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72 Ore in Cina

Creato il 29 maggio 2014 da Angelozinna

72 Ore in CinaAllora, mettiamo subito le cose in chiaro: quando passi cinque mesi in India i tuoi standard in fatto di igiene, ordine o buon senso si abbassano al punto che se li vuoi ritrovare devi cominciare a scavare. Sono persi, annullati, estinti. Certo, quando arrivi in Nepal, dove è ancora considerato poco dignitoso defecare al lato della strada ed è ancora buon costume lavarsi con acqua diversa da quella in cui si scaricano i cadaveri, la situazione migliora leggermente: ti risale alla mente un’immagine sfocata, un ricordo distante, una forma di deja vu che ti fa pensare che sì, da qualche parte, in una terra lontana, la civiltà esiste ancora. Non ne sei sicuro, tenti di unire i pochi indizi che ti danno ottimismo mentre cerchi di stare a galla in una Kathmandu in cui il traffico non ha legge e l’elettricità arriva quando gli va.

Della Cina non sapevo niente. Dopo tre giorni ancora non ne so niente. Non prevedo di saperne molto di più nelle prossime settimane e non conto di abituarmi presto a tutto ciò che mi passa davanti agli occhi. Non ci ho capito niente. Ma è un altro mondo.

Il volo della East China Airlines che da Kathmandu mi porta a Kunming dura tre ore. Non è una compagnia low cost, ma è il volo più economico che sono riuscito a trovare, 200 dollari. Non ci sono molti occidentali in fila per imbarcarsi e come un ripetitore la hostess accoglie tutti i cinesi mitragliando un “ni hao” dopo l’altro. I non cinesi sono invece salutati con un cenno della testa, che è anche tutto l’inglese del suo dizionario. Poco prima della partenza viene come di consueto chiesto di spegnere ogni dispositivo elettronico e così la mia vicina, una donna sui quaranta, ben vestita e che immagino essere in viaggio d’affari, è costretta a spegnere il suo iPhone 9 travestito da Pokemon rosa sul quale, data la concentrazione applicata e la velocità disumana di movimento delle dita, non ho capito se stesse inviando un messaggio o giocando a GTA. Il cellulare viene sostituito immediatamente dall’unico passatempo non digitale che non richieda l’uso del cervello: del cibo. Una busta verde e sospetta viene aperta accanto ad una busta bianca e vuota, e dei semi di non è chiaro quale pianta iniziano a circolare in senso antiorario dalla busta verde alla bocca dell’amica per poi essere sputati nella busta bianca, dopo aver separato le bucce dal loro contenuto un morso secco. L’operazione del pesca-mordi-sputa è talmente rapida che nel giro di un minuto la busta che un tempo era vuota, se fosse venduta al peso, varrebbe già una piccola fortuna.

Notando il mio sguardo inquisitorio mi trovo senza ben sapere come con una mano piena di semi e ho così modo di scoprire che non solo non hanno alcun sapore, ma anche che sono impossibili da mangiare in tempi accettabili senza anni di esperienza alle spalle. Potrei metterci dei giorni a finire ciò che mi è stato dato e così decido che il modo migliore per liberarmene è fare ciò per cui i semi sono stati inventati: seminarli. Nel corso dei minuti successivi approfitto dei momenti di distrazione della compagna per piantare i semi ovunque possibile: sotto il sedile, in tasca, nello zaino, per terra. Una volta cancellata ogni prova, mi giro, borbotto un “Very good!” e nascondo le mani per evitare di ricevere un secondo carico. In quel momento arriva la cena.

Verdure, carne o pesce?” chiede l’hostess. Vado per le verdure e mi viene passata una scatola tanto verde e tanto sospetta quanto la busta dei semi. Noto altri passeggeri ordinare le altre due opzioni. Chi ordina pesce riceve una vaschetta di riso e un sugo di pesce. Chi ordina carne riceve una vaschetta di riso e della carne macinata. Io che ordino verdure ricevo una vaschetta di riso e una fetta di maiale. Non sono ancora arrivato in Cina ma immagino già che funzioni un po’ così: se non ha un battito cardiaco non è cibo. Ciò che mi preoccupa però non è il maiale. Sono le tre bustine – di nuovo verdi e sospettissime – che potrebbero contenere qualsiasi cosa. Dalla forma e dalla consistenza potrebbero essere salviette umide. Oppure qualcosa tipo latte in polvere. O polvere da sparo per quanto ne sappia. Apro la prima e trovo mezzo fungo a fette sott’olio. Apro la seconda e trovo l’altra metà del fungo, sott’aceto. Apro la terza e trovo un altro mezzo fungo, sotto qualcos’altro. Queste sono le mie verdure, cucinate e impacchettate separatamente per massima efficienza.

Arrivando all’aeroporto di Kunming una donna urla “Taxi, taxi, taxi, taxi!“. Faccio vedere l’indirizzo dell’ostello e un urlo chiaramente già testato in passato mi comunica “100 yuan!“. Ora, io non ho idea di dove devo andare. Non so se Kunming sia una di quelle megalopoli cinesi da 196 milioni di abitanti. Non so quanto sia distante questo ostello. Non so neanche se l’ostello ha letti disponibili, non ho prenotato. Non conosco le distanze ed essendo tardi non ci sono più autobus, ma decido che è una buona occasione per capire come funzionano le contrattazioni da queste parti. “50!” rispondo. È in questo istante che mi rendo conto che la donna conosce solo tre parole in inglese: taxi, 100 e yuan. Non ha idea di cosa io stia dicendo e la nostra lotta prosegue a colpi di penna. Io mi scrivo sulla mano 50, lei 95. Rimango sul 50, le passa a 80. Poi 75, poi 70. Storgo il naso. 60. Andata.

Sarà che è notte, ma Kunming sembra tutto l’opposto che una città caotica. Diversi grattacieli ne disegnano il profilo, ma le luci spente non ne mostrano il volto. Le strade sono larghe, vuote. Arrivando in centro qualche negozio illumina la strada, bancarelle vendono spiedini sui marciapiedi. È pulita questa Cina. È organizzata, moderna.

Venendo da più di mezzo anno in India e Nepal un albergo con la vernice ancora sulle pareti era già considerabile come un lusso. Ma qui siamo ad un altro livello. L’Hump Hostel è pieno di gente, pieno di informazioni e c’è anche un bar con l’happy hour che dura molto più di un hour. Mi ricorda gli ostelli neozelandesi, che conoscono bene chi è e di cosa ha bisogno la gente che viaggia. È vero i costi non sono quelli dell’India o del Nepal, ma sono appena arrivato ed è troppo presto per preoccuparsene. Un quaderno pubblico elenca un po’ tutto quello che si può fare in Yunnan, spiegando come arrivarci con i mezzi pubblici e con i prezzi in ordine crescente. Una bacheca contiene i contatti di tutti gli ostelli della regione e oltre. Dei bicchieri su cui è stato scritto “Stazione dei treni”, “Stazione dei bus”, “Ostello”, “Mercato” contengono dei bigliettini con la traduzione di queste parole in cinese, di modo che se si deve chiedere un’informazione o prendere un taxi basta far vedere la nota. A cosa serve una Lonely Planet?

Dopo un giorno a Kunming è già tempo di muoversi. Un mese di visto non è molto e quindi il treno notturno per Lijiang sembra l’opzione migliore per cominciare a salire e risparmiare una notte d’ostello. Lijiang è una meta iperturistica, Patrimonio dell’Umanità UNESCO, che è famosa principalmente per la sua città vecchia costruita interamente in pietra e legno attorno a dei piccoli canali che tagliano la città. Il centro storico è stato però distrutto da un terremoto e completamente ricostruito, formando quindi una città vecchia che però in verità è nuova, anche se effettivamente sembra ancora vecchia se la guardi da fuori e non troppo da vicino. Il bello di Lijiang però non è Lijiang, ma le flotte di turisti cinesi che arrivano qui in massa a dare il meglio di sé. La prima donna che incrocio sul treno sta sgranocchiando zampe di gallina come fossero Pringles. Arrivando in città noto come sia uso per le coppie vestirsi con magliette uguali o, ancora meglio, con magliette diverse dove lui ha stampato la faccia di lei e lei la faccia di lui. Le strade principali si affollano in tarda mattinata e qui tutti gli stereotipi prendo forma: famiglie in tute color evidenziatore si scattano foto agli alberi con tablet dallo schermo a 42 pollici; negozi di souvenir che vendono oggetti geniali che rappresentano il meglio del Made in China (il mio preferito: una borsa con la faccia di Obama che veste un cappello alla Mao Zedong, con scritto “Oba Mao”), insetti fritti alla griglia disponibili al mercato e vecchie che fanno esercizio fisico facendo il girotondo nelle piazze pubbliche.

Anche a Lijiang l’ostello è superiore. La mia camera ha sette prese della corrente. Ognuna di queste prese ha tre uscite. Se avessi 21 cellulari potrei caricarli tutti e contemporaneamente. Peccato che non ne ho neanche uno. Un ragazzo dell’ostello mi offre un caffè. Cioè mi dà un caffè e io lo prendo perché è l’unico modo di comunicare. Ma poi tira fuori il cellulare e mi racconta tutta la sua vita via Google Translate. Ha studiato bio-ingegneria. È un volontario all’ostello. In Cina non si può votare. Lui ha Facebook anche se è censurato. Oggi quindi fai non bene. Eh? Il traduttore perde colpi o la sua vita è troppo complicata per Google.

In questi primi giorni in Cina mi sono divertito un sacco. La barriera linguistica è un grande regalo in un luogo dove le cose funzionano (almeno per ora) in modo così efficiente. Se non fosse una missione comunicare probabilmente diventerebbe presto noioso muoversi così facilmente, ma dato che anche solo uscire per andare a mangiare è una scommessa, per ogni ora passata per strada c’è una storia da raccontare. E cercherò di raccontarle tutte.


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