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Viaggio negli universi di Philip Dick

Creato il 07 dicembre 2012 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali

Mars_atmospheredi Umberto Scopa.

Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” non sembra neppure un titolo serio per un romanzo. Quando esce nel 1968 il romanzo che porta questo titolo forse neppure il suo autore, Philip Dick, avrebbe immaginato che gli scenari e i personaggi della storia sarebbero diventati a distanza di una quindicina di anni oggetti di culto indimenticabili.

Ma perché questo accada occorre attendere che esca il film ispirato a questo romanzo, che porta un titolo molto più incisivo e memorabile, ovvero “Blade Runner”.

E’ il 1982 quando esce il film e Pilip Dick è morto appena in tempo per non poterlo vedere. Chissà come Dick avrebbe giudicato Rick Deckard, il protagonista del film che noi conosciamo con il volto di Harrison Ford, se lo avesse visto. In effetti Deckard nel film è cambiato un bel po’ rispetto al romanzo di Dick. Deckard nel film è un eroe, prima di tutto, una macchina da combattimento, bello, risoluto, trasandato, avventuriero, con una scorza da duro sulla quale fa breccia nel corso della storia un barlume di coscienza. E’ un uomo d’azione che elimina uno dopo l’altro i suoi i nemici.

Ma com’era Rick Deckard tanti anni prima, cioè nel romanzo di Dick? Era un personaggio molto comune, non un eroe, era impacciato, aveva una moglie (essere marito appartiene ad un eroismo di altro genere), poi una moglie petulante, era pieno di dubbi e incertezze.

Nel romanzo Deckard viene attraversato dal dubbio, che nel film non appare, di essere lui stesso un replicante. Questo dubbio rappresenta a mio giudizio un elemento importante. Dick vuole demolire ogni certezza al punto che il lettore non è più sicuro di nessun personaggio. Chiunque può essere un uomo o un replicante. Ciò che è naturale e ciò che è artificiale non si distinguono più. Dick ci mostra un replicante che prima di morire sente il bisogno di entrare in un museo ad ammirare per l’ultima volta “L’urlo” di Munch”. Mentre un poliziotto (umano) appare molto più freddo e cinico di una macchina. Questo è il quadro di totale confusione di ruoli che prende forma nel romanzo di Dick. La macchina mostra un’indole umana e l’uomo mostra l’indole di una macchina.

Il giudizio che possiamo trarne è a due facce. Da un lato, se i replicanti hanno comportamenti umani, allora l’uomo che li ha creati sfiora la grandezza della creazione, perché scopre di aver progettato la vita.

Ma c’è un’altra lettura, ovvero che in fondo l’uomo si è talmente disumanizzato da non apparire diverso dalle macchine che fabbrica. Ognuno scelga la sua interpretazione.

Scoprire di non essere quello che abbiamo sempre creduto è uno dei temi più ricorrenti in Dick. La visione della realtà che improvvisamente si ribalta è quasi una costante. Questo accade in quasi tutti i racconti e romanzi di Dick. I mondi, gli scenari si capovolgono all’improvviso. Ne “La svastica sul sole” il mondo descritto è quello che sarebbe scaturito dalla seconda guerra mondiale se l’avessero vinta i nazisti. Ma nel racconto di questo mondo folle, descritto in tutti i suoi sviluppi ipotetici politici e sociali, si inserisce una piccola perla: si immagina cioè, fra le altre cose, uno scrittore di fantascienza che narra una storia alternativa, un libro nel libro, dove si racconta il mondo che sarebbe uscito invece dalla vittoria degli alleati. Il nostro mondo reale è relegato a semplice ipotesi di fantasia dentro un racconto di fantasia. Fantasie che si incastrano in un gioco di scatole cinesi.

In “Tempo fuori luogo” il protagonista, risalendo la strada segnata da una serie di indizi, arriva a scoprire che il mondo attorno a lui e popolato da attori, i muri, le case, le strade, sono solo scenografia. Non svelo la ragione di questa messa in scena, ma il protagonista scopre di vivere in una dimensione di pura apparenza, che cela una realtà ben diversa. Il Truman Show, che resta un bel film, ha saccheggiato questo romanzo, senza fare neppure lo sforzo di ammettere di essersi liberamente ispirato al racconto di Dick. E’ vero che il film si allontana dall’idea di Dick  perché le ragioni della finzione costruita attorno al protagonista sono completamente diverse, ma l’idea cardine è integralmente usurpata.

La menzogna è al centro di un altro grande inquietante affresco futuribile di Dick. Parlo de “La penultima verità”. La menzogna è in questo scenario un sistema di controllo sociale potentissimo, unito alla paura e al terrore di eventi inesistenti ma paventati come reali.

In questo romanzo si immagina che durante un conflitto nucleare quello che resta della popolazione terrestre viva rintanato in enormi rifugi sotterranei detti “formicai” (i loro abitanti sono chiamati “formicanti”). Nei formicai vengono prodotti i “plumbei” gli esseri artificiali che in superficie continuano a combattere la guerra tra i due blocchi contrapposti.

Ma la verità è un’altra, la guerra è terminata da tempo ed i capi dei due blocchi si sono già accordati e spartiti la terra, i loro popoli sono nei formicai e lavorano duramente mentre l’elite si appropria dei territori in superficie che controllano proprio con l’ausilio dei “plumbei” gli esseri artificiali, i guerrieri prodotti nei i formicai. E nei formicai vengono trasmessi su enormi schermi i discorsi dei leader politici e le scene di guerra create in laboratorio con effetti speciali. La finzione scenica di questa guerra inventata è il deterrente che deve indurre i formicanti a vivere rintanati sotto terra come schiavi e non risalire in superficie dove potrebbero avere una vita normale.

Ma il quadro delineato non è poi così semplice. Durante la lettura appena ci si fa un’idea di come stanno le cose, accade qualcosa che muta il quadro e costringe a una rilettura diametralmente opposta. Ogni verità, in questo senso, è penultima. C’è sempre un ultima verità dietro.

Essere un lettore di Philip Dick è impegnativo. E’ come essere ribaltati di continuo. Come rotolare dentro una botte, ti gira la testa, perché è la realtà che ti si capovolge davanti agli occhi di continuo. I capovolgimenti di Philip Dick non riguardano solo la realtà. C’è un romanzo dal titolo “Redivivi spa” (altro titolo veramente bizzarro) che nasce da un’idea di rara inventiva e originalità: immaginate che ad un certo punto della storia dell’umanità a capovolgersi sia il corso del tempo. Il tempo inverte il suo corso e comincia ad andare all’indietro. E il romanzo racconta i fatti della storia nella successione cronologica successiva all’inversione temporale. Leggerete una successione di eventi che ha un senso compiuto, ma è solo un nastro che si riavvolge. Se fossi un personaggio del romanzo leggereste che sono seduto davanti al computer e il mio pezzo sullo schermo sta scomparendo, una lettera dopo l’altra, come se lo stessi cancellando. Ha senso naturalmente, ma acquisterebbe un senso diverso se vi dicessero che questo accade perché gli eventi si succedono nell’ordine inverso a quello della direzione temporale che conosciamo.

Alla fine del libro non sappiamo cosa è successo, benché la storia letta abbia un senso compiuto. Per capire come sono andate le cose, la vera storia intendo, bisogna ripercorrere i fatti dall’ultima pagina alla prima, solo così avremo la sequenza secondo la successione cronologica propria della nostra epoca temporale. Geniale senza dubbio.

I morti escono dalle tombe, entrano negli ospedali, guariscono, diventano giovani, poi bambini … per concludere la loro vita entrando nel ventre di una donna.

Una fine non disprezzabile.

Il paradosso temporale si salda perfettamente con un impianto narrativo unico, cioè l’idea di scrivere una storia capovolgibile, che abbia senso anche se ribaltata completamente, come una musica che si compone di una sequenza di note che se ascoltate all’incontrario formano una melodia diversa.

Dunque attendiamo fiduciosi la nostra inversione temporale: che le bombe intelligenti risalgano sugli aerei, gli aerei escano dai grattacieli in retromarcia, e ognuno di noi possa ringiovanire per finire la sua corsa dissolvendosi in un atto d’amore.

I capovolgimenti della nostra visione del mondo, tanto cari a Dick, sono il tema anche di due altri romanzi: “Scorrete lacrime disse il poliziotto” e “Un oscuro scrutare”. Qui l’effetto descritto ha la sua causa nell’uso di sostanze allucinogene. E’ sugli effetti allucinatori delle droghe dunque che Dick indaga e si sofferma in questi due romanzi. Ma non solo. “Un oscuro scrutare” racconta di un mondo dominato da telecamere e intercettazioni telefoniche. Un mondo dove una droga micidiale si diffonde tra la popolazione in modo inarrestabile. E oscuri scrutatori osservano, spiano i cittadini, intercettano telefonate 24 ore su 24 per scoprire i narcotrafficanti.

Si potrebbe pensare ad uno scenario Orwelliano, ma qui è diversa la prospettiva di giudizio. La vittima non è solo lo scrutato, ma lo scrutatore stesso. Ci sono schiere di poliziotti che trascorrono l’intera giornata a riesaminare le bobine delle telecamere di sorveglianze installate nelle case.

Immaginate di dover guardare ogni istante della vita di un sorvegliato, minuto per minuto, tutti i giorni, per anni. Così accade che lo scrutatore, per il suo vivere immerso nelle immagini che esamina, subisce un processo di alterazione cerebrale descritto in modo invero molto complesso che nel libro potrete trovare con tanto di citazioni scientifiche.

Il poliziotto è un essere senza volto perché indossa tute “disindividuanti” (questa è un’altra perla dell’immaginario fantastico di Dick), tute cioè che hanno il potere di annullare le caratteristiche somatiche del volto di una persona, rendendola anonima. In definitiva il sorvegliante, che è un uomo, viene annullato nella sua personalità e sacrificato interamente nella funzione di sorveglianza e nella lotta al crimine, indotto persino a far uso di droghe per infiltrarsi nel crimine e scoprire i trafficanti.

Quello che nel romanzo colpisce è il cinismo con cui il poliziotto (Bob Arctor nel romanzo) viene abbandonato  quando con il cervello liquefatto è ormai inabile alla funzione di polizia. A quel punto viene fagocitato da un sistema che prevede il suo inserimento in comunità di recupero in cui gli individui con il cervello azzerato vengono avviati come schiavi inconsapevoli proprio per produrre quella droga che si vorrebbe combattere.

Vittime e colpevoli, guardie e ladri, i ruoli si confondono fra loro. Il poliziotto Bob Arctor diventa tossicodipendente e il tossicodipendente da lui sorvegliato diventa poliziotto, denunciando il primo.

Questo romanzo, è il più visionario di Dick, quello dove è più evidente il suo coinvolgimento emotivo, e il personaggio Bob Arctor, nel tentativo di ritornare ad una condizione umana, ci regala passi toccanti di rara intensità.

E’ anche il romanzo più autobiografico di Dick, per sua stessa ammissione nella postfazione. I personaggi sono ispirati alle sofferenze vissute da persone a lui vicine.

E’ evidente, anche solo da questa breve carrellata, che gli scenari del futuro descritti da Dick nei suoi romanzi sono sempre molto inquietanti. Tuttavia vorrei dare un’immagine più compiuta di come questo autore vede il futuro e lo faccio riportando le sue stesse parole tratte da un saggio dal titolo “Se vi pare che questo mondo sia brutto..”. In questo scritto Dick descrive in prima persona quale è la sua visione del futuro, e lo fa in modo spiazzante, come nel suo stile, senza contravvenire allo scenario inquietante dei suoi romanzi, ma cogliendone un lato commovente, come una trasfusione di calore che non ti aspetti. Così scrive: “Io non ci sarò, e non potrò contribuire a plasmarlo (ndr, il futuro): l’unica cosa che posso fare è descriverlo come lo vedo ora, con tante piccole creature gentili, infelici, coraggiose, sole e piene di amore”.

Concludo con una curiosità tratta proprio da questo scritto. E’ noto che la fantascienza in genere nel prefigurare il futuro e le sue tecnologie non ha saputo immaginare l’avvento del telefono cellulare che ha radicalmente cambiato il nostro modo di vivere. Concesso che non era facile immaginarsi questo, Dick in particolare ha fatto di peggio, perché ha considerato la questione e ha  espressamente negato che questi strumenti potessero avere una qualche possibilità di diffusione. C’è un passo nel saggio citato dove Dick parla di un articolo del “Time” che illustra l’ultimo sogno della telefonia, un apparecchio telefonico con video che segue la persona dalla più giovane età alla vecchiaia. Ebbene conclude lapidariamente Dick (siamo nel 1972) “non so. Non mi sembra divertente. E’ una cosa che spezza il cuore. Comunque sia non succederà.” (Da “Se vi pare che questo mondo sia brutto” Feltrinelli – 1995 – pag 18).

Sembra più uno scongiuro a rileggerlo bene, no? Comunque sia, grazie lo stesso Dick, ma purtroppo è successo.

Featured image, Marte.

 


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