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Capitolo 5

Da Milu
La mia espressione era vuota. Non riuscivo a capire cosa volesse dire. <<Adesso non posso spiegarti, ma presto ricorderai ogni cosa.>> continuò. Che significava “ricorderai”? Io per tutti questi mesi non l’avevo dimenticato. Anzi, pensavo a lui notte e giorno, senza conoscerne il motivo.<<Come ti chiami?>> gli chiesi, finalmente guardandolo in faccia. <<Alex. Il tuo Alex>> rispose, con un sorriso che mi fece mancare il respiro.Passammo tutta la mattinata su quella panchina a farci timidi sorrisini. Lui mi fissava in continuazione col suo sguardo, così profondo e intenso da farmi stare male. Il mio cervello era in piena crisi e colmo di domande, ma non chiesi niente ad Alex in quel momento. Preferivo godermi ogni istante della sua compagnia, assaporando lentamente tutte le emozioni pazzesche dettate dal mio cuore.   Il tempo passò troppo in fretta, fra silenzi imbarazzanti e sguardi mozzafiato. <<Adesso devo tornare a casa. Si è fatto tardi e sta per arrivare il mio autobus.>> mi decisi a dire infine. Si alzò dalla panchina e mi porse la mano per aiutarmi ad alzarmi (forse sapeva che le mie gambe non avrebbero retto l’emozione). Ci incamminammo verso la fermata e l’autobus, tempismo perfetto, si fermò davanti a noi. Alex mi prese le mani e mi raggelò col suo sguardo. <<Ok. Ci vediamo presto Cri, prima di quanto immagini.>> mi fece l’occhiolino e mi baciò la fronte.Il tragitto sull’autobus fu lunghissimo quel giorno. Avevo il cervello in tilt. Non riuscivo a mettere insieme tutti i pezzi di questa storia assurda. Le domande affollavano la mia testa, e non avevo la minima idea di quello che stesse succedendo. Ogni particolare di questa storia era totalmente inverosimile. Perché quel ragazzo misterioso e bellissimo mi aveva seguita fino a Roma? In che senso mi aspettava da sempre? Che cos’è che non riuscivo a ricordare?Guardavo fuori dal finestrino con la testa in confusione. Immaginai le mie sinapsi che facevano guerra come in una partita di Risiko. Ad un tratto mi resi conto di avere un mal di testa fortissimo. Chiusi gli occhi sperando di attenuare il dolore, ma vidi il suo viso angelico davanti a me e il dolore aumentò al punto che quasi mi misi ad urlare. Quando riaprii gli occhi mi accorsi che l’autobus era arrivato alla stazione e stava per fermarsi. Oh no, la mia fermata era passata. Approfittai dell’occasione. Scesi e chiamai mia madre per dirle che non sarei tornata a pranzo e che avrei mangiato qualcosa in giro. Salii sulla metro e scesi a Piazza di Spagna. Era pieno di gente. I soliti turisti facevano foto e prendevano l’ultimo sole estivo sui gradini. Entrai al MC DONALD e ordinai un menù. Mangiai cercando di non pensare, ma mi resi conto che c’era qualcosa di strano nella mia testa. Era come se nei miei ricordi ci fosse un buco nero. Ma nello stesso tempo ricordavo perfettamente tutti i miei diciassette anni. Non mi ero mai resa conto di questo buco nero. Sembrava come se molti anni della mia vita fossero stati cancellati dalla mia memoria. Ma come cercavo di capire, il mal di testa aumentava.Presi un analgesico e il mal di testa si calmò. Mi avviai per le stradine del centro, e passeggiando mi venne in mente Martina. L’avevo lasciata lì, in classe senza una spiegazione. L’indomani sarebbe stata sicuramente arrabbiata. Dovevo pensare a come spiegarle questa storia. Non potevo dirle tutta la verità, anche perché non ci capivo niente nemmeno io. Decisi di dire a Martina che avevo incontrato un vecchio amico, che non vedevo da tempo, e che ero andata con lui in giro. In fondo questa era la verità. O almeno lo era in parte. Mia madre non era in casa al mio ritorno. Meglio così. Mi avrebbe chiesto com’era andata la scuola e non avrei saputo come risponderle. Al suo rientro sarei stata sui libri a recuperare il programma del giorno. Questo l’avrebbe dissuasa dal farmi domande sulla scuola. <<Mamma, vedo che sei stata dal parrucchiere. Io ho già un sacco di compiti da fare. No, dico, è il secondo giorno e già ci hanno caricato.>>le dissi al suo rientro facendo una risatina isterica. Mi diede un bacio. << La vita è dura tesoro! Come mai non sei tornata dopo la scuola?>>. << Ho voluto farmi un giro in centro. Questo sole mi attirava troppo.>> risposi. << Hai ragione. Con questa bella giornata hai fatto bene. Allora come ti trovi in questa scuola? I bulletti ti danno ancora fastidio? >> << No, oggi non mi hanno detto niente, anche perché ieri ho messo subito le cose in chiaro.>> << Hai ripreso proprio da me, tu!>> disse mia madre ridendo, mentre andava in cucina. Il pericolo era scampato. Ero riuscita a depistare mia madre senza destare sospetti. Non appena si allontanò, mi persi sulle righe del libro di latino. Ormai riuscivo a vedere solo i suoi occhi e il suo sorriso. Quello che non riuscivo a capire era il perché il suo viso fosse così familiare. Mi rifiutavo di credere che fosse un mio lontano cugino. E allora perché avevo la sensazione di conoscerlo da sempre? E perché mi fidavo ciecamente di uno che si appostava sotto casa mia e che mi ha seguita fino a Roma?Mentre ero persa sui libri, il portone si chiuse violentemente. Saltai in aria e per poco non mi venne un infarto. Era mio padre. Erano già passate due ora da quando ero tornata e il tempo era volato. Ero stata due ore con gli occhi sui libri ma con la testa da un’altra parte. Non avevo letto una parola. Mi chiesi se avrei passato l’anno in quel modo. Andai a salutare mio padre. Mi diede il solito bacio sulla fronte e mi torturò una guancia con le dita per un po’. Ero pazza di mio padre. Non avevamo mai parlato molto, ma la nostra intesa era perfetta. Ci capivamo al volo.A cena mangiai pochissimo. Solo un piatto di insalata e una mela. Lo stomaco era troppo occupato a scacciare le farfalle per pensare al cibo. Ero totalmente innamorata di Alex, forse fin dal primo giorno che l’avevo visto fuori la finestra.

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