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Ma lo riconosco: Arte e Il dio del massacro sono insieme molto migliori e - proprio per questo - molto meno elitari dello scaffale in cui li avrei relegati. Anzi: se non è cultura pop, poco ci manca. A scanso di equivoci, quegli stessi equivoci che il mio tono, diciamo, "passionale" difficilmente potrebbe creare, val la pena sottolineare che dei due ho amato di più Arte e che, anzi, proprio a questo titolo del 1994, attribuisco un valore decisamente alto (nonostante l'inaccettabile incuria editoriale: punteggiatura balzana, scambi di personaggi ecc.).
Questo atto unico vede tre amici. Ovvero tre uomini che possono improvvisamente smettere di essere amici perché uno dei tre, Serge, compra per duecentomila franchi una tela bianca. O forse non proprio "bianca": diciamo bianca con delle striature diagonali anch'esse bianche; e magari un'altra striscia bianca, in basso, in fondo. Insomma, uno di quei quadri di cui uno come me non capisce il senso e meno che mai il valore estetico. Marc è come me, oddio: un po' più razionale, più assolutista, e glielo dice in faccia, quant'è ridicola una simile spesa per una tela bianca. Ma come me è anche Yvan, che prova a mediare, a non scaldare gli animi inutilmente; anche perché l'animo, lui, ce l'ha già provato dagli eventi, si dice così?, dalla vita che non gira.
In un vortice di, come li chiamerò?, malintesi, questi tre uomini si fanno del male: nel tentativo di dar senso a uno spazio che richiede l'esercizio della mente, della fantasia, della pazienza, Serge, Marc e Yvan si parlano con toni e con malanimo che non ci si aspetterebbe mai da chi si è stato vicino con tanta benevolenza intellettuale. Yasmina Reza fa uscire talvolta i suoi personaggi dalla girandola di incomprensioni per permettere loro di rivelarsi in una spazio vuoto - teatralissimo - dove la voce individuale si staglia con più violenza e solitudine per poi sparire di nuovo in un dialogo che palesemente non porta da nessuna parte.
Un meccanismo analogo, ma con un gioco a quattro, sta alla base del più recente Il dio del massacro (2007, tit. or. Le dieu du carnage). Stesso spazio sgombro, pronto a essere popolato di spettri umani: a casa di Véronique e Michel Houllié, Annette e Alain Reille sono venuti a chiarire i termini della lite che ha coinvolto i loro figli Bruno e Ferdinand. Il giovanissimo Reille, in seguito a un alterco tra preadolescenti, ha ferito il più piccolo Bruno. I termini della questione potrebbero essere risolti con relativa facilità, date le buone intenzioni delle due coppie di coniugi. Ma le incrinature interne alle coppie, normali storie di anime che convivono senza capirsi, fanno scoppiare un massacro psicologico che atrocemente non esplode mai in atti di violenza, nonostante o proprio in virtù delle minacce reciproche, oblique e, va detto, parecchio vili.
Tra una fetta di clafoutis (una torta impastata con tanta frutta) e le mille telefonate per lavoro di Alain, Yasmina Reza decostruisce le due coppie di coniugi, evidenziandone le sottili e quasi invisibili linee di tensione, portando a galla tutto ciò che di più meschino e disumano c'è nell'animo di persone incapaci di incontrarsi. Michel, incapace a qualsiasi forma di humour, prova a fare da mediatore, come Yvan in Arte, salvo scomporsi in una rabbia disarmante, in un fascio di vibranti idiosincrasie, per il povero e innocente criceto e per tutto ciò che striscia a terra, che ha un qualche rapporto con la terra. Il mondo esterno, che emerge attraverso le telefonate, accolte con tanto odio, preme su queste quattro anime, accentuandone tic e malesseri. Il ritmo quotidiano, il senso della bellezza (i libri d'arte su cui vomita Annette), il tentativo di un decoro sociale, le apparenze, tutto crolla, si sbriciola nelle mani di questa amara, ferocissima autrice. Tutto viene ridotto in poltiglia e riconsegnato al lettore-spettatore (teatrale), per quel che è: miseria e dolore, una sconfitta, una desolazione.
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