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Le tende alle finestre, il bidet e il carattere latino

Creato il 11 aprile 2014 da Lundici @lundici_it
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Visitando le città Nord Europa, non si può non notare una particolarità che le differenzia, in genere, da quelle italiane o latine in generale: mancano le tende alle finestre. Passeggiando sui marciapiedi, è normale poter entrare con lo sguardo dentro le case senza che esistano tende che celano l’interno. Senza dubbio, ciò è dovuto anche alla necessità di catturare la luce che non abbonda a quelle latitudini. Più a sud, invece, dove vivono i popoli latini, le tende servono a schermano il sole, ma non solo: le tende sono lì più che altro per nascondere ciò che c’è dentro, consentendo, allo stesso tempo, a chi sta dentro di sbirciare fuori, senza essere visti.

Illustrazione di Seth Armstrong

Illustrazione di Seth Armstrong

Crediamo che questa consuetudine sottintenda e sia emblema e metafora di differenze di cultura, costume e religione (ogni cosa intrecciata con l’altra, a prescindere da quali siano gli esatti rapporti di causa ed effetto) tra, generalizzando, popoli latini ed anglosassoni.

Basti pensare che una delle peculiarità della religione protestante (di gran lunga la più praticata nei paesi nord-europei) è il rapporto diretto e quindi trasparente con Dio, molto meno mediato dalla figura del prete rispetto a quella cristiana-cattolica. Uno dei sacramenti centrali del cattolicesimo è invece la confessione (quasi inesistente tra i protestanti) durante la quale il fedele confessa i propri peccati a Dio parlando però con un’altra persona (un prete). La confessione è per definizione un momento caratterizzato dal segreto e dal nascondersi (la struttura stessa dei confessionali serve proprio a questi scopi). Il fedele può omettere qualche peccato al prete (in fondo sta parlando con lui, mica con Dio), il quale però viene comunque a conoscenza di informazioni intime, il tutto, spesso, parlando ed ascoltando senza guardarsi in faccia, bensì attraverso una grata, nascosti da una tenda…

La confessione è legata al segreto, al piccolo inganno, al nascondere e nascondersi. E dove si nasconde qualcosa e dove c’è un segreto, c’è spesso un ricatto, una posizione di potere generata dalla mancanza di trasparenza e verità. Tutto ciò forse ci ricorda qualcosa riguardo alle vicende del nostro Paese?

C'ho il SUV, sono grosso e parcheggio dove mi pare.

C’ho il SUV, sono grosso e parcheggio dove mi pare.

Il nascondere l’interno delle nostre case con le tende, ossia impedire agli altri di conoscere in maniera limpida chi siamo e cosa facciamo consegna ovviamente grande importanza alla superficie, all’apparenza. Forse questo ha a che fare con la nostra smodata attenzione ai titoli, al commendatore, cavaliere, dottore, al “lei non sa chi sono io!”? O alla preoccupazione di mostrarci forti e grossi, magari alla guida di macchinoni e dentro vestiti elegantissimi?

Perché suoniamo il clacson quando siamo in un ingorgo? Perché abbia tanta resistenza ad utilizzare la corsia più a destra in autostrada (supposto simbolo di debolezza)? Ci accompagna sempre quest’ansia di mostrarsi forti e aggressivi in qualsiasi situazione, che è fonte di continuo conflitto con il prossimo. C’entrano ancora le tende? Beh, forse sì….Perché dietro alle tende possiamo essere chiunque e nessuno lo può sapere e quindi possiamo costruirci un’immagine da mostrare all’esterno che sia bella e perfetta e che non necessariamente corrisponda alla verità. In fondo, nessuno è davvero perfetto, ma se c’è “una tenda” che impedisce al mondo di vedere le nostre imperfezioni, allora possiamo fingere d’essere perfetto. In altre parole, possiamo metterci una maschera.

E quale paura tormenta chi porta una maschera? Essere smascherata/o, ossia doversi mostrare per ciò che è, di essere fregato. Per questo siamo sempre così malfidati ed aggressivi: perché pensiamo sempre che qualcuno ci stia imbrogliando, voglia toglierci la maschera e “scostare le tende” per “mettercela in quel posto”. Un mio caro amico è arrivato a teorizzare che l’italiana predilezione per il bidet (autentico simbolo di orgoglio patrio), sottintenda, in realtà, proprio il summenzionato timore. E allora, se deve succedere…beh, almeno saremo puliti…

Corsia di Destra Autostrada - Autopareri
Ovviamente, sempre preoccupati che qualcuno ci stia ingannando e quindi non rispettando le regole, siamo spesso noi a non rispettarle per primi, perché “se lo fanno tutti”….”chi sono io? Il più idiota?”…Del resto, le stesse regole sono di frequente tutt’altro che chiare (ancora la trasparenza…), e dove non c’è chiarezza, c’è un rapporto difficile e di diffidenza tra chi le regole le deve far rispettare e chi le deve rispettare, ossia, ad esempio, tra istituzioni/autorità e cittadini o comunque tra interlocutori, altro tipico tratto latino.

Il bidet, autentico emblema e orgoglio nazionale, andrebbe messo al centro del tricolore

Il bidet, autentico emblema e orgoglio nazionale, andrebbe messo al centro del tricolore

Andiamo avanti. L’utilizzo delle tende, abbiamo visto, genera confusione e scarsa trasparenza tra chi siamo e l’immagine che mostriamo e dunque timore di essere attaccati. E questo conduce alla maniera con cui reagiamo ogni volta che qualcuno muove una critica al nostro lavoro, spesso scambiata ed interpretata come un attacco personale contro di noi. Se cioè capita che venga criticato qualcosa che abbiamo fatto, al lavoro, in famiglia, tra amici, anche una banale presentazione powerpoint ad una riunione di lavoro, spesso ci sentiamo colpiti personalmente: “Come? Come osi attaccarmi dopo tutto quello che ho fatto per te?”, “Ma perché ce l’hai con me? Cosa ti ho fatto di male?”.

I risultati di questo atteggiamento sono molteplici: innanzitutto possibili suggerimenti costruttivi non vengono recepiti, negandosi la possibilità di migliorarsi e migliorare la comunità di cui si fa parte (famiglia, lavoro, nazione, ecc.). Inoltre si genera un clima di astio personale per cui le critiche poi davvero si spostano sul piano personale, perdendo di vista il contenuto. Quante volte abbiamo assistito a dinamiche di questo tipo anche a livello politico?…Infine si può arrivare all’assenza di critiche, perché se io critico te e tu la prendi sul personale, poi tu criticherai me: in altre parole si rinuncia ad uno dei meccanismi di progresso intellettuale basato sul confronto dialettico (la scienza insegna) di cui, come esemplari di homo sapiens, più dobbiamo essere orgogliosi. Oppure le critiche vengono fatte arrivare all’interessato per interposta persona, alimentando perciò equivoci, ambiguità e possibilità di ricatti più o meno velati.

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Se c’è diffidenza, se manca trasparenza, se c’è sempre il timore che qualcuno scosti le tende e “guardi dentro”, è naturale che i nostri interlocutori si trasformino in nemici e le discussioni, ad esempio tra esponenti politici o semplici cittadini che discutono di politica, assomiglino spesso a dispute tra tifosi di calcio nelle quali non si affronta il merito delle questioni, ma ci si attacca a livello personale, in maniera chiusa e pregiudiziale sempre pensando che “l’altro” voglia solo “mettercelo in quel posto” (ma noi comunque ci siamo fatti il bidet…).

Ma c’è una categoria di persone con cui invece il confronto dialettico è fruttifero e scevro di cattive intenzioni anche tra i latini, una categoria di persone con cui non abbiamo paura di mostrarci per quello che siamo, persone che sappiamo non ci attaccheranno e che anzi lodiamo e celebriamo anche se sono stati nostri avversari (forse per farci perdonare dell’acredine con cui noi li abbiamo attaccati); questa categoria di persone sono i morti. In Italia e nei paesi latini nessuno ha più autorevolezza e autorità dei morti, nessuno è più amato e glorificato dei morti. I morti non parlano, non rispondono, non puntualizzano, chiunque si può appropriare della loro opinione in una società in cui le opinioni sono sempre considerate pregiudiziali attacchi personali. E comunque, ancora una volta, si confonde lo status di una persona (amico, collega e in questo caso morto) con le sue opinioni e le sue azioni. E dunque, siccome criticare i morti “sta male” e non si fa, le loro opinioni ed azioni non sono messe in discussione.

Tra parentesi, viene in mente a questo proposito la canzone di Gaber (morto glorificato) del 1980 su un altro morto glorificato (Aldo Moro), “Io se fossi Dio”, in cui il cantautore milanese rivendica “il coraggio di continuare a dire che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana è il responsabile maggiore di trent’anni di cancrena italiana”.

Illustrazione di Giuditta R (http://www.saatchiart.com/profile/94857)

Illustrazione di Giuditta R (http://www.saatchiart.com/profile/94857)

In Italia e nei paesi latini, nessuno è più depositario della verità dei morti: quante volte, durante processi per qualche strage o omicidio, abbiamo assistito a riesumazioni di cadaveri, anche a decine di anni di distanza? Come se la giustizia dei vivi fosse incapace di alzare il velo (la tenda…) per arrivare alla verità e delegasse questo compito ai morti. Crediamo non sia un caso che la distruzione dei cadaveri con la cremazione sia storicamente molto più diffusa nel mondo protestante e anglosassone rispetto a quello cattolico e latino.


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