Van con il suo splendido lago, Diyarbakir, situata sulle sponde del fiume Tigri, con il suo centro storico protetto da mura millenarie. Mardin, con la sua meravigliosa architettura araba, la città santa di Sanliurfa, celebre per aver dato i natali al profeta Abramo.

Un viaggio a tappe attraverso la terra della mezzaluna, fino a Istanbul, dove milioni di curdi, immigrati in cerca di fortuna dalle loro città natali, vivono e lavorano.

Mi interessava, al di là della Grande Storia di cui si può leggere sui libri, conoscere le piccole vicende degli uomini, farmi raccontare le storie personali. Volevo osservarne gli usi e i costumi. Carpire, attraverso una esperienza diretta e personale, lo spirito di questa gente. Capire, al di là dell’origine etnica, le differenze tra curdi che vivono in paesi differenti, come le diverse vicende storiche abbiano influito sulle loro vite, il loro carattere, abbiano segnato i loro volti.

Un viaggio lento, per quanto più possibile profondo, nel cuore di un popolo martoriato dalla Storia.

L’incredibile, commovente, ospitalità dei curdi iraniani, i loro affettuosi saluti, gli accoglienti sorrisi, mi sono rimasti nel cuore. Una continua gara tra le persone per ospitarmi nelle loro case, farmi da cicerone nelle loro città, offrirmi lo squisito pane caldo appena uscito dai forni. Incalcolabili le offerte di tè, accompagnato da squisiti dolci locali, a cui era difficile resistere. Un tassista, nella città di Marivan, dopo una corsa piuttosto lunga, spense il tassametro. Per fregarmi, verrebbe da pensare. E invece no, per congedarmi, in un inglese stentato, così: “per te, amico mio, la corsa è gratis, tu sei benvenuto nella mia terra”. Non ha voluto sentire ragioni alle mie rimostranze, non c’è stato verso, dopo una “animata discussione” ho dovuto ricacciare in tasca il portafoglio. Proprio lui, un tassista, un membro della categoria più “odiata” tra i viaggiatori in tutto il mondo.

Un’ospitalità a volte perfino imbarazzante, per quanto sincera e disinteressata, accompagnata da una gran curiosità nei miei confronti, e una gran voglia di farmi domande, di ascoltare le mie storie “esotiche”, quando le conoscenze linguistiche ce lo consentivano. Altrimenti si comunicava con lo sguardo, e ci si capiva.

Un’atmosfera di pace e rilassatezza, almeno per quanto concerne le sensazioni percepite da un viaggiatore come me, di passaggio, che seppur curioso e indagatore di natura, non può che rimanere in superficie.

Perché la vita di un curdo, in Iran, non è per nulla facile.

La sofferenza, per quanto grande sia, di fronte all’ospite, viene nascosta da un sorriso.

Un’atmosfera differente, al di là della frontiera, in territorio turco.

Ho molto amato la Turchia dell’est, con le sue meravigliose città ricche di storia. Ho incontrato persone piacevoli e ospitali ma il clima percepito, lo confesso, era diverso.

Nella città di Diyarbakir, cuore pulsante della lotta curda, la tensione nell’aria era palpabile. Me ne sono accorto fin da subito, perdendomi nelle incantevoli viuzze della città vecchia. Edifici fatiscenti, colori vivi, panni stesi da balcone a balcone. Un’ atmosfera simile ai nostri quartieri “difficili” del sud Italia. Scritte su muri scrostati, inneggianti alla lotta curda, al PKK. Piccoli “scugnizzi” locali, ragazzini di dieci/undici anni organizzati in “bande”, sempre nei miei paraggi, impegnati a farmi scherzi più o meno simpatici.

Materializzarsi alla mie spalle all’improvviso, spintonandomi nell’istante in cui stavo per scattare una foto era il loro scherzo preferito. Riuscire a centrare l’obiettivo della mia reflex con una piccola pietra un altro bel passatempo. Un gioco e una lotta psicologica persino divertente all’inizio. Alla lunga, francamente, un po’ snervante.

Un clima più rilassato a Van, Mardin, Sanliurfa. Città meravigliose da visitare, un buon il feeling con la popolazione. Ma la differenza, arrivando dall’Iran, era evidente, non lo nascondo.

Il mio personale viaggio attraverso lo spirito di questo popolo si è concluso a Istanbul, dove milioni di curdi vivono e lavorano. Non nel 2010, troppo veloce il mio primo incontro e la mia prima infatuazione con la metropoli turca. Si è concluso a distanza di tre anni quando, durante i mesi passati sul Bosforo, ho avuto modo di conoscere molte altre persone di origine curda.

Centinaia di incontri piacevoli. Un incontro singolare: nel quartiere di Balat, durante una passeggiata nel cuore della vecchia Istanbul, un ragazzino sulla quindicina mi si avvicina, chiacchieriamo un po’, più a gesti che a parole. Scherziamo.
Ha la faccia sveglia, di chi sa ed è stato costretto ad arrangiarsi, sempre e comunque. E’ originario di Diyarbarkir, mi dice.

D’improvviso, dopo avermi rivelato la sua origine, il suo umore cambia, si fa molto serio, mi fa il segno del fucile, mima una sparatoria. Un messaggio inequivocabile: lui da grande lotterà per la causa curda. Mi saluta dandomi “un cinque”, lasciandomi nei miei pensieri.

A distanza di pochi minuti, nel preciso istante in cui sto per scattare una foto, il “piccolo guerrigliero” si ri-materializza alle mie spalle e… mi tira un solenne calcione! Una buona mira stavolta, di gran lunga migliore di quella sbilenca dei suoi concittadini che, tre anni prima, avevano “graziato” la mia reflex e/o la mia testa …

Ridendo a crepapelle per la bravata, alla velocità della luce, così come era comparso, si perde nel labirinto di vicoli del suo quartiere, tra i muri scrostati, i panni stesi sui balconi delle tipiche case in legno. Lasciandomi, ancora una volta, nei miei pensieri.

Un rapporto difficile quello tra me e Diyarbakir, non c’e dubbio.
Un amore difficile, tormentato. Come sono gli amori più belli. Perché, lo confesso, è Diyarbakir è la città che più ho amato nel mio viaggio alla scoperta dell’anima del popolo curdo.

Un calcio senza alcuna conseguenza, ma abbastanza doloroso.

Ma la sofferenza, piccola o grande che sia, si può nascondere con un sorriso.

L’ho imparato in Iran, me lo hanno insegnato i curdi: qui il reportage fotografico

Tags: Abdullah Ocalan, curdi, Iran, Kurdistan, Luca Vasconi, Partito dei lavoratori del Kurdistan, Pkk, Turchia Categories: Iran, L'occhio sul mondo, Mediterraneo, Minoranze, Turchia


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