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BuioDoc (N°3): recensione "The Act of killing"

Creato il 24 gennaio 2014 da Giuseppe Armellini
Impressionante.
Credo che il mio essere un ingenuotto politico, un verginello, uno che non si è mai schierato, mai interessato e mai fatto rovinare il sangue con quella cosa terribile e magnifica che è la politica, credo che stavolta essere quello che sono mi abbia aiutato a vedere questo film. Perchè approcciarsi a The Act of Killing con occhio politico può distogliere da quella che è la sua essenza.
Sarò retorico ma un massacro è un massacro, un eccidio è un eccidio, la mano che spara, strozza, taglia è la mano di un uomo in ogni caso, così come un uomo è la vittima. Uomini che uccidono senza pietà altri uomini, in nome di politica o entità trascendentali è lo stesso. Non ci interessa chi a chi, o almeno non a me, quelle sono analisi storico politiche che lascio ai competenti. A me rimane il film, e mi avanza pure.
Nella seconda metà degli anni 60 l'esercito indonesiano massacra tutti i seguaci, o ritenuti tali, del Partito Comunista Indonesiano, rei (?) di voler allestire  un presunto colpo di stato.
Tutti vengono fatti fuori, comunisti, cinesi, oppositori. Forse 2 milioni i morti.
Il regista texano Oppenheimer si reca in Indonesia per saperne di più, dar voce alle vittime.
E invece a parlare, a voler parlare, sono i massacratori, i "vincitori", tutti rimasti impuniti, anzi, ancora oggi vere e proprie star in patria.
E non solo vogliono raccontare, ma vogliono rappresentare, fare un film su quello che fecero 40 anni prima.
Parte un'operazione incredibile, la messinscena di un massacro allestita, organizzata, dagli stessi massacratori, una specie di ibrido tra teatro e cinema che deve fungere da autocelebrazione e documento della Verità dei vincitori, verità particolare, perchè esaltatrice della crudeltà degli stessi.
In questo senso quell "Act", atto teatrale, rappresentazione. Una ambivalenza che nel titolo italiano resta ma rimanda troppo all'atto inteso come azione.
Gli attori principali sono due gangster dell'epoca, l'apparentemente mite Anwar Congo, una specie di Morgan Freeman dal carisma incredibile (a proposito, strano e buffo poi che "freeman, uomo libero, sia secondo loro la traduzione di gangster e la giustificazione quindi del loro esser tali).
Vicino lui il terribile, viscido, ambiguo Herman, una specie di Maradona di 130 kg che segue Congo passo passo. I suoi travestimenti da donna per ricreare i fatti di allora sono probabilmente tra i momenti più comicamente terribili del documentario, quelli dove, anche se può sembrar strano, ci arrivano i maggiori brividi lungo la schiena.
Vicino loro gravitano altri criminali dell'epoca, tra tutti un capomilitare che stuprava le 14enni perchè "se per loro era l'inferno per lui era il Paradiso in terra", il redattore di un giornale che per divertimento interrogava persone e le dava ai militari per essere uccise, fino ad esponenti importantissimi del governo attuale, veri e propri difensori di quell'eccidio. Durante il film ci si chiede come possa esistere ai giorno d'oggi un popolo come questo, che ancora invita in televisione questi assassini per farli vantare dei metodi di sterminio o ancora adesso si dichiara pronto a nuovi massacri se ce ne fosse il bisogno.
Ma la grandezza di The Act of Killing è altrove.
E' in questa operazione metacinematografica (o metateatrale?), in questa voluta rappresentazione di sè stessi.
Che poi il cinema fu molto importante anche allora, molti massacri prendevano spunto dai film di gangster americani degli anni 60, a volte si uccideva appena usciti dal cinema dopo aver visto un film di Elvis, si uccideva canticchiando, al ritmo del Re. E se il cinema americano allora era l'ispirazione adesso è l'aspirazione, si vuole fare un film per celebrarsi, che venga visto, che abbia successo. Si scelgono i vestiti, ci si tinge i capelli, si fanno le prove generali, si cerca di ricreare al massimo l'atmosfera dell'epoca, si mette ferocia e inumana (finta) brutalità nelle ricostruzioni delle esecuzioni, ci si lamenta se "no, là stavo ridendo, taglia".
Il confine tra verità e finzione, tra storia e rappresentazione scenica si fa labilissimo. E l'operazione si fa ancora più metacinematografica quando non solo si fa il film dentro il film ma quando gli stessi attori, specie Congo, rivedono le scene sul televisore per vedere se sono venute bene. Un film nel film nel film.
Geniale, terribile, spiazzante.
Congo è un one man show, una specie di Celentano che scrive, dirige e interpreta il Suo film.
La regia (quella vera, di Opphemeier) e il montaggio sono perfetti, un mix tra dietro le quinte, interviste, prove quasi teatrali e ricostruzioni di grande livello tecnico e cinematografico (delle specie di veri e propri corti dentro il film) degli interrogatori-omicidi o dei massacri di 40 anni prima.
Non solo. Congo e i suoi organizzano dei siparietti kitsch, degli inserti musicali, sì, veri e propri musical, in cui ci sono loro che cantano, ballerine che ballano in delle cornici fiabesche di natura incontaminata. Herman, l'obeso tirapiedi, si traveste e sembra una viscida drag queen. E il fatto incredibile è come tali momenti, così fuori contesto, così irreali e surreali, diano i brividi ma non sembrano affatto fuori contesto, anzi, paiano come siparietti che esaltano ancora di più la pazzia e il tipo di operazione che i carnefici stanno portando avanti. C'è di tutto, anche una specie di cinema espressionista anni 20 quando Congo ricostruisce i suoi incubi per i massacri che ha perpetrato. Quel fantasma del Comunista che lo perseguita, una specie di Pulcinella a farfalla è grottesco.
Ma sono forse due le scene madri del film, quelle che hanno dentro più cose.
La prima è quando Congo, per la prima volta, si mette a fare il ruolo della vittima, quella di un comunista torturato e strangolato in un interrogatorio. Quel filo che gli cinge la gola, anche se appena tirato, lo mette in crisi. Ferma le riprese, è stanco, è strano. Qualcosa l'ha colpito dentro, ha vissuto in piccolissima parte il dolore, la paura e la sofferenza delle migliaia di vittime che ha ucciso.
Per un momento ci sembra quasi che la sua sia stata un'immedesimazione catartica, che quella "scena" possa averlo cambiato. E un pò è così, da lì in poi qualche scrupolo di coscienza gli viene, qualche remora a girare scene troppo crudeli, qualche senso di colpa. Ma, lo sappiamo, sarà solo una crisi passeggera perchè uomini così non cambiano. Anche se il rigetto che il suo corpo fa alla fine tra risucchi, rutti e peti qualcosa vuol dire.
La seconda scena madre è quella della ricostruzione più grande e importante, quella del massacro a un intero villaggio.
Tra l'altro anche a livello cinematografico la scena è magnifica, con quelle immagini dietro il fuoco.
Stavolta i soliti 3,4 attori, Congo, l'obeso e gli altri, non bastano, si assoldano donne e bambini per interpretare le donne e i bambini dell'epoca.
Si fa la scena, si bruciano case, persone, si uccide, si urla, si inneggia al massacro, i bambini si stringono nelle madri, urlano, piangono
Recitano qualcosa di inumano.
Tutti i corpi sono a terra, tutti morti.
Fine riprese.
Ma c'è qualcosa di strano, i bambini continuano a piangere per davvero stavolta, una donna è in stato di shock.
Ma come, si è solo rappresentato, ma come, quelli lì sono gli eroi di un paese intero.
Ma quella donna non si riprende, quella bambina continua a piangere.
Se questo film può avere un senso, e non voglio dire quale, non voglio andare ancora più lungo, non voglio esser retorico, ma se questo film ha un senso, questo senso è da ritrovare nel tremolio di quella donna e nella lacrima di quella bambina.
( voto 9 )

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