56. Nella sala

Creato il 10 maggio 2012 da Fabry2010

Pubblicato da fabrizio centofanti su maggio 10, 2012

da qui

- E dopo lo schiaffo?
- Non tornò più come prima. Fu allora che conobbi Sonia.
- Sonia?
Era una donna come l’avevi sognata: bionda, occhi verdi, aria un po’ introversa. Difficile ricostruire come andò quella faccenda. Vi ritrovaste sotto un albero del parco, in primavera. Parlavate del più e del meno, come quando non ci si conosce e non si sa che dire. Suo padre era medico, adorava la musica e frequentava i concerti, trascinandola con lui. La conversazione cadde sugli autori preferiti: Wagner, Rachmaninov, Poulenc. Più vi addentravate nella magia delle note, nel carisma degli interpreti, più le barriere parevano cadere. Avvenne tutto così rapidamente. Nel buio della sala, l’orchestra pareva un lampadario di cristallo. Non c’è niente di più galeotto del terzo concerto di Rachmaninov per accendere passioni latenti. Suo padre sedeva dalla parte opposta, non si sarebbe accorto se avessi preso sua figlia per portarla via. Aspettavi il momento opportuno per stringerle la mano, quando, dopo un inizio contenuto, l’orchestra si scatena in un crescendo travolgente, quasi violento, per poi distendersi in un ritmo lento e lancinante, l’apice del romanticismo. Lei non sembrò meravigliarsi, anzi, forse non aspettava altro. La musica si era impadronita di ogni cellula del corpo, la mano poggiata sulla sua era quella del pianista che metteva in fila un’onda lunga di emozioni: cercavi di capire se si sarebbe voltata verso te, mentre il piano ormai restava solo, gli orchestrali erano immobili come statue di sale, no, ecco la flautista che interviene, poi il clarinetto, un altro fiato che non sai che fosse, e poi di nuovo il piano, mentre tu scendevi con le dita lungo il palmo e pensavi ora si gira, ora si gira, certamente, il pianista rallenta, quasi si ferma, ricomincia il tema principale, viole e violini tessono la tela, persino la tromba attacca un po’ in sordina, ma è al momento dell’entrata in scena dei fagotti che il suo viso si sposta lentamente, la guancia bianca si defila e sta per apparire la pupilla nello sguardo verde che ti aveva stregato; ma sull’onda dei violini ecco, ti viene in mente il sibilo al veleno di Eleonora, sei un fallito, e la birra e il sangue t’invadono il cervello e la mano parte senza che lo voglia, non ti era mai successo, la senti ancora adesso l’eco sorda e il viso di lei che si piega da una parte e la tua storia che si spacca all’improvviso, un baratro che affonda nel vortice di luce e polvere delle galassie, accordato col ritmo sincopato del pianoforte a coda, lo scivolare degli archetti sui violini, la bacchetta oscillante del direttore con gli occhiali, la tua mano che stringe forte, troppo forte, e il suo sguardo verde che pare una domanda, Dante, cos’hai, e tu che dici lo prometto, non succederà mai più, anzi, lo giuro,  lei si rannicchia contro la portiera come fosse l’onda d’urto della musica che si trasforma in brividi sulla punta delle dita, tu le rispondi niente, non è niente, e lo sguardo pieno di nebbia lungo il litorale che si attorciglia  intorno al tuo intestino, accende luci cui potresti dare un nome, la macchia d’oro dell’orchestra nella notte fonda della sala, niente, non è niente, il mare, in fondo, si arrotola come una vecchia fisarmonica, o una stella cadente, o la mano che stringe la sua come una schiuma tutta bianca sotto il raggio obliquo della luna.


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