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19 Ottobre Part two

Da Crudina
Oggi è ufficialmente iniziato ciò che possiamo propriamente definire l’autunno. È arrivato, bussando alla mia finestra in questi giorni, togliendosi il pastrano di pseudo fine estate, e rivelandosi in tutto il suo finto splendore.
Il primo freddo che si sentiva fino a qualche settimana fa, paragonabile a un abbraccio da cui non volevo sottrarmi, è già diventato una morsa paralizzante. Una sorta di campana di vetro sotto cui mi sento soffocare.
Non è la prima copertina leggera che mettevo ai primi segnali di raffreddamento estremità, ma una sorta di corazza che mi avvolge come un’armatura, mi fa rigirare nel letto come una cotoletta impannata e mi rende già insofferente.
Queste pioggerelline leggere ma insistenti, poi, quando la domenica e le allegre sagre di paese sono ancora lontane, rendono così deprimenti e grigi questi pomeriggi infrasettimanali un po’ così. Spogli di foglie verdi, ma non ancora scheletricamente indolenti.
Nemmeno un ultimo raggio di sole a fare un po’ di luce; devo per forza accenderne una artificiale, di quelle che rendono l’umore ancora più funereo, lugubre. Nonostante sia bianca, non trasmette nulla se non l’impellenza di un cambio d’orario che anticiperà di un’ora questo giornaliero supplizio.
Scosto un poco la tenda, e osservo in lontananza una nivea nebbiolina. Rende le mie colline così lontane e decisamente deprimenti. Ovunque mi giri, non riesco a trovare nemmeno una macchia, anche lontana, invisibile, di colore. Nessun cappottino rosso a girare per strada, nessun ombrello giallo limone far capolino da dietro una curva. Tutto deve essere così schematicamente nero: come quei noiosissimi dictat che vogliono i colori allegri solo d’estate. Come se il pegno da pagare per sopportare tutto questo grigiore non sia già abbastanza alto.
In questi momenti non trovo nulla di bello nell’autunno, non trovo la poesia nelle foglie per terra, calpestate da scarpe ancora troppo leggere, non le vedo di un rosso vivo e caldo come un bacio tra due amanti, ma di acquerello sbiadito; non vedo ancora nessun baracchino per strada di qualche ometto che vende le caldarroste, non sento ancora il richiamo di una delle tante sagre che circondano l’Oltrepò nei fine settimana autunnali.
Ma ci vuole anche questo per assaporare meglio tutto quello che di buono verrà.O forse, come tutte le cose brutte, è solo questione di abitudine.

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