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Rival Sons, Led Zeppelin, The Cult e compagnia bella…

Creato il 04 ottobre 2011 da Postscriptum

& Time - Live (link)

In effetti (ed è bellissimo iniziare un post con “in effetti”) volevo scrivere questo articolo senza neanche nominare gli Zeppelin, ma era cosa ardua, ben oltre le mie capacità. Forse è meglio iniziare dall’inizio (citazione colta).

Dovete sapere, cari lettori, che sul finire di giugno è venuto alla luce il secondo album in studio (ma è come se fosse il primo) dei Rival Sons. Non starò qui ad annoiarvi con note biografiche e simili, anche perché per il momento se ne sa veramente poco e a mio parere non vi è urgenza nel conoscere anche tali dati. Basta sapere che i Rival Sons fanno rock. Per qualcuno, un tipo di rock vagamente blues oriented. E per certi versi è così. Ma non del tutto, o almeno non precisamente.

Il motivo reale, di quello che sto scrivendo, risiede nella lettura di certi articoli ben più che encomiastici nei confronti dei Rival Sons, apparsi di recente su riviste di settore specializzate. E non voglio immaginare cosa diranno le riviste allegate ai quotidiani - cioè non specializzate - per esempio quando dovranno svolgere la recensione di questo successo annunciato che è Pressure & Time, ossia l’album in studio dei Rival Sons. Intendiamoci, il gruppo non è male, ma non è neanche di quelli da “farti saltare sulla sedia”, tanto meno li si può paragonare ai Led Zeppelin. Dico, ma chi scrive ‘sta roba ha presente che il primo album dei Ledz si apre con Good Times Bad Times (seguire il link per credere)?   Un pezzo che da solo vale un album, direi.

E poi, come se non bastasse, si continua con cose come Dazed and Confused o Your Time Is Gonna Come o Communication Breakdown o How Many More Times. Insomma, sono dei pezzi che quando li ascoltai per la prima volta, ai tempi del liceo, veramente mi fecero saltare sulla sedia. E non c’è scusa che tiene: “eh, ma quelli sono classici!”; “oh, ma è perché i pezzi degli zeppelin li hai ascoltati troppe volte e adesso ti sei assuefatto…” …No, no e no, non reggono come scuse! Perché la prima volta che ascoltai quei brani non potevo ancora essere assuefatto. E poi, sempre riferendomi a “quei brani”, se sono diventati classici, un motivo ci sarà.

I pezzi dei Rival Sons hanno solo le sonorità seventies ma poi mancano di riff illuminanti e di temi piacevoli all’orecchio come allo stomaco, da ricordare (o meglio, atti a farsi ricordare) anche a stereo spento. In poche parole è come se qui di seguito cominciassi ad enumerare una serie di guerrieri Troiani e Achei. Si potrebbe dire che sono stato influenzato da Omero, senz’altro, ma non che ho composto un Poema Epico. Avrei solo elencato degli eroi omerici. I Rival Sons, allo stesso modo, elencano cliché, ma niente di più. Spero di essere stato chiaro sul punto, in qualche modo. Per di più non mostrano neanche gusto filologico per i sottogeneri che accennano nel corso dell’album. È tutto troppo avventato e poco serio, probabilmente perché questi tizi avranno scoperto questo tipo di rock dopo esser cresciuti a forti dosi di alternative rock. Mi riferisco al blues accennato con Soul (link), ad esempio. Un buon musicista che vuole sperimentare non “mescola” generi musicali come se si trattasse del brodo nero spartano, seguendo la filosofia “tanto nello stomaco tutto è uguale”. Il ben mangiare è Arte. Allo stesso modo le influenze musicali più disparate e diverse sono intricabili certamente, ma lasciandole ben distinte l’una dall’altra, giustapponendole a strati. Ma questo è solo il mio punto di vista da musicista. Altri potrebbero non essere d’accordo.

Intendiamoci, i ragazzi non fanno schifo, semplicemente era meglio non paragonarli agli Zeppelin, e basta.  I Rival Sons, tutto sommato, hanno anche una scusante: l’essere ancora giovani. Lo erano anche gli Zeppelin - mi si dirà - ma in effetti questi ultimi, ai tempi del loro primo album, avevano già esperienza da vendere. Basti pensare a Page con gli Yardbirds o con il notissimo (a quei tempi) Donovan. Tra l’altro in qualche album di Donovan già insieme a Bonham e John Paul Jones  (link), in pratica i Led Zeppelin senza Plant. Quindi questa gente suonava già da parecchio e con artisti quotati, ben prima del bellissimo primo omonimo album a nome di Martello degli Dei. I Rival Sons, invece, hanno appena iniziato e scarse sono le notizie riguardanti loro esperienze passate.

Cadendo così tutte le critiche che ho svolto fino a poche righe fa - poiché i tizi in questione sono ancora giustamente acerbi - non si può che ben sperare ascoltando i loro primi gemiti. E perché tali versi non diventino guaiti di tipo canino, forse sarebbe meglio - mi ripeto - che la stampa specializzata la smettesse di paragonarli a qualcun altro, specie ai Led Zeppelin. Anche perché questi sono inglesi, mentre gli altri di Los Angeles, e la differenza di sound, tra States e Gran Bretagna, è come sempre palese, nei secoli dei secoli, amen.

Pressure & Time è un buon album di Hard Rock, estremamente “settantoso” (forse anche troppo), non dice nulla di nuovo, assolutamente nulla, e come tale è indirizzato ai nostalgici e a tutti quelli che di questi tempi, sedendosi dietro i banchi al liceo, stanno cominciando a scoprire cos’è il Rock. I Rival Sons possono servire anche a questo, almeno nell’immediato. La copertina ed il booklet interno del cd sono frutto del genio di Storm Thorgerson (suo l’artwork per la stragrande maggioranza degli album Pink Floyd ma ha lavorato anche con Black Sabbath, Led Zeppelin, Phish, Megadeth, Dream Teather e tanti altri). Ed è secondo me la cosa migliore di tutto l’album.

Gli Highlights di Pressure & Time sono a mio parere il pezzo di apertura All Over The Road, la bella e pienamente zeppeliniana title track Pressure & TimeGet Mine (link) che pur essendo “settantosa” riesce a coniugare esigenze più indie-alternative ed è tra i miei brani preferiti, Gypsy Heart, Face Of  Light gran bella ballata che ricorda i Faces di Rod Stewart e Ron Wood. Peggior difetto dell’album è la non troppo vaga somiglianza dei brani l’uno con l’altro, denotante una scarsa personalità della band, accentuata dal chitarrismo poco incisivo del solista (e pur lasciandogli la possibilità di farci ricredere, per il momento lasciamo il suo nome all’oblio dei non menzionati). Batterista, bassista e tizio all’hammond non sono malaccio, ma si poteva fare di più. Ripeto, quello che manca è un po’ di personalità.

Chi ne sembra dotato in quantità tali da lasciarmi dire che potrebbe fare carriera (ma non è detto), è il cantante, tale Jay Buchanan. Solo che anche sul tizio c’è qualcosa da dire. Anzi, la lascio dire al lettore/ascoltatore. Ascoltate e confrontate queste due voci:

uno

Due

Ma non è che niente niente i Rival Sons invece che ai Led Zeppelin somigliano ai The Cult? Magari i The Cult meritavano di più ed erano anche un gruppo meglio (altra citazione colta). E pensare che i Guns ‘n’ Roses, all’inizio, gli facevano da gruppo spalla. Peccato, si sono persi on the road. Ci restano degli album bellissimi come Love, o lo stupefacente straordinario Electric, Sonic Temple ed il sottovalutato Ceremony. Tutti consigliati al lettore. Breve nota a margine, il cantante dei Cult, Ian Astbury, qualche annetto fa era stato scelto dai due zombie Manzarek e Krieger per sostituire Jim Morrison nei redivivi Doors del ventunesimo secolo. E insomma, questo è tutto! Oggi non sono qui per parlare dei Cult, dei Doors e delle beghe legali inerenti all’uso del nome della storica band, né tanto meno di Ian Astbury o di Jim Morrison.

Oh, a proposito di Jim Morrison, ma non è che niente niente la voce dei Rival Sons somiglia più a quella di Morrison che a quella di Robert Plant?

Saluti

Babar Da Celestropoli http://gaetanocelestre.blogspot.com

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