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William Burroughs: l'intervista con Klaus Maeck

Creato il 16 settembre 2011 da Ghostwriter

  Nel periodo in cui David Cronenberg stava adattando per il grande schermo Il Pasto nudo, lo scrittore concesse alcune interviste tra cui quella di cui presento qui un estratto. Klaus Maeck è il regista del celebre film underground Decoder. Si tratta di un'intervista molto particolare, nella quale oltre all'umorismo di Burroughs, così tipico e riconoscibile, s'indaga la sua passione per la pittura.

 

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Mr. Burroughs, a trent'anni dalla pubblicazione e per la prima volta con Il pasto nudo un suo libro viene tradotto in film.

W.B. Sì, è vero anche se ci sono stati un sacco di tentativi precedenti come per esempio Le ultime parole di Dutch Schulz, una cosa che si trascinò per sei o sette anni. Sapete com'è, si arriva a un budget di venti milioni e il giorno dopo non si riesce neanche ad arrivare alla segretaria di produzione. Questo è il business del cinema. Un altro progetto è stato la resa cinematografica de Il pasto nudo da parte di Anthony Balch. Brion Gysin per l'occasione scrisse una sceneggiatura che pero' non mi soddisfaceva. Anche questa faccenda si trascinò per molti anni complicandosi sempre più: bene, sembrava che ci fosse qualcuno disposto a fare da attore protagonista, un altro disposto a partecipare al finanziamento e alla fine tutto finì nel nulla. Io per conto mio non conto più nella riuscita di un progetto cinematografico fino a quando le riprese non saranno iniziate. Però il film che verrà ora prodotto da David Cronenberg sembra farcela, finalmente.

Le riprese dovrebbero iniziare questo autunno a Tangeri. Siete soddisfatto della sceneggiatura? Da quanto ne so non deve più avere a che fare molto col libro stesso e sembra inoltre che possa dare impressioni sbagliate su fatti biografici che vengono inseriti all'interno della trama.

W.B. No, assolutamente. E' sempre difficile tradurre un romanzo in film, soprattutto per un romanzo privo di una trama consequenziale continuamente interrotto, frammentato, arricchito da monologhi divaganti. Insomma, un film deve avere azione. Non c'è molto spazio per lunghi monologhi o spiegazioni prolisse. Io stesso non avevo nessuna buona idea, in realtà non ho mai avuto la minima idea di come potesse essere una sceneggiatura per Il pasto nudo. In effetti si potrebbero fare sceneggiature completamente diverse tra loro e tutte tratte da questo romanzo. In questo caso avremo una tipica storia alla Cronenberg, e questo mi va benissimo.

Quanto è rimasto di Burroughs?

W.B. Non è questo il problema. Un libro e un film sono due cose completamente diverse. Affermare che un film non rende giustizia al libro è un'osservazione assolutamente sciocca, perché fondamentalmente si tratta di due media completamente diversi. Per esempio mi ricordo il film Il tesoro della Sierra Madre, che era veramente buono, mentre rimasi molto deluso quando lessi il libro. Il film superava di molto il romanzo stesso.

Nei suoi romanzi Lei ha sempre cercato di demolire la struttura narrativa lineare, la sua lingua e le sue tematiche sono sempre state sovversive. Da qualche anno Lei si è rivolto principalmente a un altro mezzo di comunicazione, alla pittura. Trova nella pittura analoghe potenzialità?

W.B. Ci sono campi nei quali con la lingua si può comunicare qualcosa che tramite immagini è impossibile rappresentare. Viceversa esistono immagini che contengono tante informazioni quante ne può contenere un intero capitolo. Prendiamo ad esempio un passaggio grandioso di prosa inglese, la fine di Gente di Dublino: “E l'anima gli svanì lenta mentre udiva la neve cadere stancamente su tutto l'universo, stancamente cadere come scendesse la loro ultima ora, su tutti i vivi e i morti”. Come si potrebbe rendere tutto questo visivamente? Naturalmente si potrebbe mostrare la neve ma che senso avrebbe?  

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Che cosa la affascina così tanto nella pittura?

W.B. Nella pittura si tratta semplicemente del contrasto di colori. Tutti i concetti che si utilizzano come “astratto”, “oggettuale” o “realistico” sono stupidaggini. L'arte è sempre astratta, è astrazione di qualcosa e ogni forma d'arte è “oggettuale” sia che riproduca una formula matematica, sia che si tratti di una combinazione di colori o di una fantasia onirica; viene sempre riprodotto qualche cosa, altrimenti sulla tela non ci sarebbe niente, vero? Nella pittura ci sono molte possibilità che la lingua non offre. Attraverso la pittura è possibile trasmettere intere serie di immagini e storie allo stesso tempo. Questo a parole è impossibile, si tratta della simultaneità degli eventi.

Spesso si sono avverate delle cose sulle quali Lei aveva precedentemente scritto, quasi per magico auspicio. Fino a che punto può arrivare una simile capacità di influire sugli avvenimenti? E' possibile manipolare il lettore, lo spettatore o addirittura il tempo?

W.B. Sono convinto che gli artisti siano le persone più influenti e potenti di questo pianeta. Essi creano nuove maniere di esprimersi, nuovi stili di vita. Kerouac per esempio parla della gente on the road e dopo un po' tutta l'America, in tutti i caffè e bar troviamo questi personaggi e solo Dio sa quante paia di Levi's sono state vendute a seguito di questo libro. Quel tipo ha praticamente creato un'intera generazione attraverso la sua scrittura. Senza gli artisti non potrebbe succedere niente, solo per il fatto che solo loro possono creare qualcosa di nuovo. Senza creatività si arriva alla stasi. Se tutti gli artisti improvvisamente si mettessero a scioperare, non succederebbe più niente. Sì, dovremmo avere un vero sindacato degli artisti: mettiamo fine a tutte queste fregnacce, entriamo in sciopero generale!

Ha mai pensato di diventare un pittore sul serio?

W.B. No, mai. Io per esempio ho avuto un blocco totale per quanto riguarda la pittura, non sono in grado di disegnare una sedia, nemmeno qualcosa che ricordi lontanamente una sedia. Un simile impedimento può colpire anche uno scrittore e quelli sono tempi terribili quando semplicemente vedere una macchina da scrivere e un foglio bianco ti rovina la giornata. Ciò nonostante quando iniziai a dipingere, mi dissi: “Devo vedere attraverso le mie mani e fare in modo che siano le mie mani a lavorare”. E poteva succedere che le mie mani sapessero da sole cosa dovessero fare. Ultimamente mi è capitato di dipingere un quadro con uno scopino da water.

Anche nella scrittura ha sperimentato un simile tipo di intuizione?

W.B. No, se fossi semplicemente stato lì ad aspettare non avrei combinato niente. Non si può evitare di sapere ciò che si sta scrivendo: uno ce l'ha chiaramente di fronte. Con la cosiddetta “scrittura automatica” non ho mai ottenuto validi risultati. Con la pittura, pero', è completamente diverso. Non bisogna sapere esattamente quello che le mani stanno facendo. Spesso, mentre dipingevo, guardavo fuori dalla finestra mentre le mie mani lavoravano da sole.

Ted Morgan, nella sua biografia scrive che Lei avrebbe tentato di trovare il modo di autoliberarsi, tramite la scrittura, dalla propria condizione umana, per poi rendersi conto che ciò era impossibile...

W.B. Questo lo afferma lui. In effetti è vero che non ci si può liberare con la scrittura, perché il medium ha i suoi limiti. Però Morgan vede la cosa in modo troppo definitivo, non vede neanche la possibilità di proiettarsi al di là della condizione umana, mentre io la penso molto diversamente.  Forse questo non funziona scrivendo, e forse neanche con la pittura, perché si arriva sempre a un punto ben preciso e non oltre. Klee ha sempre affermato che il pittore tenta di creare qualcosa che abbia una vita propria. Una parte di ciò consiste nella tela e nel materiale di supporto, l'altra parte è quella che viene dall'artista. Questa creazione può addirittura diventare un pericolo per l'artista: una prova sicura che un quadro è qualcosa di tangibilmente autonomo. Io penso che tutti i pittori e naturalmente tutti gli scrittori tentino la stessa cosa: creare concretamente nuova vita. Questo è qualcosa che la maggior parte della gente ritiene impossibile. E' vita quella che esce da un quadro o dalle pagine di un libro ed è anche vita quella che entra nel quadro. “E il pittore portò il suo quadro all'imperatore, s'inchinò tre volte e scomparve in esso”. Il fisico nucleare John Wheeler disse che nulla esiste prima di essere percepito. Ora l'artista vede qualcosa che non esiste ancora, che forse per gli altri è invisibile, fino a quando non l'avrà reso percepibile sulla tela. Come nel caso di Van Gogh che probabilmente aveva scoperto nel suo girasole una sorta di sinistra coscienza vegetale. Nel momento in cui la ritrae essa esiste concretamente e chiunque guardi questo fiore, vede anche attraverso gli occhi di Van Gogh.

  Tratto da Cahiers D'Art, n. 11 aprile 1996. L'intervista integrale appare nel volume William S.Burroughs - Brion Gysin, Shake Edizioni (1992). Non ne avete ancora abbastanza? Fatevi un giro su Reality Studio, un sito ricco di articoli, testi rari (come il commento di McLuhan presente nella sezione Criticism) e un dossier su Kurt Cobain e Burroughs. Non manca una presentazione del documentario realizzato l'anno scorso da Yoni Leyser, William Burroughs: A Man Within. Un film che forse non vedremo mai in Italia. L'ultima pubblicazione italiana di zio Bill è nel catalogo Adelphi: E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche, a quattro mani con Jack Kerouac.  

Pubblicato da Remy71 


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