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VITA DI CODA STORTA, GATTO BASTARDO. Cap. 3

Da Nubifragi82 @nubifragi

Alla vecchia gatta debbo tutto, non c’è che dire. Ero un errore, il primo della speciale graduatoria degli incapaci che ogni consorzio non particolarmente civile, quello dei felini in primis, decide di sacrificare senza troppi rimorsi. Filomena, questo il nome della vecchia gatta, nel corso dei suoi dodici anni di vita aveva messo al mondo trentaquattro gatti: nove finirono annegati in una bacinella d’acqua, a dieci fu imposto il supplizio di Icaro (però non sono a conoscenza se Icaro fosse in effetti morto subito o, come alcuni di quegli sfortunati, dopo alcuni minuti), sei furono annientati da un amante focoso che voleva le mammelle di Filomena solo per sé, quattro non superarono la prima notte di vita, uno finì sotto la ruota di un’auto ancora in giovine età, mentre dei quattro rimanenti non ho notizia alcuna, se non che lasciarono questo mondo anch’essi in giovane età. Ora, prima che vi strappiate i capelli dal dolore, urliate il vostro disgusto e doniate un giorno del vostro calendario al culto della gatta Filomena, vorrei ricordarvi che la condizione del gatto di campagna è assai diversa da quella dei pasciuti e devitalizzati mici da appartamento. E poi vi darò ragione se direte che anche in campagna le cose sono cambiate, che avete notizia di gatti castrati e deformi che pur abitando in paesi senza connessione ADSL non hanno mai inseguito una lucertola. Un paio dei miei fratelli finirono a quella maniera. Ma nella vecchia casa di Borgo Rosso dove vidi la luce le lancette hanno sempre avuto un moto differente, più lento, quasi che ogni tanto si perdessero qualche tac. Dovreste averla vista, la vecchia Wanda, un generale di donna ormai da tempo abituata a gestire la casa senza marito, deceduto anni prima. Piglio risolutivo, poco propenso a facili tenerezze. Del resto, quella donna aveva avuto una vita non meno semplice di una gatta Filomena qualunque. Ed anzi, posso dire che tra le due femmine vigeva un accordo cameratesco, privo di quelle sdolcinatezze che a molti di voi hanno fottuto il cervello, ma non per questo privo di passioni. Quando Filomena fu in procinto di morire ricordo che la vecchia Wanda gli sedette accanto e, forse per la prima volta, gli accarezzò il ventre, a suo parere l’origine del male che la stava logorando. Allora ero un giovanissimo gatto, non avevo ancora compiuto il mio primo anno di vita e tutto mi sorprendeva. Quando si è giovani si pensa che il mondo sia così, punto e basta. E chi ci ha cresciuto, chi ha riparato ai nostri danni, sembra invincibile. Poi, un bel giorno, saluta e se ne va. E tutto ciò è troppo grande, troppo rumoroso. Soffrivo, sebbene di preciso non sapevo che significasse. Mi sentivo tradito: la gatta che contro ogni legge della natura aveva scelto di farmi sopravvivere ora se ne andava, mi lasciava solo. Non dimenticai mai le parole di Wanda: “E così mi lasci anche tu”. Con la saggezza di una vecchia contadina aveva condensato in poche sillabe tutto ciò che mi frullava in testa. Lo ripetei più volte, miagolando. Ma Filomena non poteva più sentire. Spirò poche ore dopo e Wanda gli donò una sepoltura da lei ritenuta “di gran lusso”. E quando pronunciava queste parole gli occhi vitrei si coprivano di lacrime. Era primavera e il sole preannunciava un’estate calda. Presto le grida di Simone e Giulia sarebbero state una colonna sonora quotidiana. Ma lungo tutto l’inverno nella casa di Borgo Rosso c’eravamo stati solo io,  Wanda e Filomena. E ora Filomena era sepolta sotto i nostri piedi/zampe. In suo onore sul cumulo erano adagiate un tris di margherite con il gambo intrecciato, mentre un bastone piantato in mezzo alla terra ricordava a tutti il luogo di sepoltura della povera Filomena, madre acquisita di Coda storta, il meno sano dei suoi figli e, per assurdo, l’unico che sarebbe sopravvissuto oltre la giovinezza. Il giorno dopo le margherite sarebbero state spazzate dal vento, mentre il bastone, divelto dalla stessa Wanda, sarebbe finito nella stufa, insieme al ricordo della gatta che mi fu nutrice. Un paio di mesi più tardi qualche cane rognoso avrebbe banchettato con le spoglia ossute di Filomena. Ma in quel momento ero triste, immensamente triste. Mi accucciai accanto ad un piede di Wanda. Avrei voluto sparire. Proprio come quella volta che mi accorsi che non era mia madre ad allattarmi, bensì Filomena. Wanda si chinò e mi concesse una carezza. Veloce, sgraziata. La prima e unica che ricevetti da lei.
A proposito di mia madre. Quella sgualdrina aveva odorato la primavera prima di tutti e già rotolava la schiena lanciando gemiti da far rabbrividire il più scafato dei gatti. Provavo un grande rancore. Talvolta cercavo la sua attenzione, non posso negarlo. Ma quella aveva in mente altre cose. Del resto pure quei babbei dei miei fratelli, dopo un primo svezzamento, avevano ricevuto sempre meno attenzioni. Tra loro ce n’era uno, ora non ricordo nemmeno se gli avessero assegnato un nome, che comandava la ciurma. La sua leadership era dovuta alle dimensioni delle zampe più che ad un innato carisma. Se avesse avuto anche un cervello, oltre che un fisico sproporzionato, non saprei. Ma dubito. Era violento, rissoso, arrogante, vendicativo, un vero e proprio bullo che scambiava i suoi simili per pungiball da riempire di ceffoni. Io ero il suo preferito. Come pungiball, intendo. Mi chiamava bastardo, mi diceva vieni qua rospo, zoppo, guercio e io scappavo ma quello aveva gambe migliori e puntualmente mi raggiungeva prima che io raggiungessi Filomena. E giù botte. Così, senza un preciso motivo. Il tutto aveva fine quando Filomena, allarmata dai miei lamenti, arrivava in mia difesa. Con la morte della mia madre adottiva la mia esistenza era diventata un vero e proprio inferno. Mi rifugiavo in Wanda, ne seguivo ogni passo. Ma in casa non mi era permesso entrare e la notte portava sempre rogne. Ma non durò a lungo.
Era un sabato di giugno. Da un paio di settimane avevo preso l’abitudine di nascondermi in un anfratto tra la nostra casa e la piccola cascina dove ero nato. Era poco più che una fessura. Non vi batteva la luce del sole e il nascondiglio era perfezionato da una serie di oggetti ivi incastonati e abbandonati da tempo imprecisato. Wanda non gettava nulla. Nessuno a Borgo Rosso gettava nulla. E’ peccato, dicevano. E riempivano ogni spazio disponibile di cianfrusaglie. Quelle cianfrusaglie erano la mia salvezza. Non sapevo quanto sarebbe durata, ma non mi importava. Il braccato pensa all’oggi, il domani è solamente un’ipotesi. Ad ogni modo per diversi giorni mi ero reso irreperibile da quell’aguzzino di mio fratello e questo lo aveva mandato su tutte le furie. Acquattato nell’anfratto lo udivo spesso sbraitare il mio nome seguito da elenchi di sevizie inenarrabili che avrebbe recapitato sul mio povero corpo non appena lo avesse avuto tra le zampe. Ogni giorno aggiungeva qualche tortura e il tono si faceva sempre più veemente. Ero sicuro che sarebbe stato capace di fare ciò che prometteva e forse anche peggio. Era un mostro incontrollabile. Chiunque avesse visto i trattamenti riservati a lucertole e passerotti ne era rimasto inorridito. Quel giorno, come ogni sabato, Wanda si era recata al cimitero dal marito. Io, che per questione di sopravvivenza avevo memorizzato tutte le sue abitudini, mi ero già rifugiato nel mio nascondiglio. Devo dire che quando Wanda era a casa preferivo la sua protezione, più che sicura, alla fessura tra la casa e la cascina. La notte e quei rari momenti in cui si assentava, invece, sgattaiolavo (è il caso di dirlo) nel mio anfratto nascosto. Quanti danni arreca l’eccesso di sicurezza! Mi assopii e come mio solito ebbi un sonno breve ma turbolento. Devo aver dimenato le zampe, scalciato scatole metalliche del secolo antecedente, rivitalizzato catene arrugginite di buoi ancestrali, insomma fatto un gran casino. Quando ripresi coscienza vidi un gatto all’entrata dell’anfratto. La base del corpo rimaneva fuori, ma la testa e le spalle erano protese verso il buio del nascondiglio. Se ne stava lì così, da quanto non saprei dire, e mi fissava. Sentii lo stomaco farsi tutt’uno con i polmoni. Non riuscivo a riconoscerlo, indovinavo dalla stazza che doveva avere per lo più la mia età.
“Guarda un po’ chi c’è qui” disse. Riconobbi la voce. Era uno dei miei fratelli, ma non il boia. Non dissi nulla. Mi rannicchiai fino a scomparire e lo fissai implorante.
“E’ inutile che ti nascondi, Coda storta. Ti ho riconosciuto.” Il tono era stranamente silenzioso. Questo mi diede coraggio. Forse non aveva intenzioni cattive. A parte il boia, del resto, nessuno dei miei fratelli aveva mai alzato le mani contro di me. O meglio: nessuno lo aveva fatto di sua iniziativa, ma soltanto su richiesta del sadico.
“Ciao.” Fu tutto ciò che fui in grado di dire. Avevo la coda elettrizzata. Quello invece la muoveva sinuosamente.
“Sai che faccio ora, Coda storta?” disse. Lo lasciai continuare. “Ora, caro Coda storta, chiamo nostro fratello”
“No!” dissi scattando sulle zampe. E lo avrei urlato, se il fiato non mi fosse venuto meno.
“E invece si!”
“No! No! Ti prego, ragiona. Ma perché? Perché? Lo sai anche tu come andrà a finire se lo chiami! Ma insomma, ma che ti ho fatto? Ma che vi ho fatto?” E quasi piagnucolai. L’altro per un po’ tacque. Teneva gli occhi fissi su di me e aveva preso a far vorticare la coda. Pensai di averlo impietosito, ma mi sbagliavo.
“Venite! Venite presto!” miagolò con quanta voce aveva.
“No!” risposi con uguale forza. Ero in preda al terrore. Il corpo pronunciato in avanti. “Ascolta, facciamo così: picchiami tu. Si, dai, io non oppongo resistenza. Mi chino e tu mi picchi. Eh? Ti va?” Ma a quello di picchiarmi non interessava proprio. La sua anima servile era proiettata verso il capo. A lui doveva rendere conto, lui doveva compiacere. Continuò a chiamare gli altri. Io lo guardavo, lo imploravo di smettere, ma quello sembrava indiavolato, la faccia contorta in una smorfia indicibile, quasi caricaturale. A breve il mio boia si sarebbe palesato alle sue spalle. Dovevo agire. Se fossi rimasto in quell’anfratto questa storia sarebbe terminata qui. Feci un gran balzo e mi gettai sulla spia. Rotolammo entrambi per una frazione di secondo. Fui il primo a tirarmi su. Ed eccola, ormai a pochi metri da me, la sagoma dell’aguzzino. Ricordo come fosse oggi: il pelo nero, il corpo largo il doppio del mio, gli occhi iniettati di sangue, la bocca contorta. Presi a correre senza una meta, senza un piano di salvataggio. Era la prima volta che correvo per le vie del paese. Svicolavo tra case sconosciute, cambiavo direzione, saltavo tombini. Lo sentivo dietro di me, sentivo le sue zampe sempre più dappresso alle mie. Era più grande, aveva gambe più sane e non essendo un rifugiato come il sottoscritto conosceva le vie di quel borgo a menadito. Se in quel momento avessi pensato a tutto ciò, se la scialuppa di salvataggio non fosse stata pilotata dall’istinto di sopravvivenza, avrei mollato: tanto non c’erano speranze. D’un tratto le case finirono e sotto le zampe mi ritrovai la scarpata ripida che colmava il dislivello tra il paese, abbarbicato su un colle e la strada di sotto. Rotolai giù e quando mi fermai la testa girava come una trottola. Mi ripresi quando l’aguzzino stava per agguantarmi con un balzo, manco a dirlo, felino. Non so come, ma riuscii a scansarlo. Corsi verso la strada asfaltata. Nel mentre passò la corriera.
La cui ruota mi sfiorò la coda.
E prese in pieno mio fratello.
Lo sentii rantolare. Mi avvicinai con la premura che si usa con un mostro, sebbene praticamente morto. Gli occhi saettavano ancora odio. La bocca avrebbe voluto dare fiato a cose orribili, ma sputava solamente sangue. Se ne voleva andare come aveva vissuto quel misero anno. Un essere ignobile.
“Addio” dissi. E mentre mi allontanai aggiunsi: brutta merda. Era la prima volta che sorridevo in vita mia. Avevo su per giù un anno di vita.


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