Charles Chaplin in “Kid Auto Races at Venice”
Il 7 febbraio 1914 Charles Chaplin, in Kid Auto Races at Venice, di Henry Lehrman, debuttava nelle vesti di The Tramp, il Vagabondo più famoso del mondo: ad un secolo da quell’esordio la Cineteca di Bologna, che da anni lavora al restauro dell’intera filmografia, concludendo nel 2013 il lavoro di catalogazione e digitalizzazione relativo all’intero archivio dell’artista, celebrerà nel corso del 2014 i festeggiamenti ufficiali del Centenario di Charlot, di concerto con Association Chaplin. L’inaugurazione al riguardo prenderà il via lunedì 3 febbraio con la distribuzione in sala, su tutto il territorio nazionale, della versione restaurata di The Gold Rush – La febbre dell’oro, nell’ambito del progetto Il Cinema Ritrovato. Al cinema, frutto del lavoro congiunto della Cineteca di Bologna e Circuito Cinema, capolavoro realizzato nel 1925, abbinato per l’occasione al suddetto Kid Auto Races at Venice, che ne precederà la proiezione.
In coincidenza con la celebrazione dell’importante ricorrenza, emerge ora dal suo archivio privato, grazie alla Cineteca e dopo l’approvazione della famiglia, il romanzo breve di Chaplin, l’inedito Footlights.
La suddetta prova letteraria rappresenta un caso unico nella carriera di Chaplin e colpisce tanto per lo stile piuttosto vivido, quanto per l’equilibrio narrativo, come evidenzia l’incipit, capace di rendere il senso della libertà con cui si muove la sua scrittura, tra vivacità colloquiale (che confluirà inalterata nel film) e il respiro dickensiano di descrizioni e caratteri:
Claire Bloom e Chaplin in “Limelight”
“Nelle prime ombre del crepuscolo, mentre la luce dei lampioni di Londra si faceva più viva contro un cielo color zafferano, Thereza Ambrose, una ragazza di diciannove anni, stava scivolando fuori dalla vita; sprofondava nel buio di una stanza povera e angusta, in una delle strade secondarie di Soho.
La luce che entrava dalla finestra dava rilievo al suo profilo pallido, mentre la ragazza giaceva supina sul letto, il corpo appena sbilanciato oltre il bordo di un vecchio letto di ferro.
Una cascata di capelli scuri si spandeva sul cuscino, incorniciando la delicatezza di lineamenti ora calmi, tranne la bocca che si contraeva in un tremito.
Nella stanza, le tracce solite della tragedia: un flacone vuoto di sonniferi, una valvola del gas che emetteva un debole fischio. Faceva da contrappunto alla scena un organetto meccanico giù in strada, che intonava allegramente, a ritmo di valzer, una delle canzoni popolari all’epoca: Why did I leave my little back room / In Blooms…bur…y / Where I could live on a pound a week/ In lux…ur…y. Accompagnata da questo sferragliante ritornello, la vita solitaria e tormentata di Thereza Ambrose stava giungendo al termine”.
Charlot ne “la febbre dell’oro”
Robinson attraverso il capitolo introduttivo, Evolution of a Story, conduce il lettore alla piena comprensione di questa “storia di una ballerina e di un clown” che affonda le radici in un lontano, breve, ma decisivo, incontro avvenuto nel 1916 tra Chaplin e il grande ballerino russo Nijinsky, uno scambio di vedute tanto forte da riaffiorare vent’anni dopo nell’abbozzo di un soggetto ispirato a tale figura, cui si uniscono struggenti note autobiografiche: Chaplin, affranto dall’insuccesso di Monsieur Verdoux (1947), torna a riflettere sulla sua vita, sul senso dell’arte comica, sul rapporto con un pubblico che teme lo abbia abbandonato.
“Odio il teatro. O forse non è il teatro che odio, è il pubblico. Li odio, quei bastardi. E per quanto li odi, non c’è niente che ami come sentirli ridere”.
La “danza dei panini” ne “La febbre dell’oro”
Ultimo film americano di Chaplin, Limelight ne rappresenta infatti il toccante e lucido “addio alle scene”, nonostante i due film girati in seguito (Un re a New York e La contessa di Hong Kong), come risulta già evidente dalla didascalia iniziale, “Magia delle luci della ribalta, sotto le quali la vecchiaia deve cedere il passo alla giovinezza”. Smessi i panni di Charlot, la cui figura riecheggia nei ricordi degli sketch di Calvero e nello splendido duetto finale con Buster Keaton, Chaplin crea un’immediata identificazione con il personaggio che rappresenta: i ricordi del varietà (il suo esordio), i riferimenti alla figura paterna (l’artista che deve ricorrere al bere per vincere il panico), la proiezione della sua paura più profonda, perdere il contatto con il pubblico sino a recitare in una sala vuota. “Esci fuori, Calvero, e sii soltanto quello che eri un tempo. Li farai sembrare tutti dei dilettanti”. “Siamo tutti dilettanti”, replicò Calvero. “Nessuno vive abbastanza a lungo per diventare nient’altro”.
Un disegno di Léo Kouper per i festeggiamenti del Centenario di Chaplin a Bologna (fonte Cineteca)
E proprio in occasione del citato convegno, sono previste due serate speciali: giovedì 26 giugno saranno protagonisti Jos Houben, che si esibirà in una performance sull’arte della risata, e Dan Kamin (il mimo che insegnò a Robert Downey Jr. come “diventare” Charlot per il film del 1992 di Richard Attenborough), mentre venerdì 27 giugno, Kevin Brownlow (del quale la Cineteca di Bologna ha già pubblicato il documentario Chaplin Unknown) presenterà in anteprima il secondo capitolo del suo viaggio Alla ricerca di Charlie Chaplin.
Ad arricchire il tutto, la mostra con i manifesti originali di Léo Kouper, il disegnatore francese (ospite a Bologna), collaboratore di Chaplin e autore di tutte le affiche per le riedizioni dei suoi film, che lo stesso regista curò negli anni Cinquanta. Anche la nuova locandina di The Gold Rush che, come scritto, ora la Cineteca riporta restaurato nelle sale italiane, riproduce fedelmente quella disegnata da Kouper.