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Visti di Traverso: Stagione al bivio, mai come ora serve fiducia

Creato il 03 febbraio 2011 da Gianclint
Visti di Traverso: Stagione al bivio, mai come ora serve fiducia

Tifosi rossoneri, è il momento di crederci davvero

Fasciarsi la testa prima di essersela rotta: è questo l’errore che i tifosi rossoneri devono astenersi strettamente dal commettere in questa fase della nostra stagione. Sembra un paradosso, ma è proprio così. Leggendo i commenti, ascoltando le trasmissioni più popolari, sentendo le impressioni nei bar e le chiacchere da capannello tra milanisti si percepisce un certo disfattismo, una strisciante sfiducia, che si mescola alla paura fottuta che l’Inter possa lentamente ma inesorabilmente recuperare il terreno perduto.

Timore e fastidio, rafforzato dalla presenza – sulla panchina della seconda squadra di Milano – di quel Leonardo che fino a pochi mesi fa tutti identificavano come un autentico simbolo rossonero, un milanista vero, un’esempio di correttezza, un bravo ragazzo, di quelli che vorresti che tua figlia portasse a casa e ti presentasse come fidanzato ufficiale. Un brau fiòl, al quale è però bastato un corteggiamento nemmeno troppo serrato da parte dei rivali per eccellenza di chi lo ha valorizzato e considerato uno di famiglia, per rivelarsi per quello che in realtà è: un professionista come tutti gli altri, se non vogliamo spingerci nell’utilizzare l’antipatico epiteto di mercenario. Un professionista che non ci ha pensato due volte a buttare alle ortiche 12 anni di Milan per vendersi al «nemico». Un quadretto, quello appena descritto che può legittimamente inquietarci, ma che non deve assolutamente spaventarci. Perché i fatti al momento raccontano un’altra storia. E questo è proprio il momento di non farci prendere dalle ubbìe, ma di razionalizzare. E di guardarci indietro. Sforzandoci di ricordare che se un anno fa avessimo anche solo immaginato di trovarci, oggi, nella situazione in cui siamo, non solo avremmo “messo la firma” senza pensarci due volte. Ma probabilmente non ci avremmo scommesso un euro bucato.

Intendiamoci. Toccare ferro è comprensibile, meno accettabile è l’atteggiamento di chi non solo vede il bicchiere mezzo vuoto, ma non scorge nemmeno una goccia d’acqua in un catino che quasi trabocca. Perché  la situazione è oggettivamente opposta a quella di dodici mesi or sono. Innanzi tutto è diversa la premessa, sono differenti le basi dalle quali siamo partiti. Lo scorso anno venivamo da un’estate drammatica, passata alla storia per la cessione umiliante e rocambolesca del giocatore – almeno sulla carta – più forte della rosa, Kakà, e dall’addio dell’elemento più rappresentativo, il capitano di mille battaglie e mille vittorie, Paolo Maldini. Un’estate caratterizzata da investimenti zero, da operazioni di mercato abbozzate e finite in farsa, da turbolenze nello spogliatoio, da scelte tecniche azzardate e da una frattura tra tifosi e società che pareva insanabile. Una polveriera. Da quella polveriera la squadra seppe in qualche modo venirne fuori, disputando una prima parte della stagione più che dignitosa, nonostante tutti i limiti di una struttura che mostrava drammaticamente la corda. Mancavano cambi, in attacco dipendevamo dalla vena discontinua di Ronaldinho e dalla tenuta muscolare di Pato. Con il seppur ottimo Borriello che non riusciva, da solo, a fare la differenza. In mezzo poi non parliamone. A centrocampo eravamo legati a doppio filo agli umori dei senatori sui quali Leo non risuciva a imporsi, pena il finimondo. E se tra i pali ne succedevano di tutti i colori, tra infortuni e scelte discutibili come la fiducia, quasi incondizionata e inspiegabile a Nelson Dida, per lunghi tratti della stagione, il rendimento della difesa era indissolubilmente condizionato alla presenza contemporanea di Nesta e Thiago Silva. Alternative valide non solo scarseggiavano, ma proprio non c’erano. Un groviglio di fattori negativi che la società si è guardata bene da risolvere nel mercato di gennaio. Quando i rinforzi, se di rinforzi si può parlare, si limitarono all’ingaggio di un ex a tutti gli effetti (Mancini) e a un giovane che non faceva sfracelli nemmeno in un campionato da oratorio come quello norvegese (Adiah).

Adesso, a un anno di distanza è tutto diverso. E non solo per il capolavoro estivo targato Berlusconi-Galliani-Raiola, che ha portato – oltre agli innesti dei vari Boateng, Yepes, Papastatopulos, Amelia – al finale pirotecnico marchiato Ibra-Robinho. Ora è comprensibile temere la rimonta di chi quel maledetto scudetto, per meriti o per altre ragioni, lo ha cucito al petto da cinque anni, ma tra il legittimo timore e le immotivate paranoie ce ne passa. Anche perché la squadra, al netto di qualche scivolone e dell’ultimo pareggio, sancito simbolicamente dal palo e contropalo di Ibra, ha dimostrato di esserci, di avere spirito, tecnica e soprattutto palle. Allegri non sarà poi un novello Sacchi, non avrà la tempra del Capello dei bei tempi o il carisma del tanto odiato Mourinho ma sta dimostrando, numeri alla mano, di saper gestire un gruppo, una rosa, che per nomi e numeri fa impressione. Sta riuscendo proprio laddove Leonardo ha fallito: far coesistere, convivere, collaborare e vincere insieme gli elementi più giovani e quelli più esperti. Senza piegarsi più di tanto alle camarille e alle logiche senatorial-nonnistiche di spogliatoio, il tecnico livornese ha avuto il coraggio di far capire una volta per tutte al presidente che il suo pupillo, Ronaldinho, non aveva testa e ritmo per giocare in Serie A, ottenendone la cessione.

Ha ottenuto, con la credibilità che nutre nei confronti della dirigenza, i rinforzi che aveva chiesto da mesi con insistenza e fermezza. Rinforzi per gestire la momentanea e ordinaria amministrazione (gli scafati van Bommel e Legrottaglie), e innesti in prospettiva come il non vecchio Cassano e i giovani Vilà ed Emanuelsson. Ha avuto il fegato di lasciare ripetutamente in panca uno come Seedorf, che per molto meno lo scorso anno aveva scatenato un putiferio nello spogliatoio. Ha avuto l’autorevolezza di convincere Gattuso a restare, intuendo che sarebbe stato ancora molto utile alla causa. E ha avuto la sfrontatezza di lanciare giovani scommesse come Boateng, di scoprire la freschezza di Strasser, di valorizzare la classe seppur acerba di Merkel, di valorizzare la duttilità e la voglia di mettere il talento a disposizione del gruppo di un Robinho che mai nella sua carriera si era espresso a questi livelli. Si è affidato al talento di Ibra – e chi non lo avrebbe fatto – ma senza consegnarsi mani e piedi al suo sovrannaturale talento. Costruendogli intorno una squadra, un gruppo vero, autentico. E proprio la qualità di questo gruppo è venuta fuori quando gli infortuni hanno falcidiato la rosa. Le vittorie di Cagliari e Catania in questo senso sono emblematiche. E se proprio vogliamo dirla tutta anche il pareggio contro la Lazio, per come si è sviluppata la partita, è un risultato – se non fondamentale – almeno molto significativo.

Già, perché se a Catania giocare senza regista ci ha fatto gioco – dovendo sostanzialmente difenderci per sfruttare le nostre ripartenze – contro i laziali a San Siro toccava a noi fare la partita. E senza un regista di ruolo a centrocampo, senza un elemento in grado di costruire un gioco e di dettarne i tempi, non era impresa da poco. Resa ancora più ardua dal fatto che in mezzo – per necessità, più che per virtù – schieravamo un Emanuelsson con poco più di una settimana di allenamenti con il gruppo affiancato da un Flamini al rientro da un lungo infortunio. E un Thiago Silva chiamato a recitare in una parte non ancora del tutto sua. Per non parlare della difesa, ancora una volta improvvisata, nella quale nonostante tutto è spiccato un Mario Yepes in forma Champions. Da questo quadro emergenziale è venuto fuori un Milan che non solo ha limitato totalmente una delle squadre più in forma del campionato – la Lazio non è stata praticamente messa in condizione di fare un tiro in porta – ma ha sfiorato la vittoria con quel quasi gol di Ibra e ha più volte sfiorato il vantaggio sprecando almeno quattro palle gol clamorose. Arrivando a un passo dalla vittoria nonostante un arbitraggio quantomeno discutibile, per non dire imbarazzante, di un direttore di gara designato – a detta dei più maliziosi – forse con troppa leggerezza viste le voci che lo dipingono come molto affezionato ai colori nerazzurri. E che ha consentito che una partita di calcio si trasformasse in un incontro da Fight Club, in un bagno di sangue.

Al momento in cui pubblichiamo questo commento non conosciamo ancora quanti punti riuscirà a portare a casa la seconda squadra di Milano da quel di Bari. Sappiamo però – tirando le somme dopo i risultati del turno infrasettimanale – di aver guadagnato un punticino sul Napoli, diretta inseguitrice, e di aver mantenuto le distanze invariate dalla Roma. Non poco. Assolutamente non poco, di questi tempi. Tirando le somme crediamo che – hic stantibus rebus – la parola d’ordine di Milan Night e di tutti i tifosi rossoneri deve essere fiducia. Fiducia, più che speranza, alla quale ci si appella solitamente quando non si hanno certezze e si spera in bene. Fiducia nella squadra, fiducia nel tecnico, fiducia nei nostri fuoriclasse come nei nostri giovani, ma anche in quei giocatori che infinite volte in questi anni ci hanno fatto incazzare come un puma chiuso in un ascensore, ma che in questi mesi, quando sono stati chiamati in causa – nonostante siano di fatto fuori rosa o quasi – hanno comunque, alla bisogna, saputo fare il loro compitino con dignità.

C’è chi, in questo ultimo anno e mezzo, si è trastullato nella scriteriata impresa di distinguere i tifosi del milan, ingabbiandoli in categorie buone solo per chi se le è inventate. Perché non ci sono tifosi evoluti, tifosi non evoluti, tifosi veri, tifosi fasli, tifosetti e tifosi doc. Almeno, noi rifiutiamo – come sempre abbiamo fatto – queste insensate e banali classificazioni. I tifosi del Milan sono tifosi del Milan. Punto e basta. Siamo tifosi del milan, senza se e seza ma. E non abbiamo mai preteso di vincere a tutti i costi – anche se la vittoria deve sempre essere il nostro obiettivo – ma soprattutto di essere competitivi, di fare paura a tutti gli avversari, di potercela giocare con chiunque a testa alta e senza timori reverenziali. Ecco, crediamo che oggi questa condizione – necessaria, ma non sufficiente per vincere – ci sia eccome. Detto questo dobbiamo senza dubbio crescere ancora, recuperare più giocatori possibile e ritrovare un gioco più incisivo e brillante, al netto delle magie di Ibra. Allegri ha poi ancora il suo bel da fare, in primis recuperare un fenomeno come Pato, creare intorno a lui tutte le condizioni per fargli emergere quegli attributi che fino ad oggi non  ha ancora dimostrato di possedere fino in fondo. Attributi fondamentali per fare quel salto di qualità che distingue un ottimo giocatore da un fuoriclasse fatto e finito.

Il lavoro non manca, quindi, ma non manca nemmeno tanto al momento topico della stagione. Dal fondamentale derby di ritorno del 3 aprile ci separano 8 sfide non semplici: le trasferte con il Genoa, Chievo, Juventus e Palermo e le gare casalinghe con Parma, Napoli e Bari. Intervallate dalla doppia sfida di Champions con il Tottenham. La nostra stagione si deciderà in questi due mesi. Arrivare il giorno dopo il derby con il vantaggio invariato sui nerazzurri e con in tasca l’accesso ai quarti della Coppa con le orecchie imprimerebbe una svolta quasi irreversibile alla nostra annata. Due mesi, 11 battaglie, una più importante dell’altra. Dobbiamo crederci.

Oggi più che mai. Oggi o mai più.

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