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LA LEBBRA di Iannozzi Giuseppe – Cap. XXXIII

Creato il 01 aprile 2012 da Iannozzigiuseppe @iannozzi

LA LEBBRA di Iannozzi Giuseppe

Cap. XXXIII

LA LEBBRA di Iannozzi Giuseppe – Cap. XXXIII
Si era avvicinato a lei come un qualsiasi altro cliente, a bordo di una non poco vistosa Aston Martin V12 Vanquish.
L’uomo che si era sporto dal finestrino era forse sulla sessantina, non bello, ma con un pacco di grana: le era bastata un’occhiata alla macchina e all’impeccabile giacca, camicia e cravatta firmate, per capire. Si era detta che forse quel matusalemme aveva bisogno di una come lei per chiacchierare, per illudersi d’essere un uomo ancora nel pieno del suo vigore: erano rari clienti così, ma le erano già capitati. Non era come immaginava. L’uomo le aveva ordinato di salire in macchina, lei però così non ci stava: era una prostituta, e la prima cosa che aveva imparato facendo la vita era di stare ben attenta agli uomini, soprattutto a quelli che non chiedono il prezzo e subito ordinano.
“Non funziona così, bello”.
“I soldi sono la sola cosa che ti interessano. Sali a bordo”, aveva replicato l’uomo calmo. Poi aveva aggiunto: “Non m’interessa fare delle cose con te. Ho altri progetti, soldi facili”.
Non si fidava. Perché mai avrebbe dovuto?
“Sono tanti…”.
“Questo è solo un anticipo. Sali in macchina e ne guadagnerai dieci volte tanto”.
La cosa le puzzava. Nessuno le aveva mai offerto così tanti soldi sull’unghia per prendere parte a un ‘progetto’.
“Se si tratta di un’orgia, scordatelo, bello. Certe cose non le faccio”.
“Niente sesso. Mi servi per una rappresentazione teatrale. Dovrai recitare una parte in uno spettacolo. Non posso dire altro, non qui”.
“Non sono convinta… Io sono una puttana e basta”.
“Ho bisogno di una vera puttana per il mio spettacolo”. Poi, irrigidendosi, con tono perentorio: “O salti su o me ne cerco un’altra”.
Alla fine aveva accettato di correre il rischio ed era salita a bordo. I soldi che quel tizio le prometteva erano più di quanti ne avessi mai visti in vita sua. Non immaginava in che razza di impiccio si stesse andando a cacciare, poteva solo rischiare e sperare in bene.

Si era presentato come Dalla Chiesa, ma lei, Dulcinea – questo il nome d’arte che aveva adottato per battere in strada – non era affatto convinta che quello fosse il suo vero nome. Era un personaggio inquietante nonostante non fosse più nel fiore degli anni.
Non si era perso in convenevoli: “Accetti l’incarico?”
Dalla Chiesa le aveva spiegato quello che lei doveva sapere per recitare la sua parte. Non un particolare di più. E lei aveva subito capito che non era per lei conveniente sapere altro. Aveva accettato. I soldi che le venivano offerti erano più di quelli che avrebbe potuto tirar su facendo la vita fino ai quaranta. Non capiva perché le si chiedeva di abbindolare un uomo, un ‘povero stronzo’ come lo aveva definito Dalla Chiesa, non era però importante: le era stato assicurato che era tutta una burla, fra vecchi amici. Ovviamente Dulcinea non aveva creduto alla bugia che Dalla Chiesa aveva sputato dalla bocca mostrandole tutti e trentadue i denti.

Adesso si stavano ammazzando, davanti ai suoi occhi.
Non era per questo che era stata presa dalla strada ed elevata al rango di attricetta.
Lei, Dulcinea, non aveva alcuna intenzione d’essere la testimone d’un fattaccio di sangue fra uomini che manco conosceva. Aveva recitato così come le era stato chiesto, punto e basta. Doveva tagliare la corda, per il suo bene. Il suo compito era finito. Che si ammazzassero pure, non davanti ai suoi occhi però.

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