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20"

Da Bebbo

20 secondi. Il tempo di un caffè al bar, di parcheggiare ed uscire dalla macchina, di scendere dall’ottavo piano di un palazzo, di girare una cartina, di lavarsi le mani, di un saluto e di un “come va? Tutto bene grazie e tu? Tutto ok. Ciao”

20 secondi, forse poco meno, e crollano 20 anni di speculazioni edilizie, e tutto il loro contenuto, vite comprese.

Il tratto d’autostrada chiuso ci obbliga a passare per l’Aquila, Aragno, Paganica, Camarda ed infine Assergi.

Poco più di 100€ di spesa essenziale ed un sorriso ti trasformano in un Dio. Le persone che circondano la nostra macchina all’arrivo sono le stesse con cui ho mangiato, bevuto, scherzato e vissuto le estati da 28 anni, tutti gli anni. Solo il mio nome è la pausa tra l’abbraccio e il pianto. Un pianto, il loro, carico di contenuti, tra tutti la dignità, incollata alla convinzione che quel poco che resta, tra le macerie, non è la fine, non sarà la fine ma l’inizio da cui ripartiranno, pietra su pietra.

Pacchi di sale, di zucchero, latte a lunga conservazione, tutto passa per un treno di mani, fino al magazzino (ex-bar) del paese. La prima sensazione che ti prende al collo è quella profonda convinzione che potresti fare di più, sempre di più, che loro capiscono all’istante e cercano di smorzare con un grazie, non ti preoccupare, noi stiamo bene, non dovevi, grazie, grazie.

Nel prato dove sono ora facevamo le “arrostate”, tanto vino, tanta pecora, tanti sorrisi. Ora è una tendopoli, una delle tante. La gente si aggira chiedendo chi ha un telo, chi ha dell’acqua, la protezione civile tarda ad arrivare ed è comprensibile, loro sono tra i più fortunati, molti hanno perso solo amici.

Altri non sanno dove andare, Chiara ti dice col sorriso che ha perso, tra l’altro, tutte e due le case, a l’Aquila e a Paganica, ed ora vivono nel camper, ma è fortunata, i suoi stanno bene.

Piangere non è concesso, e neanche lamentarsi, i pensieri sono rivolti all’Aquila, e loro sono i fortunati, quindi è peccato.

Diamo una mano a sistemare qualcosa nel campo, e mentre si preparano dei panini per pranzo arriva puntuale il giornalista che vuole vedere, con la sua telecamera, come e cosa mangiano i terremotati, dove dormono i terremotati, cosa c’è dentro le tende dei terremotati, come vanno al bagno i terremotati ed, infine, come mai sono così tristi questi terremotati. Qualche primo piano a quella vecchietta lì che piange, giro di piano triste come base musicale e sarà venduto a qualche speciale della sera, ora però andiamo a pranzare all’autogrill, che m’è venuta fame.

Ci giunge notizia tramite una telefonata che un pezzo di strada statale è stata riaperta al traffico, passiamo quindi per l’Aquila da dove riprenderemo l’autostrada.

Man mano che ci avviciniamo alla città il numero sempre maggiore di massi per strada ci annuncia che siamo vicini a quello che fino ad ora avevamo visto solo in televisione. Le immagini dei TG pensavo mi avessero preparato al peggio, non era così.

Cristo santo che è successo. Le strade che ero abituato a percorrere non si riconoscono più. I posti che frequentavo non ci sono più, e molte delle persone con cui li frequentavo non ci sono più. Sono tanti i ricordi che riaffiorano alla mente, scene di vita, fotografate e scolpite nella memoria, e non trovano riscontro con quello che si vede, è tutto cambiato, tutto diverso.

Non c’è più nulla di personale, di privato, è tutto pubblico, le foto, i vestiti, i mobili, i libri, i giochi… tutto per strada…tutto il contenuto personale circondato da mura che una volta era una casa ora è all’aperto, stuprato, violentato da quello che sembra un bombardamento.

Troppe teste dovranno cascare, ma non cascheranno.

Forse alla nostra generazione mancava solo questo, la guerra. Ma qui non c’è nessun fronte, il nemico non ha bandiera, non ci si può ritirare, non ci sono strategie, non c’è nessuno da combattere, non ci sono mosse da prevedere, non c’è una resa da firmare.

Le immagini scorrono troppo velocemente dal finestrino della macchina, e non so se vorrei fermarmi o andare via lontano, per riprendere quell’autostrada che mi riporti a casa subito, così velocemente da evadere quella sensazione che ti prende allo stomaco come un crampo che non molla, che ti tormenta, come un senso di colpa. Colpevole di cosa? Avresti potuto fare di più? Saresti dovuto restare? Non so, ognuno di noi ha la nostra vita e andiamo avanti, questa è solo una parentesi, per noi che torniamo a casa.

Ma quando ti svegli e vai al bagno a lavarti i denti quel crampo allo stomaco torna a farti visita, proprio lì dove lo avevi lasciato, in fondo allo stomaco, a ricordarti di quante volte ti sei lamentato, povero stronzo con un cassetto pieno di ideali, perché colpito dalla disoccupazione e costretto a casa a cercare lavoro su infojobs, colpito dalla crisi e costretto a mettere in vendita la moto su ebay, colpito dal terremoto con un tetto da rifare, in una casa ristrutturata con 10 anni di tredicesime e tanto lavoro, ma che nonostante tutto è ancora in piedi.

Colpito, colpito, colpito. Tre su tre.

Ma non affondato, caro il mio destino del cazzo…non affondato.


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