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Tema: Una fermata da Oscar

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Tema: Una fermata da OscarCercare una faccia da mettere addosso all’anima del mio personaggio è diventata, ormai da anni, la parte più difficile del mio lavoro, eppure quella ragazza aveva attirato la mia attenzione. L’avevo adocchiata non appena era salita sul metrò. Tra i musi lunghi del lunedì mattina le avevo incollato gli occhi addosso scrutandola da sotto la falda del mio Panama. Un Montecristi modello Ausin. Era scesa qualche fermata dopo, a Moscova. Le ero corso dietro. Era lei quella che volevo per il mio film. La sua bellezza sembrava sconfinare nella poesia ed io, alla ricerca di una faccia inedita, ero stato ipnotizzato da quel viso lì per lì diverso da tutti. Poi quel sorriso, un attimo di esitazione, ma alla fine la mia speranza si era spezzata, alla maniera un filo di spaghetti.  Le avevo mostrato il mio biglietto da visita e l’avevo vista trasformarsi sotto i miei occhi. Il clichè era venuto fuori come ad uno schiocco di dita.Gli occhi lucenti che avevo rincorso, anzi, inseguito, adesso erano increspati da un atteggiamento ammiccante. Io che detestavo cercare la mia attrice tra le attrici avevo davanti lei! Il prototipo omologato che non differisce dagli altri neppure in un battito di ciglia (ciglia nere e lunghissime). Aveva tirato su la schiena assumendo una postura quasi innaturale, impalando le spalle fino a fare sporgere i seni in un’offerta neppure tanto simbolica. Con l’indice e il pollice della sinistra ha tirato giù l’orlo della maglietta. Un gesto che crede io non abbia notato. La scollatura sprofonda nella fresca attaccatura del seno. Un seno pieno e rotondo, una quarta senza ritocchi. Ma noto, purtroppo, che la ragazza sa bene di essere bella, anzi bellissima. Ed ecco il sorriso. Mi è più facile definirlo una smorfia, la dice lunga sulla sua disponibilità. Senza riserve. Ancora l’offerta. Con le sue labbra piegate all’insù punta a rendere appetibile il prodotto, imita un sorriso da pubblicità. Continuo a guardarla, mentre assisto alla metamorfosi, l’evoluzione, o meglio, l’involuzione, da specie umana a merce da supermercato. Con la voce impostata vuol farmi notare che non ha alcuna inflessione, infatti, non intuisco da quale regione provenga. Peccato. Fosse stata pugliese mi sarebbero venuti in mente gli uliveti, fosse stata toscana, veneta o lombarda avrei potuto richiamare alla mente Firenze, Venezia, questa mia stessa Milano o percepire nell’aria l’odore di vini pregiati. Per il film l’avrei fatta doppiare senza problemi. Invece, il suo accento è da villaggio globale, risulta piatto ed anonimo come il mare delle fotografie (se non scrivi la località sul retro non sai più dove le hai scattate).
No, non è adatta al mio film, però andrebbe bene per qualche festa “comandata”; si, comandata dal mio produttore che all’invito fa seguire la solita frase “mi raccomando seni grossi e roba fresca” come si trattasse di un tocco di carne ordinato al macellaio.  

Intanto sta già sciorinando l’elenco delle sue esperienze che gonfia come i prezzi prima dei saldi. Non l’ascolto. Vorrei non arrendermi e sperare che in lei si possa ancora scoprire qualcosa; qualcosa che non siano seni, gambe e servizietti scontati.Vorrei poter tornare indietro e fermare l’immagine a quando l’ho vista salire. Ricordarmi di lei così come l’avevo creduta, senza portare con me, per l’ennesima volta, l’immagine di una faccia falsa e perfetta che in edicola si venderebbe così, come il panettone a Natale.Gira la testa sbuffando, si rilassa e con un accento spudoratamente siciliano, mi dice:«Senta, se le serve il tipo che ho appena interpretato con me perde solo del tempo». Se ne va e mi lascia di stucco. Purtroppo ha creduto fossi il solito stronzo!

Adelaide Jole Pellitteri

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