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Zero Dark Thirty (di K. Bigelow, 2013)

Creato il 28 febbraio 2013 da Frank_romantico @Combinazione_C
Zero Dark Thirty (di K. Bigelow, 2013)
Se parliamo di Zero Dark Thirty parliamo di Kathryn Bigelow e se parliamo della Bigelow parliamo della migliore regista americana in circolazione. Donna ma anche no.Se parliamo di Zero Dark Thirty entriamo in argomento Mark Boal e quindi ci ricordiamo di The Hurt Locker, sempre della Bigelow, e un sorriso sulle nostre labbra si allarga improvvisamente.Se parliamo di Zero Dark Thirty parliamo di un nome in codice, di una missione segreta, di guerra, spie e terroristi. Politica e azione, insomma.Parliamo di Zero Dark Thirty.Caccia a Bin Laden. Di questo parla il film. Caccia a un uomo (uno sceicco) che con quell'attentato terroristico alle Torri Gemelle l'11 Settembre del 2001 concentrò l'attenzione del mondo intero su di se. 10 anni di storia. Storia Americana. Al centro di questa caccia una donna, Maya, e la sua ossessione. L'ossessione più della donna, probabilmente, perché Maya appare come un essere androgino o una macchina e ci accorgiamo - ricordiamo - del suo doppio cromosoma X solo in determinati momenti sempre più rari via via che le quasi tre ore di film scorrono senza neanche accorgersene.
Un film granitico. Un opera di marmo priva di difetti estetici, priva di fratture in cui insinuarsi per poter smantellarne la struttura dall'interno. Ma non un film perfetto, almeno secondo me. Anzi, un film profondamente imperfetto che non poteva essere il contrario, non basandosi su una storia di questo tipo.Ammettiamolo, gli americani percepiscono l'argomento in maniera differente da noi europei. Per loro quella è storia nazionale, per noi un accidente che ha sconvolto la normalità prima che le sorti mondiali di una guerra invisibile combattuta con mezzi non convenzionali. Tra questi la tortura e il farsi saltare per aria. Non che voglia fare paragoni, non mi interessa, vorrei solo essere esplicito come lo è stato questo lungometraggio.La CIA cerca Bin Laden e questa ricerca ha il volto di Maya (Jessica Chastain). Una donna in una realtà maschile che via via si spoglia della propria componente femminile tranne che per quei bellissimi capelli lunghi e rossi. Femminilità che ogni tanto esplode: con un abbraccio, un "ti voglio bene" o i messaggi in chat preoccupati mandati alla "migliore amica" in missione. Non prendiamoci in giro, questi sono comportamenti assolutamente femminili e non c'è nulla di male nel rappresentarli. Ma per il resto la regista tenta di far divenire il suo personaggio uno strumento per i suoi scopi ed è qui che sta, secondo me, il difetto principale: questo sforzo di rendere tutto così "impersonale" in alcuni momenti diventa addirittura enfatico, stonando con la negazione di qualunque sentimento empatico verso ciò cui stiamo assistendo.
In tutto il resto Zero Dark Thirty è una gabbia. Una struttura costruita talmente bene che una volta che ci sei dentro non sai più come uscirne. E questa gabbia pian piano rimpicciolisce diventando uno di quegli strumenti di tortura tanti utilizzati e apprezzati nell'era Bush Jr. e poi diventati "fuorilegge" durante quella Obama. Strumenti che però riuscivano nel loro intento, per quanto disumani. La guerra fa diventare disumani. Lo fanno anche i soldi e gli ideali. Non c'è nulla di positivo in tutto questo, sembra volerci dire la Bigelow. Sono mezzi per arrivare a uno scopo, sono stati utilizzati e quindi perché non parlarne. Ovviamente questo ha fatto storcere il naso a tutti, oltreoceano: repubblicani e democratici. Un po' come ricordare loro una guerra inutile basata su armi chimiche mai esistite. Oddio, utile alle multinazionali del petrolio, ma questa è un'altra storia.
Ecco, l'azione è talmente serrata in questo film da farci sentire in trappola, come fossimo incatenati o con un guinzaglio al collo. Tutto merito del taglio dato in fase di montaggio, dei primi piani che chiudono le scene (come nel finale) e della fotografia talmente cupa da farci sentire il bisogno del sole. La Bigelow sa quello che fa, lo ha sempre saputo e il suo stile quasi documentaristico (che documentaristico non è, altrimenti perché mettere scene dall'impatto così cinematografico) permette ad un film che in mano a qualunque altro sarebbe diventato retorico, di essere quello che lei vuole: un thriller spionistico, un film di guerra freddo come il ghiaccio. E alla fine che importa se Bin Laden viene catturato, chi se ne frega, lui è solo il simbolo in cui incarnare un male talmente relativo da cambiar forma a seconda di chi lo cerca, un modo per raccontare un meccanismo ossessivo, alienante e distruttivo che ha come unico risultato l'annullamento di se. Che sia nell'esplosione di una bomba o nel rinunciare a tutto quello che ci rende "uomini". E alla fine tutti, protagonista e spettatore stesso precipitano in un buco nero che non lascia né vincitori né vinti, né buoni né cattivi ma solo la sensazione che tutto giri a vuoto alla ricerca di un senso che probabilmente non c'è e non è mai esistito.
Zero Dark Thirty (di K. Bigelow, 2013)

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