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Piazza XVIII dicembre e la strage di Torino

Creato il 16 aprile 2015 da Retrò Online Magazine @retr_online

La strage di Torino: il 18 dicembre del 1922 le squadre d’azione fasciste uccidono undici esponenti antifascisti come rappresaglia per la morte di due “camicie nere”

In ogni città ci sono vie o piazze dedicate a particolari date significative della storia della città stessa o della storia d’Italia e Torino non fa eccezione: tra le molte zone dedicate a specifiche ricorrenze ve ne è una in particolare, nel cuore della città, molto nota, ma di cui ai più rimane ignoto l’evento celebrato. Si tratta di Piazza XVIII dicembre, di fronte alla stazione ferroviaria di Porta Susa, che deve il suo nome ad un fatto violento e tragico avvenuto nei primissimi mesi del regime fascista. Tra il 18 e il 20 dicembre del 1922, infatti, le squadre d’azione uccisero undici esponenti delle principali organizzazioni e dei più forti partiti antifascisti e ne ferirono diversi altri, come rappresaglia per la morte di due militanti delle cosiddette “camicie nere”, in quella che sarà ricordata come la strage di Torino.

Il contesto in cui matura la “strage di Torino”

Pietro Ferrero

Pietro Ferrero, assassinato durante la strage di Torino

Il 28 ottobre la marcia su Roma aveva fatto sì che il re assegnasse a Mussolini l’incarico di formare il governo, cosa che avvenne il 31 dello stesso mese: il fascismo aveva dunque appena preso il potere e il “pericolo bolscevico” era ormai ritenuto poco verosimile a causa della debolezza dei movimenti operai, dovuta al fallimento dei moti del biennio rosso (1919-1920). I rapporti di forza si erano dunque ribaltati e, nonostante il regime fosse ancora nella sua fase liberale (la svolta autoritaria prenderà l’avvio nel gennaio del 1925, dopo il delitto Matteotti) la violenza dello squadrismo rimaneva inalterata. L’attività delle squadre d’azione ancora non era stata legalizzata, come avverrà nel gennaio del 1923 con la creazione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, ed era ancora gestita e guidata da quelli che si potrebbero definire “capi provinciali” del fascismo, i ras, le figure più intransigenti del fascismo delle origini. Gli episodi di violenza si ripetevano frequentemente ed erano sempre più brutali e crudeli al punto che cominciavano a suscitare condanna anche da parte della borghesia produttiva e dei ceti medi, ovvero i massimi sostenitori del fascismo in quel particolare momento, che dopo la sconfitta dello schieramento proletario socialista, comunista e anarchico volevano il ritorno alla normalità.

L’aggressione

In questo contesto il 17 dicembre, il giorno prima della strage, il tramviere ventiduenne Francesco Prato, aggredito da alcuni militanti fascisti, reagisce uccidendone due, Giuseppe Dresda e Lucio Bazzani, rispettivamente di ventisette e ventidue anni. Riconosciuto, Prato riesce a fuggire ed è aiutato a nascondersi e ad espatriare per evitare l’arresto e la sicura rappresaglia. Immediatamente, infatti, oltre alle indagini di polizia si mettono subito in movimento la squadre d’azione sotto il comando di Piero Brandimarte. Alcune sue parole rendono l’idea di ciò che accadde: “Noi possediamo l’elenco di oltre 3000 nomi di sovversivi. Tra questi ne abbiamo scelti 24 e i loro nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia. E giustizia è stata fatta.” Riguardo ai tredici cadaveri non ritrovati disse anche: “Saranno restituiti dal Po, seppure li restituirà, oppure si troveranno nei fossi, nei burroni o nelle macchie delle colline circostanti Torino”. Fin dal 1919, Brandimarte era stato capo della prima squadra d’azione piemontese, La disperata, e continuò durante il regime la carriera all’interno della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, finché nel 1945, a liberazione avvenuta, fu rinviato a giudizio per dieci degli omicidi commessi nel dicembre del 1922: condannato nel 1950 a ventisei anni di reclusione, fu poi assolto due anni dopo per insufficienza di prove.

Risultato della caccia all’uomo saranno undici morti, di diverse età e professioni. Ferrovieri, tramvieri, operai e artigiani uccisi chi sul posto di lavoro, chi per strada o all’osteria, chi in casa propria. In particolare tra i morti risalta la figura di Pietro Ferrero, trent’anni, sindacalista anarchico e segretario della F.I.O.M. torinese: picchiato, attaccato ad un camion, trascinato lungo corso Vittorio e poi abbandonato morto e irriconoscibile sotto il monumento a Vittorio Emanuele. Furono inoltre attaccate diverse sedi politiche degli schieramenti oppositori del regime.

Piazza XVII dicembre

Ancora oggi è visibile in un angolo della piazza, dove ogni anno si svolge una commemorazione, una lapide dedicata ai morti, undici tra le molte vittime torinesi del fascismo. Questa particolare strage è oggi tra le meno conosciute e ricordate ma, insieme a molte altre, è un importante episodio dello sviluppo e dell’assestamento del regime, che ebbe come caratteristica costante fino all’ultimo l’esaltazione della violenza come parte integrante della politica interna e soprattutto rientra a pieno titolo tra gli avvenimenti storici fondamentali della nostra città.

Piazza XVIII Dicembre

Piazza XVIII Dicembre oggi

Tags:camicie nere,fascismo,Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale,piazza XVIII dicembre,Piero Brandimarte,strage di Torino,torino

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