Magazine Diario personale

Voglia di fragole

Da Parolesemplici

voglia di fragole

Alle cinque del pomeriggio lasciavo l’ufficio. Puntuale e veloce come un fulmine, senza perdere naenche un minuto. Non volevo correre il rischio di trovare il passaggio a livello chiuso e perdere attimi preziosi. Salivo su per la collina, strade strette e tortuose, percorso che avevo ormai imparato a memoria. Parcheggiavo davanti al cancello della sua casa, scendevo dalla macchina e la femmina di maremmano, dall’aspetto feroce, si avvicinava abbaiando. Non ha mai imparato a volermi bene, o forse non ne ha avuto il tempo. Suonavo il campanello, risalivo in macchina e aspettavo. Pochi minuti ma sempre troppi. Ero impaziente e felice. Quindi il cancello si apriva, come per magia. La persona che attendevo saliva in macchina, un sorriso che mi faceva tremare le gambe ogni volta.

E in quel momento dimenticavo tutto, anche quel poco che avrei voluto ricordare. C’era solo il suo sorriso e il mio. I suoi capelli biondi e i miei castani. I suoi occhi chiari e i miei scuri. La mia pelle abbronzata e la sua pallida. La sua presenza tanto vicina mentre guidavo, cambiavo le marce e lui lì che mi guardava. La gonna corta di cotone lasciava scoperte le mie gambe e il suo sguardo lieve, delicato e ironico le percorreva. Lo percepivo e ne sentivo il calore, ne ero orgogliosa. E sempre quel sorriso. Si può morire per un sorriso così. Il cuore batte troppo veloce, finisce in gola e poi… non lo so.

E poi ci sono le fragole. Così rosse e polpose. Viene voglia di fragole, specie nel mese di maggio, quando comincia il caldo, le giornate si allungano e tutto assume un aspetto da sogno, si lievita e si perde il contatto con la realtà.

Fragole, zucchero, limone e vino bianco. Anche mia nonna le preparava in questo modo. Vanno lasciate un po’ in frigo a riposare. Poi solo da gustare. Da mangiare mentre ci si mangia con gli occhi. Cucchiaiata dopo cucchiaiata. E gli occhi che si cercano e che comunicano frasi impronunciabili.

Forse ho messo troppo vino, forse è il caldo, forse solo la voglia, il desiderio. La sua bocca di fronte alla mia, i suoi denti, le fragole. Una goccia di quel succo vermiglio che gli scivola dalle labbra. Una tentazione troppo forte, a cui non so resistere. Forse neanche lo voglio. La punta della mia lingua. Le sue labbra. Le mie.

A quel punto le fragole perdono consistenza e anche importanza. Forse erano solo una scusa. Vengono abbandonate lì, sul tavolo del soggiorno. Però sento ancora il loro sapore nella sua bocca, sulle sue labbra, che lasciano una scia dolce lungo il mio corpo.

Non ho percepito alcun rumore, però all’improvviso mi sento osservata. Alzo lo sguardo e incontro degli altri occhi.

In questo modo riprendo bruscamente contatto con la realtà momentaneamente messa da parte.

Il dolce delle fragole non sembra più così buono, dà un po’ di nausea e il vino ha lasciato solo un lieve mal di testa.

E poi. Il suo sguardo era così caldo e tenero. Forse lo è ancora. Ma ora, in questo momento, degli altri occhi mi guardano senza voler vedere e senza voler capire. Domandano e non vogliono sapere, non vogliono credere a quello che vedono. Troppa incredulità e tristezza.

La porta sbatte e tutto rintrona. Dopo pochi minuti si riapre e si richiude, accostata leggermente e dei passi veloci scendono le scale. Resto da sola. Con le mie fragole. Con tanto amaro in bocca.

Troppo limone. Poco zucchero.

Tutto da buttare.


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