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All’ombra dei giganti – puntata n. 9

Creato il 05 agosto 2014 da Rivista Fralerighe @RivFralerighe

Nessuno imbroglia la morte

9781590203354_p0_v2_s260x420Ci sono giganti dei quali ci ricordiamo solo per un’opera. Una soltanto. Nonostante abbiamo scritto centinaia di racconti, decine di romanzi, testi dai quali sono stati tratte innumerevoli riduzioni cinematografiche e televisive. È il caso di Robert Bloch, classe 1917, un grande che ha avuto come mentore un tizio che si chiamava H.P. Lovecraft e che ha ispirato un signore che all’anagrafe rispondeva al nome di Alfred Hitchcock.
Bloch, infatti, è l’autore di Psycho.
In questo nostro piccolo spazio, come d’abitudine, cercheremo di carpire al gigante di turno qualche trucco del mestiere. Lo faremo, tuttavia, non dal romanzo dal quale è stata tratta una delle pellicole più famose nella storia del cinema, ma da un racconto non particolarmente conosciuto, pubblicato nel 1986, quando Bloch era alle porte dei settanta anni.
Il titolo è Reaper. La mietitrice.

(Attenzione: spoiler a raffica).
In sole ventotto pagine, Bloch ci racconta di uno scrittore anziano, Ross, stanco e demotivato, ossessionato dal pensiero del proprio incontro con la morte. Finché una notte (la notte del suo sessantanovesimo compleanno), la incontra. In sogno. È lei, non c’è dubbio, la Torva Mietitrice, giunta a riscuotere il suo pegno, la vita dello scrittore. Ross non accetta l’imprevista e tragica svolta del proprio destino e chiede un’alternativa. La Morte, allora, gli propone un patto.

Fino qui, direte, nulla di nuovo. Dove sta la particolarità e la grandezza del nostro gigante?
Ovviamente, come altre volte abbiamo già avuto modo di sottolineare, se non nella vicenda che appartiene a uno standard assai esplorato nella storia della letteratura, nei dettagli e in alcune trovate narrative che sanno rendere, un breve racconto come questo, un prodotto unico e originale. Prima di tutto la caratterizzazione del personaggio ‘Morte’.

A Robert Bloch piace rappresentare la Morte e il Diavolo in modo dissacratorio. In un racconto pubblicato nella raccolta “Storie di diavoli”, il Principe degli Inferi viene descritto così:

La porta dell’alberghetto si spalancò ed entrò il Demonio. Era scarno come un morto, e più bianco del sudario in cui di solito giace un cadavere. I suoi occhi erano profondi e scuri come tombe. La sua bocca era più rossa della porta dell’Inferno, e i capelli più neri dei suoi abissi. Vestito come un damerino, era uscito da una carrozza meravigliosa, ma doveva essere sicuramente lui: Satana, il Padre delle Menzogne.

Il ritratto della Morte, almeno esteticamente, non sconvolge per originalità. Bloch ce lo presenta così:

Eccolo, il re dei Terrori in persona, uno scheletro fosforescente ritto ai piedi del letto di Ross. Le dita ossute connesse al polso sinistro erano avvinghiate a un’antiquata clessidra; gli artigli scarnificati che originavano dal polso destro stringevano l’impugnatura di una falce. (…) La Morte, capì, non era un bambino: l’apparizione racchiudeva tutte le caratteristiche della leggenda, il simbolo tradizionale dello scheletro e l’immagine dei tarocchi.

Ma è un essere dal fine pensiero, a tratti filosofico. Ci parla del potere creativo dell’immaginazione, capace di dare forma e consistenza alle paure e ossessioni degli uomini. E quindi anche alla Morte. Un demone che – e qui sta l’altra particolarità – ammette il proprio limite, il fatto che dopo tanti secoli di attività, si trova in difficoltà rispetto alla propria Missione.

Oggi il mondo è cambiato. Troppi mortali per passare sotto un’unica falce (…) e troppi i progressi fatti dalla medicina.

Gli occorrono degli aiutanti. Degli emissari. Da qui la proposta del patto. Una vita in cambio di un anno di vita. Lo scrittore di serial-killer dovrà diventare assassino per guadagnarsi un prolungamento della propria vita. Come c’era da sperare, anche se a malincuore, Ross accetta il patto con la Morte. Il compromesso che gli viene concesso, perlomeno, è uccidere qualcuno che se lo merita, persone cattive o che sono già arrivate al termine della loro parabola esistenziale.
E qui arriva un altro colpo da maestro che fa virare il lettore in una direzione differente da quella che poteva apparire una destinazione piuttosto scontata.
L’impresa di Ross, infatti, si rivelerà più complicata del previsto. Il nostro protagonista riesce a uccidere, lo fa anche con destrezza, visto che conosce bene la materia, per averne scritto nei propri libri. Solo che ogni volta sbaglia bersaglio e finisce per colpire un innocente. L’errore non gli impedisce di guadagnare il promesso anno di vita, ma il senso di colpa diventa via via un peso sempre meno sopportabile. Fino al crollo.
Anche se ricoverato in una casa di riposo, il dialogo con la Morte non si concluderà tanto in fretta. Gli sarà offerta la possibilità di ben due ulteriori tentativi di proroga della propria morte. Entrambi, purtroppo, falliranno.
Ed è proprio qui, nel finale concitato e infarcito di colpi di scena, che il nostro gigante ci offre i più interessanti spunti di riflessione sulla propria arte.
La tragedia si intreccia alla commedia.
L’illusione comica, come direbbe Pierre Corneille, giunge quando Ross decide di opporsi alla Morte e la affronta fisicamente. Le strappa dalle mani la falce e scappa a nasconderla. Dopo averla fatta a pezzi la sotterra nel giardino della casa di riposo. È convinto che il potere della Morte sia racchiuso in quell’attrezzo, che senza di esso non sarà in grado di mietere altre vittime.
Ora la forza sarà con lui, niente e nessuno potrà più fermarlo.

Ma nessuno imbroglia la Morte.
Di questo Ross avrebbe dovuto tener conto, almeno prima di abbandonarsi, sereno e sicuro di sé, al sonno. Ross si era dimenticato che la Morte possedeva un altro oggetto con sé. La clessidra.clessidra

E qui, nelle ultime cinque righe, ancora di più intrecciando tragedia e commedia, Robert Bloch ci lascia a bocca aperta. Esattamente come il suo protagonista che verrà trovato la mattina dopo con

frammenti di una clessidra vuota sul pavimento, dalla parte del letto e Ross, che giaceva morto nel letto, con la bocca spalancata e la sabbia che gli riempiva la gola.

E questo, ancora una volta, è tutto. Alla prossima, miei cari.

Samuel Giorgi

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Qui potete trovare una recensione di PSYCHO, il film di Alfred Hitchcock: CLICK.



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