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LA LEBBRA di Iannozzi Giuseppe – Cap. XXVI

Creato il 08 febbraio 2012 da Iannozzigiuseppe @iannozzi

La lebbra – di Iannozzi Giuseppe

Cap. XXVI

LA LEBBRA di Iannozzi Giuseppe – Cap. XXVI

Come tutti gl’innamorati Lino s’illudeva di scorgere in ogni figura femminile quella dell’amata. E immaginava che prima di lui, ben altri personaggi della storia dovevano aver sofferto le sue stesse pene; e ciò non gl’era d’alcuna consolazione.

Come Dalla Chiesa gl’aveva consigliato, Lino assumeva la sua dose quotidiana di ansiolitici per tener a freno le crisi di panico, anche se presto sarebbe stato costretto a rivolgersi a una struttura del SSN per ricetta e medicine. Tuttavia non era questa la sua preoccupazione principale. Il suo chiodo fisso era di ritrovare Aidha.
Passeggiando lungo le strade di Torino, nella sua casbah, non di rado aveva netta l’impressione che dietro a ogni velo si nascondesse la sua amata. Una volta scorse due tizi, che gli parvero essere Umberto e Palo; ma non gli sembrò conveniente farsi da loro riconoscere, riattaccare bottone, spiegare il perché e il percome.
Se c’era una cosa che non desiderava affatto era di dare delle spiegazioni, tanto più che Umberto e Palo non gli erano mai stati granché simpatici. Lino subito si nascose, come meglio gli riuscì, in mezzo al pattume del mercato, dietro a una pila di cassette della frutta accatastate l’una sull’altra; e lì rimase, con gli occhi sgranati fra le commessure, a spiare i due che gettavano occhiate a destra e a manca. Di sicuro l’avevano scorto e adesso lo stavano cercando.
Mentre se ne stava nascosto, come un topo, in mezzo alle cassette in legno del mercato, Lino incontrò lo sguardo di Aidha, o perlomeno così gli parve. Un uomo innamorato non è mai sicuro di niente, soprattutto di quello che la vista par offrirgli su un piatto d’argento.

Il rombo d’un aereo in cielo offrì a Lino l’opportunità di sgattaiolare fuori. Con un balzo felino, che sarebbe potuto esser perfetto se solo non avesse rovesciato a terra tutte le cassette producendo un baccano infernale, con il cuore a martello in petto, prese a correre a testa bassa come un toro in mezzo alla gente. Reagì d’istinto, senza troppo preoccuparsi delle conseguenze. Umberto e Palo subito lo catturarono con gl’occhi, ma non erano messi bene per stargli dietro: da troppo tempo s’erano abituati a prendersela calma. Videro un’ombra in cui gli parve riconoscere il loro compagno Lino. Incerti, e più che mai stanchi alla sola idea di sgranchirsi le gambe, non ci provarono neanche a tallonarlo. Seguirono finché poterono con gli occhi l’ombra che gli era schizzata davanti, e nulla più.

Lino correva investito da una furia cieca. Correva, senza una meta. Però dentro di sé sapeva ch’era la cosa giusta da farsi. Forse era in preda a una crisi di panico, ma questa volta era diverso, molto diverso dalle altre volte: più il cuore gli martellava in petto e più si convinceva che la donna che aveva intravisto non poteva che essere la sua amata Aidha, e adesso temeva di perderla. Non poteva permetterlo. Non poteva. Se l’avesse persa, Lino ne era sicuro, con lei sarebbe scomparso lo scopo della sua vita, l’unico che avesse mai contato sul serio.

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