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Recensione: "Sacro Gra"

Creato il 15 novembre 2014 da Giuseppe Armellini
Recensione:
(ho dovuto cambiare visualizzazione dei post. Questo di dover cliccare per finire di leggere è un metodo che ho sempre odiato ma a cui, da oggi, sono stato costretto visto che ultimamente in home page restavano 1,2 post soltanto. 
Speriamo non crei problemi a nessuno, anzi, magari è un miglioramento)

Francamente, un mezzo disastro.
E se ve lo dice uno che solitamente esalta o tende a salvare ogni cosa che vede, uno che crede ancora fortemente nel cinema italiano, uno che sempre di più sta iniziando ad amare i documentari, ecco, se lo dice uno come me dovete almeno esser sicuri che tutto vorrei tranne che demolire o parlar male di questo film.
Il problema è che non funziona praticamente nulla.
Ecco, l'idea sì, l'idea è formidabile, quella di sfruttare questa grandissima arteria circolare che è il Grande Raccordo Anulare, usarlo come sghembo e non rettilineo trait d'union per raccontare storie che gli abitano vicino, era davvero una gran cosa, un progetto on the road e near the road che prometteva meraviglie.
E invece...
E invece con tutto il rispetto possibile e il timore di trovarmi completamente in errore non posso salvare quasi nulla.
Sacro Gra si chiama, nome magnifico, titolo straordinario, ma del Sacro Gra, del Raccordo non c'è quasi nulla. Qualche ripresa di... raccordo, qualche panoramica, due-tre camera car di un'ambulanza che lo percorre, ma nessuno che ne parli, nessuno che lo renda "vivo", nessuno che lo erga a protagonista della vicenda, lo antropomorfizzi.
Tutte le storie che il doc racconta sono storie che con il Gra nulla o poco c'entrano, storie che posso trovare uguali e identiche anche ai lati del percorso di 4 km del minimetrò di Perugia.
Ma non c'è nemmeno Roma qua dentro, va bene non ci sia il Raccordo, ma non c'è nemmeno Roma, Roma che basta una telecamerina e una strada e diventa documentario quasi da sè, dovunque la prendi. Non c'è Roma e non c'è il rapporto tra questa città e questa strada che l'ha cambiata, che l'ha resa accessibile da più punti, vulnerabile, ma che allo stesso tempo fa smadonnare tutti perchè le ore che si perdono credendo di guadagnarne non si contano.
Ma ancora, purtroppo, non c'è coesione, non ho trovato una poetica, un messaggio, un insieme che unisse tutto, solo una rapsodia che non diventa mai corpo unico, tanti ritmi e tanti strumenti slegati che non trovano mai legame nella slegatura.
Il principe dismesso, le famiglie viste dalla finestra, il barelliere, il botanico, il pescatore che si vede un paio, quasi inutili, di volte, i cassa-mortari che appaiono all'improvviso e scompaiono un improvviso dopo, qualche prostituta che di solito regala lampi di zozza e miserabile vita ma qua nulla, vuote e spente anche loro, qualche altro personaggio episodico.
Tutto scollegato.
E non è che sia un male, anzi, ma a collegare il tutto credo, doveva essere il Raccordo, doveva essere Roma, doveva essere almeno un luogo o un idioma.
Non c'è vita, non c'è vitalità, nemmeno la vitalità che ti può portare la malinconia e il degrado, quella vitalità dell'intelletto, chiamiamola attenzione, interesse, chiamiamola come volete ma non c'è.
Si procede stanchi, si parte in medias res e lì si rimane, non c'è percorso, non c'è punto d'arrivo.
E allora uno potrebbe dire che così è la vita, una cosa che la vedi ed è interessante anche quando non succede nulla, così è la vita e così deve essere la vita ripresa da un documentario, ossia un occhio che te la racconta ma non te la stravolge, non te la modifica, un naturalismo cinematografico esasperato ed estremo.
E questa cosa poteva salvare tutto perchè anche in questo nulla, in questo niente Raccordo, in questo niente Roma, in questo niente legame, in questo niente vitalità, in questo niente interesse, mi sarebbe bastato vedere la vita, vedere più vite e mi sarei dimenticato, forse, di tutto il resto, perchè la vita è sempre interessante anche quando la riprendi con un progetto sbagliato.
E invece, ahimè, anche qua ho trovato tutto parzialmente finto, veri sì i personaggi, vere anche le cose che dicono e fanno, ma non vero il momento in cui le ripropongono. E' come se recitassero sè stessi, come se fossero quello che realmente fossero sì, ma lo recitassero.
Questa è la sensazione che lascia ad esempio quella telecamera fuori da quelle finestre che si sa messa lì apposta, si sa che è gioco forza artificio, si sa che chi è dentro è consapevole della sua presenza.
Io purtroppo ho vissuto così Sacro Gra, non me lo sarei mai aspettato.
Ma forse proprio le ultime due sequenze, le ultimissime due, sono le più belle.
Le larve che "cantano" ed emettono rumori, una cosa così affascinante e "vera" che aspettavo dall'inizio e finalmente arrivava e l'ultima immagine, tutti gli schermi che controllano i vari settori del Grande Raccordo Anulare.
Ecco, ho visto che cosa è il Gra più in quegli schermi che in tutti i 90 minuti precedenti.
L'ho visto vivere e diventare protagonista più in quelle televisioni a inquadratura fissa che nei personaggi che gli abitano vicino.
E non sapete quanto me ne dispiaccia.

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