Volando

Creato il 07 gennaio 2011 da Renzomazzetti

Introduzione.

Nella Pravda si scrive la verità. Nelle Izvestia le notizie. Sono fatti. Prendili, se vuoi, e servili in tavola. Ma al poeta interessa anche quello che succederà tra duecento anni, o anche solo tra cento.

1.

La guerra come sarà adesso.

Quando sfogliamo i fogli dei giornali, e scorriamo le novità dell’estero paludoso, diamo un balzo: gli scienziati degl’imperialisti hanno inventato chi un gas, chi un raggio, chi un aereo senza pilota. Si preoccupano forse di volatili? Aiutano l’umanità incrociando raggi? No, dalla volta celeste un nuovo cappio allungano per il collo degli operai e dei contadini. Per un decennio la morte ha riempito le pagine di tutti i giornali: mutilazioni, strazio… Ma una sciocchezza parranno queste stragi di fronte all’orrore delle future fantasmagorie.

L’anno 2125.

Il cielo aveva congiunto le palme (a elemosinare stelle). Insomma era sera, per dirla alla buona. E in cielo, come sempre, comparve un aeroplanino. Uno dei soliti, un autoscrivente dell’Aerorosta. Mosca. I moscoviti salirono sui tetti delle case a quaranta piani della Comune. < Diamo un’occhiata… vediamo cosa scrive… Chi? Contro chi? Quando? Per chi? >.

Allarme.

Il pilota aprì il gas caldo, disegnò nel cielo una cornice. Disegnò a grandi lettere: Ordine di mobilitazione. E poi un telegramma: Bollettino. Ricognitori. Sponda orientale. Comunichiamo: < Alle otto meno cinque precise, malgrado l’ora mattutina, il nemico ha spento i fari al confine >. Un razzo. Illuminati nell’oscurità i preparativi a ritmo febbrile. Ala contro ala, ali su ali, la prima, la seconda, fino alla centesima squadriglia. Un altro razzo! Un bagliore. Avete visto? Dagli hangar

spingono fuori i caccia. < Trasmissione in cifra. Comunicato a cento posti sovietici di vedetta. Ordine perfetto. Voliamo per intercettare, al riparo di cortine fumogene. > Al bollettino segue un appello: < Compagni, non c’è dubbio! Una minaccia all’Europa e all’Asia rossa. L’America, sostegno della borghesia sconfitta, contro di noi solleva la sua flotta aerea. Non è possibile far rintanare la classe operaia. Mano ai comandi! Occhio all’occhio! >. Già sembrava che il gas mortale e soffocante avviluppasse milioni di teste. Si affrettavano. Afferravano le cuffie. Gridavano nella radio: < Pronto, pronto! >. Il motore tacque appena gracchiato l’allarme. Si spense in alto la luce forforescente. Intanto la gente spingeva fuori i biposto dai piccoli hangar, e si volava con la moglie al soviet distrettuale. A metà strada quelli che andavano s’incontravano con gli altri già di ritorno dallo stato maggiore. Laggiù! Laggiù!! Dove le bombe e le mine il capoarsenale ha ammucchiato in terrificanti cataste.

Radiocomizio.

< Compagni! Al comizio! >, invitava la radio. Le masse come un mare tempestosamente si sollevarono. E dalla Piazza rossa spiccò il volo, con otto ali, la tribuna da campo del Komintern. Indimenticabile sarà questo quadro per sempre. In maschere e tute antigas la terra stava sdraiata come un fantastico plastico. Intanto in alto, il presidente kominternista: < Compagni! Oggi l’America ha costretto alla guerra l’Unione dei lavoratori! >. Da Sciangai fino alla riva irlandese corsero veloci le parole sulle onde radio.

Aeromobilitazione.

Oggi hanno dimenticato sonno e riposo. Hanno inserito un sole artificiale di un miliardo di candele, e da un aeroporto all’altro era un andirivieni di macchine degli insonni moscoviti. Ricognitori leggieri, corrazzate di alluminio… E nella sua tuta antigas, nodoso di muscoli, l’operaio assicurava i grappoli delle mine, di bombe volantini riempiva le fusoliere. Quelli dello stato maggiore, presso le macchine, s’erano divisi a gruppi. Sezionavano il cielo: segnavano le proprie posizioni. Incidevano tacche sulle stelle, zone dei futuri combattimenti. Un pilota. Accanto, dei ragazzini (era il fratello) lo aiutavano a mettersi il casco. E lui spiegava ai pionieri e agli ottobrini le cause dell’allarme e il perché e il per come: < Li abbiamo snidati dall’Europa… dall’Asia… E quelli ora per quelle parti là alzano i tacchi, verso l’America, cioè. Coi sottomarini. Oltre l’oceano. E là ci stanno i loro. I borghesi. I Coolidge. Qui da noi s’è dimenticato anche il loro nome. Costruiamo fabbriche. Innalziamo ciminiere. Ma quelli non dormono. Pensano alla chimica. Ammorbano con i gas. Arrotano i denti. Be’, così si sono decisi, o la va o la spacca. Hanno bombe grandi come una casa. Non lasceranno pietra su pietra, foglia su foglia. Ci batteranno… Se noi non li batteremo >.

Avanti.

Una macchina scivolò leggiera. Si abbassò, guardò… Tutto a posto? Poi scattò come soddisfatta, e segnalò: < Comandante in capo. Ordino: è l’ora! Avanti! Fino a Marte l’elica reggerà! >. Si staccarono da terra, s’alzarono i megafoni. E l’aria risonò d’un’antica marcia.

La marcia.

I borghesi si arrampicano forsennati fin sulla volta celeste. Compagno proletario, monta sull’aeroplano! Sparite via, fabbricanti, sibilando tra le nuvole. Noi siamo i piloti della repubblica degli operai e dei contadini. Dove non può andare la cavalleria, dove le gambe non possono andare, là solo il pilota può inseguire gli uccelli del nemico. Avanti! Attraverso le nubi-balze! Voliamo al luccichio dell’ala. Noi siamo i piloti della repubblica degli operai e dei contadini. Scontratevi col nemico, arrossando di sangue le strade, e fino al continente celeste rafforzate la Comune. La nostra bandiera sventola tra le stelle, allargando il potere operaio. Noi siamo le donne pilota, noi siamo i piloti degli operai e dei contadini!

L’inizio.

Da principio i ricognitori sfrecciarono a semicerchio. Dietro i ricognitori, ad arco i caccia. E dietro i gasportatori si schierarono ad angolo. Le eliche sparpagliarono le nubi. Dietro ancora, quasi coprendo la volta celeste dai molti occhi, moltiplicata dai riflettori, volavano enormi i cantieri navali, hangar per cinquecento aeroplani alla volta. A ogni brusca virata, su mille toni e semitoni ruggivano le falangi delle officine intorno col sibilante urlio delle sirene e dei clackson. A loro seguirono le salmerie, tutte mimetizzate in grigio. Silenzio… Non erano carriole sul selciato!… Arsenali, depositi di medicine, di provviste alimentari… Sotto, la terra s’incurvava come una scodella. Aspettavano su ogni spiazzo di cemento. La squadriglia Lenin prese il volo dai pressi di Minsk… Si unirono gli alati smolenskiani… Più in alto, più in alto s’alzarono i piloti. A un’altezza assoluta… e ancora più in alto. Non si sente più la marcia. Le macchine sono come punti. Giù, acuirono ancora lo sguardo, poi lasciarono i tetti. Eseguirono i controlli. Sufficienti l’ossigeno e l’acqua. Macchine fornivano pasti in un minuto. E si infilarono, ispezionati i cavi d’entrata e uscita, nella corazza dei sotterranei a prova di gas. Alla difesa! Suonano le sirene delle fabbriche! E le gru trasportano mine. Riparatasi sotto terra dal gas del nemico, scorreva la vita delle fabbriche.

La spedizione.

Volavano. Gli uccelli guardavano sorpresi. Volavano… Non sarà quell’elica, una stella luccicante nel buio? Volavano… E andarono in alto finché i corpi si copersero di brina… Volarono a stento tenendo dietro sé stessi. Col passar delle ore faceva miracoli la velocità: in una sola giornata trascorsero due intere giornate, due soli in 24 ore: e per due volte si levò la luna. Quando poi in velocità raggiunsero la rotazione della terra, l’occhio valicava d’un balzo cento località. E intanto il quadrante seguitava a indicare un’identica immobile ora. Sfrecciarono verso l’alto, uscendo dall’atmosfera. Spalancata la bocca in un soffocamento, penosamente con la mano senza ormai più peso pompavano l’ossigeno. Penetrarono i ricognitori nella tempesta e nel tuono e, via dal suo stordimento, sulla superficie dell’oceano piombarono a proiettile e nuotarono spumeggiando. Uno saltò in aria su una mina galleggiante. E subito tutti gli altri si precipitarono sott’acqua, chiuse le corazze d’acciaio. Poi, superata la zona del pericolo, riaffiorarono sgrullando le gocce dalle eliche: e di nuovo verso la volta celeste rossa avvampante tornarono i punti delle macchine. Volavano. Minuti… giornate… settimane… Volavano. Attraverso le miniere del sole, attraverso le secche lunari volavano.

L’attacco.

Tranquillamente il comandante girò il piano di battaglia su cuoio arrotolato su due piccoli rulli. Tutto era calma. Ma a un tratto, di schianto, l’aeroplano fu giù come un sasso. Nulla tutt’intorno. Solo un raggio che allungava la sua mano mortale. S’alzarono come miraggi nel deserto centomila macchine della squadriglia nemica. Puntando il raggio, foriero di distruzione, da dieci parti tutt’insieme sibilavano, volavano, correvano mostri di luce, d’acciaio, d’alluminio. A un fiume di vento vacillarono le macchine. Piegarono a sinistra, virando. Sull’ala destra s’alzarono tre < K >, le tre nere < K > del Ku-Klux-Klan. Ma il vento le investì dal lato opposto; vacillarono allora tutte insieme sulla destra, e nero d’un balzo si levò sull’ala sinistra lo sgorbio fascista. Un secondo. Vorticarono frenetici. E non ci furono più. Svaniti, dietro una cortina di gas. Su ogni aereo, da ogni lato, come una scintilla nel serbatoio del gas, due parole facevano esplodere il cuore: < Allarme! Il nemico >.

La battaglia aerea.

Non si distingue l’orizzonte liquefatto. Cielo, aria, acqua, tutto fuso insieme! E in questa azzurrità, l’ultima battaglia. L’ultimo scontro dei rossi e dei bianchi. Incredibile battaglia! Neanche un rimbombo! Non scorgo proiettili o pallottole, solo la forsennata meccanica delle eliche, solo i raggi e la chimica. Si lanciavano, presi dalla furia della caccia, e via di colpo viravano. Penzoloni le braccia, e nel volto violaceo, sporgevano gli occhi vitrei. Le squadriglie all’attacco frugavano le nubi. Ma il riflettore aprì l’occhio rotondo, e non ci fu più nessuna squadriglia. Solo frantumi carbonizzati precipitanti. A volte, invisibili, torretta contro torretta si scontravano, e questo allora era il solo rimbombo. Al modo antico combattevano a corpo a corpo, all’abbordaggio, due corazzate aeree. Quand’una era colpita, una scena subito d’idillio: indifese come cuccioli, le corazzate danneggiate accoglievano gli hangar già pronti in aria a inchiodare e riparare. Quattro volte in una notte butterata dalle stelle, s’avvicendarono le superfici dei giorni, ma sempre più cresceva, si estendeva la battaglia, s’inaspriva di giorno in giorno. Già da cinque giorni si moriva in battaglia. Allora il nemico si ritirò. Ma fu un attimo. Subito mille macchine nettamente visibili, spaventose, passarono all’attacco frontale. All’attacco! I raggi! Ma quelle non mutarono rotta. Il gas! E anche il gas non le fermava. Invulnerabili, avanzavano senza piloti, spazzando via tutto sul cammino.

Hanno il sopravvento.

Il comandante aereo aggrottò la fronte. Era la fine! Uno dei nostri si lanciò, agitò le eliche, e precipitò come una mosca con le alucce ripiegate. Andava male per i nostri. E si ritirarono. Un lavoro di prim’ordine: sganciarono giù una tonnellata. Né mutilazioni né strazi, neanche una ferita… E una città fu spazzata via senza un solo gemito da una tonnellata di soffocante schifenza gassosa. L’invisibile gas rose decine di capitali, senza risparmiare nessuno e niente. Le macchine dell’avanguardia avanzavano proprio su Mosca, come per una parata, come a farsi ammirare… Ormai coloro che ancora speravano li chiamavano bugiardi. Ma i piloti, compiuto il proprio dovere, si raccolsero proprio sopra e sotto Mosca in anelli e spirali di aeroplani. Spiegato per tutta la volta celeste, in tutto l’inflessibile spirito delle macchine, il nemico volava, avanzava senza sosta. Già a quattro chilometri, a due… Avvampavano nelle nere cornici notizie di inesorabile evidenza. La radio sonoramente propalava: < La rivoluzione è in pericolo! >. Suoni stridenti storcevano anche il volto più fermo: questa era Mosca che avvitava i boccaporti sugli inquilini delle cantine. Dall’alto sotto si vedeva -tale la calca- tutte briciole: e montavano sui dirigibili e via verso gli Urali. Si portavano dietro mogli e figli. Crescevano, intanto, si moltiplicavano sulla cotonina celeste le incombenti macchine. Adesso sì che li seppelliranno! Adesso sentirai che botto! Adesso sì che le gasobombe sganciate pioveranno! E va bene, prepariamoci a una morte asfissiante. Non saremo noi che ci piegheremo invocando pietà! E tesa in uno sforzo con tutta la sua forza aerea, tacque la terra sovietica.

Vittoria.

E a un tratto… Pare impossibile! Come se qualcuno le avesse scrollate d’un colpo, le macchine nemiche scivolarono, precipitarono a terra, tra lo stupore dei nostri piloti sportisi fuori. Senza ancora rallegrarsi -fosse un trucco, e, atterrate, avanzassero, forse sulla terra- i motori presero a cicalare, a gemere, e si lanciarono verso il luogo del disastro. Calarono, toccarono terra… nella fossa, scavata dalle macchine precipitate, sfasciume di alluminio, di nichel… Nessun inganno. Proprio così. I piloti uscirono. Le fronti tutte pieghe. Mille domande. Muta era la risposta. E fu solo al mattino che venne la s oluzione radiofonica dell’indovinello: < New York. A tutti! A tutti! A tutti!>. I piloti della prima squadra salutano gli operai, i contadini e i quadri dell’aviazione. Che illuninino Mosca con un milione di candele. Da questo istante cesseranno per sempre le guerre. Noi siamo la squadra dei moscoviti: abbiamo forzato il passaggio senza essere visti. Sott’acqua, di corsa fino in America. Poi ci siamo alzati in volo. Di notte abbiamo piazzato gli altoparlanti. E abbiamo lanciato con voce di basso per tutta New York: < Operai! Compagni e fratelli! Quando dunque svaporerà l’ubriacatura delle nazioni? Per quali monete d’argento, per quale prezzo voi tradite noi, europei? Oggi vi aizzano: < Andate! Avvolgere l’Europa con peste a gas! >. E domani il vincitore tornerà per mettere il giogo qui su di voi. Forse la vita ve l’hanno regalata i borghesi? Spremono da voi ora sangue, ora sudore. Unitevi con noi in un’unica solidarietà. In una sola Comune, senza schiavi né signori! >. I poliziotti, una volpe dietro l’altra, sugli aerocipedi… La striscia d’un riflettore… Inutile! Dondolando ritmicamente, gli altoparlanti dilatano le voci dei migliori oratori del Komintern. Nulla da fare! Non possono né legarla né toglierla di mezzo una radio! Così, da loro vediamo nascere il trambusto. Gli operai si muovono, la polizia indietreggia. E la città è come se avesse acceso le luci, divampa una bandiera dopo l’altra. Mettono sotto i palazzoni dei miliardari le mine preparate per noi. All’ombra delle proprie bandiere, attaccano l’arsenale. Proprio come Mosca secoli indietro, cresce il temporale d’ottobre. Dilagando per chilometri le note di basso del tuono conquistano, spezzano la complessa mole dei palazzi. Il radioforte… La sentinella vien buttata giù. Attaccano. Conquistano la metà. Verso l’altra! Mischia furiosa per un’ora. Afferrano una leva. Uno strappo… ancora un giro… Un istante. (e anche questo è dir troppo) meno d’un istante, e come di mille corde un urlo spezzato! E i mille mostri sono precipitati davanti a Mosca.

La gioia.

Frementi nell’urrà le bocche ancora volevano urlare e urlare e urlare, ma già la < radiorosta > tracciava un telegramma su tutto l’arco del cielo: < Pace! I popoli hanno cessato di combattere. Evviva questo istante! La grande federazione americana si unisce all’Unione dei Soviet! >. Più nessun dubbio. E’ firmato: < Il comitato rivoluzionario americano >.

Il ritorno.

Al mattino, a occidente apparvero dei puntolini. Sfrecciarono crescendo insieme alla marcia: < Noi siamo i piloti della repubblica degli operai e dei contadini. Non abbiamo volato invano: ripulita è la volta celeste. Contadino! Proletario! Fa’ atterrare l’aeroplano! Sono spariti via gl’industriali, sibilando tra le nuvole. Noi siamo i piloti della repubblica degli operai e dei contadini! Più non entrerà da noi la cavalleria nemica né un uccello né un piede. Dovunque, i nostri piloti inseguono le forze del nemico. La nostra bandiera sventola tra le stelle, dilatando il potere operaio. Noi siamo le donne pilota, noi siamo i piloti degli operai e dei contadini >.

2.

La vita futura.

Oggi.

Certo, una stanza non è un boschetto dove combinare picnic o gare. Tuttavia questa maledetta abitarea proprio non fa per me: per la mia corporatura ce ne vogliono di metri! Vecchi, vecchie, la signora col cagnolino, bambini senza numero, questi gli abitanti. Non un appartamento, ma un villaggio affumi di esquimesi o di kirghisi. Un fanciullo non è come un cucciolo. E’ sempre al lavoro tutto il giorno. Ora con la palla ti fa ruzzulare a terra, ora ti chiude col gancio nel gabinetto. Tra carabattole s’aprono viottoli, meandri della Crimea. C’è un chiasso che fa uscire dai gangheri le persone più miti. Per tutta la giornata, scampanellate come su un campanile. A frotte, solitarie, prolungate, brevi… E per questo nido tra cataste e salamoie, dove non c’è posto neanche per ficcare un dito, ti sbatti a destra e a manca tutto il giorno difendendoti dagli sfratti con il mandato federale, con un biglietto della commissione d’aiuto ai letterati. Torni la notte, spossato dalla città col desiderio di lavarti il muso grondante di schiuma. Ala buio, nella stanza da bagno, ti sbatte in faccia la biancheria distesa intelligentemente da qualcuno. Br-r-r-r! La puzza di cucina ti fa nausea. M’alzo ginocchioni. Mi allungo dal davanzale col muso al finestrino. Vedo nel cielo un andirivieni di aeroplani. Mi stringo ai vetri, piantato nel telaio. Ecco lassù chi deve rifare a nuovo la nostra afflitta vita da sardine! Verrà un anno zerato di zeri. Si sarà spento il rimbombo delle ultime battaglie-tuoni. A Mosca non ci sarà più un vicolo, o una via, solo aeroporti e case. Scuri, confusi sono per noi i giorni futuri. Ma per divertimento racconterò qui d’una giornata trascorsa dal futuro cittadino.

Il mattino.

Le otto. Imita la cortese radio-sveglia: < Compagno, alzatevi, visto che non dormite! La fabbrica chiama. Nessun ordine nel frattempo per la sveglia? Arrivederci! Saluti! >. Insonnolito, ma già tutto teso verso il lavoro, il cittadino ha inserito l’elettroautorasoio. Un minuto, ed’è pettinato con le guance più lisce della cittadina di Milo, Venere. Ha infilato la spina, ha aperto le labbra: l’elettrospazzola, e ha lucidato i denti. Niente domestica! Chiamato da un bottone, da solo, sotto gli sciaborda il bagno. Insapona dapprima, e poi raspa e raschia. Suonato, e al cittadino sotto il naso ecco è servito il vassoio con il tè. Si veste: niente giacche e calzoni; la camicia non soffoca il collo con i suoi numeri. Subito lo riveste dai talloni alle mani la sera d’un taglio geniale. Nelle scarpe, i piedi… Alla finestra, una scampanellata. Direttamente verso il letto dal continente celeste giunge volando un portalettere alato. Mica un ordine di sfratto, o un avviso di tasse. Ma una lettera dell’amato bene e altre di amici. Entra di corsa il figlio, robusto marmocchio. < Arrivederci, sto per volare via, all’università. > < E Vania dov’è? > < E’ in giardino che fa i primi voli con la balia. >

Al lavoro.

L’ascensore in mezzo alla camera. Ti siedi ed esci sulla superficie del tetto infiorato. Di linea per il posto di lavoro, un dirigibile s’accosta volando proprio fino al cornicione. Soprappensiero (senza alcuna intenzione di imbrogliare) il cittadino provò a prenderlo in volo. Con la più cortese delle espressioni, l’aereomilizia ferma il cittadino. Né protocolli né il tintinnio d’una multa… Solo una garbata ammonizione. Sporgendosi dalla navicella, su vari toni grida di tanto in tanto ai conoscenti volanti: < Compagno, cos’è questa fretta? Lasciate perdere! Passate in volo qualche volta con la moglie a farmi visita! Se siete libero, per una mezz’ora fate un salto alla partita d’ aerocalcio! >. < Benissimo! E voi, volete trasbordare? Accomodatevi, nella navicella c’è posto! > Trasbordato… Quindici minuti. Ed ecco il cittadino giunge sul posto di lavoro.

Il lavoro.

La fabbrica. Centroaria. Si fabbrica aria compressa per le comunicazioni interplanetarie. Un cubetto sulla cabina di qualunque misura, e per tutta una giornata si respira profumo di abete. Così, in quel tal secolo coi dadi < Maggi > si facevano i brodi. Fabbricano inoltre con le nuvole smetana artificiale e latte. Pure il nome della mucca fra poco dimenticheranno. Cosa mungi in confronto dalle poppe d’una mucca! La fabbrica. Un edificio di quaranta piani. Quaranta persone atterrano piene di slancio. Tutto lustro lustro. Niente nerofumo, niente fuliggine. L’ascensore porta una persona per piano. Né chiasso né gente! Tutta una tastiera, come una Underwood. Che bello lavorare! Già facile così, ma qui per giunta la radio dà ritmi musicali. Si premono i tasti, quelli che fanno al caso, e a tutto il resto ci pensano i motori. Quattro ore, fuggite via in un attimo: e per tutti, aria, smetana, latte. Non si sta abbioccati come gufi insonnoliti. La giornata lavorativa è di quattr’ore. Su, svelto, come uno scoiattolo… Ancora più svelto. Sotto la doccia! E poi naturalmente vola a pranzare!

Il pranzo.

Spicca il volo. I ragazzi. Gli gridano: -un po’ più piano!- E raggiunge i ragazzi che volano dalla scuola. < Dove ve ne andate? E’ ora di pranzare! > Nessuna cucina, niente tran-tran d’ogni giorno! Volano imbanditi gli aerorefettori dell’Alimentazione popolare. Si ferma, si siede, sceglie e mangia. Come vuoi, da due o da cinque, per qualsiasi gusto e qualsiasi appetito. Le stoviglie, autosparecchianti. Hai mangiato, e via! Porta all’orecchio il radiofono. Accarezzando i figli, bofonchia: < Datemi Ciuchlomskaia! La comune Ciuchlomskaia?… Prego >. < Ivanov Decimo! > < Quale? Quello coi baffi? > < No. Quello senza baffi!… > < Come stai? Buongiorno. > < Ecco, sono volato soltanto oltre la siepe. Sto pascolando un armento. Hai bisogno di qualcosa? > < Come sarebbe? E’ molto che non ci vediamo. Passa volando da me per la partita di aviopalla. > < Benissimo! Pascolo ancora un’oretta, e planerò dopo le cinque. Forse, con qualche ritardo… Non troppo, comunque. Qui al villaggio m’hanno affidato una piccola incombenza. Il grano è tribolato dalla calura, così devo manovrare le nubi artificiali. Bisogna fabbricar pioggia, ma senza grandine. Arrivederci! >

Lo studio.

Ora, passiamo un po’ a studiare. Il cittadino in un minuto giunge volando all’Istituto superiore della smetana. Confrontando i più recenti dati tecnici, studia nel laboratorio le questioni della smetana… Da noi per ora, livelli diversi di studio. Diciamo, i manovali caricano, mentre la poesia è per l’aristocrazia dello spirito. Ma allora non ci saranno uomini privilegiati, chi più e chi meno… Calzolai, e lattaie, tutti geni

Il giuoco.

Un’ora dopo, a casa. Riposo. Ci si cambia. Al posto della blusa, un abito sportivo. In un veicolo da corsa, più rapido di qualsiasi vento, fila, portandosi dietro un enorme pallone. Il cielo è pieno di agili aerei. Figure di adulti, figurette di bimbi. Anche i vecchi sono usciti fuori, dimenticata l’apatia. Rossi contro gialli. Una partita dopo l’altra. Lanciano la palla da altezze colossali, e tu volaci sotto, acchiappala con la rete. Per dirla franca, il foot-ball è una malinconia. Un’occupazione buona al massimo per la razza dei cavalli. Qui invece, che bello! Non ti consumi le scarpe. Non ti spiaccichi il naso con la palla. Tutti fanno le capriole, ci vogliano o no, scivolano sulla coda, intrecciano nodi nell’aria. Finalmente uno manca il colpo con la reticella. Allora: < U-r-r-r-à! Abbiamo segnato! >. In su, in giù, avanti, indietro, caprioleggiano e di nuovo scivolano. Né un sospiro affannoso né un’aria triste, come se invece che lavoratori responsabili, fossero delfini. Se sopra gli piomba la pioggia accoppiata col vento, si sollevano allora al di sopra delle nubi e continuano a volontà. Abbuia, ma a lasciare il giuoco si è restii: raggiungeranno il sole, e di nuovo è giorno. Finalmente s’è stancato a furia di lanciare e di acchiappare. Si abbassa, allora, e entra volando nella finestra del refettorio. Un pulsante. Lo preme. Tavola pronta per il tè. Il figlio gli racconta: < Oggi mi s’è rotta un’ala. Sono salito a bordo da Petka, altrimenti sarei arrivato tardi per la lezione di aritmetica. Ci hanno dato libertà per un’ora ( non c’era lezione ), siamo volati con Petka a pescare una cometa. Eno-o-o-rme! Alta un chilometro. In due ce la facevamo a pena a trattenerla per la coda. Ma poi l’abbiamo gettata via, troppo grande. Non è permesso portare comete a scuola >. La sorella. < Oggi, per il vento, il gomitolo mi è rotolato giù da tremila metri. Ho dovuto abbassarmi ad arrotolare il filo. Il vento l’aveva tutto arruffato. > Il più piccolo è tutto immerso nel lavoro. Se ne sta seduto e annota nel diario: < Oggi, a scuola c’è stata una lezione pratica. Si discuteva se Dio esiste o no. Secondo noi, la religione è oppio. Abbiamo prima esaminato un’immagine, una copia di Dio. Quindi col maestro siamo volati in cielo. Bisogna convincersi di persona! Abbiamo ispezionato il cielo dentro fuori. Non abbiamo scovato neppure un dio o un angelo che sia >. E intanto al babbo, perché neanche un istante sia sciupato, la radio ripete ripete pagine di libri…

La sera.

Uno squillo. < Pronto! Non riesco a distinguere il nome… Ah! Sei tu! Ti saluto, mia cara! Vengo! Immediatamente! In cinque minuti attraverserò il cielo quant’è largo. Con un tempo così si viaggia benissimo. Aspettami presso una nuvola, sotto l’Orsa maggiore. Arrivederci! > Si è seduto e hanno preso a indietreggiare piazze, edifici… Guancia contro guancia, fianco a fianco, fanno per tre volto il giro del cielo. Lungo le vie lattee seguendo le curve delle comete, e dietro, come un puledro, un aeroplano a rimorchio. Che vastità! Non è come il parco Petrovski, dove tutto è consumato dai sederi delle coppiette. In corsa racconta gli avvenimenti dell’anno venticinque. < Oggi ho ascoltato i radiolibri. Sì… non erano giorni quelli, ma giornucoli. Ti trovavi una stanzetta, e anche così non erano rose. Dovevi fornire dati al comitato dell’edificio e all’ispettore delle tasse. Qui invece è una pacchia! C’è spazio, nessuno spinge. Hai tutto il creato! Prendiamo a caso. Allora in primavera ci si trascinava in campagna. Si viaggiava in ferrovia. Sbuffavano e arrancavano. Proprio come se si mettesse sulle zampette una rondine per farla camminare, muovendo una zampetta dietro l’altra. Svoltare, inoltrarsi nel bosco, impossibile! Si restava sempre sui binari. E esistevano, nei tempi antichi, anche le cosiddette automobili. E pure quelle ( grazie tante ), bei mezzi di comunicazione! In aria, impossibile. Sull’acqua, non può. Per il bosco nemmeno. Oltre una casa, lo stesso. Be’, ditelo voi, è una macchina questa? Scoppiano le gomme. Un sacco di noie. Non si poteva neppure arrampicarsi su un faro. Si rompeva subito. Ora, se voglio, mi butto da una parte. Ed era viaggiare anche con la locomotiva? Un fornello a petrolio! Ora ci applichi ali e ruote e insieme con la casa corri via veloce. Se poi ti va di fermarti, eccoti Vinnitsa, eccoti Nizza. Ai malati in quei tempi lontani prescrivevano bagni di sole. Anche di giorno – a braccia incrociate - ad aspettare che uscisse un raggio da una nuvoletta. Adesso invece puoi volare al sole dallo stesso polo. Riscaldati! Approfitta!… > L’amata pensa ai giorni lontani. E sotto città, campagne trascorrono nell’illuminazione d’una festa quotidiana. La stazione radio degli Urali per tutta la Siberia urla concerti. Come per scherzo, prendono di quelle note da far scoppiare per l’invidia tutti gli Scialiapin. E più oltre in un ritmo cinematografico lungo le nuvole miraggi a chilometri. Questo non è il < Chudogestvenny > e l’ < Ars >, dove fra anguste mura stanno platea e palchi. Dalla terra fino a Marte puoi allungarti in platea o in palchi. E in cielo ( anche questo avverrà nel futuro ) direttamente eseguono danze. Senza calpestii, senza polvere, incurvando con grazia le ali, scatenano una fantastica quadriglia. E la radio accompagna la quadriglia vorticosa. Intorno milioni di tavolini volanti. Bevi e rinfrescati, basta che suoni. Analcoolici. Dal calzolaio fino al sarto, nessuno più sopporta neppure l’odore dell’alcool. Per un malato, la norma è un bicchierino, e anche quello si beve sotto cloroformio. E nessuna strofa più nessuno affligge. Non è una vita, ma una cuccagna! Comunico questo a grande dolore dei compagni poeti. Non è come ora che a migliaia si buttano a far versi che ti dànno il voltastomaco. Qui invece – splendido! - nessun dibattito, non una sola riunione, una vita veramente colta! Le undici e mezzo. La radio urla: < Cittadini! Vi ricordo che è ora di dormire! >. Sibilando per la velocità, direttamente, dal trambusto del ballo il cittadino, fatta una brusca virata, entra volando nella finestra della camera da letto. E’ sceso dall’aeroplano. Un pulsante. Basta toccarlo! Si piega l’aereo e si mette in un angolo, come un ombrello. Si spoglia. Tre parole nella membrana: < Domani sveglia alle sette e mezza! >. Si volta sul fianco il cittadino contento, sbadiglia e chiude gli occhi. E così trascorreva le sue giornate un cittadino nel XXX secolo.

3.

L’appello

Di questi alati giorni è lontana la data. Non troppo presto grideremo gioiosamente: < Eccoli >. Ma io, propagandista dei giorni futuri, perlomeno di un passo oggi vi avvicino a loro. Perché siate simili ai figli degli uccelli, seduti in una comoda navicella, ogni giorno vi ficchiamo negli occhi a fuoco le lettere: Odvf. Perché nella felice ora futura, luminosa, possiate correre in qualsiasi cielo. Adesso i volanti precipitano sfracellandosi, incastrandosi con la fronte nella Chodynka. Perché nel secolo futuro la vita umana si slanci verso i cieli come un razzo, per questo stancandomi, sera dopo sera, ho scritto queste righe. Operaio! Contadino! Verifica toccando che anche i cieli sono tuoi! Con una potenza di centotrenta milioni, abbevera il desiderio di volare! Basta di strisciare come un pidocchio! Troveremo dove poterci sfrenare! Forza col cielo! Noi stessi innaffieremo il grano, verseremo sulle messi le nubi. Forza col cielo! Immergi nello straordinario futuro il coltello affilato delle parole! Forza, col cielo!

    -VLADIMIR  MAJAKOVSKIJ-

    IL  PROLETARIATO  VOLANTE, Poema.

(riprodotto veloce con meditazione)

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